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Home » Articoli » Tassonomia verde, il tradimento della Commissione europea su gas e nucleare

Tassonomia verde, il tradimento della Commissione europea su gas e nucleare

Tutti i particolari intorno al “colpo di mano” dell’ultimo dell’anno, che gratifica le lobby

28 Gennaio 2022 Lorenzo Consoli  2596

È la storia di un tradimento, il tradimento di una promessa di trasparenza da parte della Commissione europea, quello della fiducia degli ambientalisti e degli investitori, e dell’impegno a rispettare criteri oggettivi e valutazioni scientifiche, il tradimento dell’ambizione di creare uno “standard aureo” per la definizione degli investimenti verdi che si sarebbe imposto al mondo intero, alla finanza globale, come il migliore, il più completo, il più solido, il più coerente e il più affidabile. È la storia, non ancora conclusa, della cosiddetta Tassonomia europea degli investimenti sostenibili. 

La Tassonomia è l’insieme dei criteri per la classificazione delle attività economiche che potranno essere definite come “sostenibili” dal punto di vista ecologico e climatico, al fine di attrarre gli investitori sensibili a queste tematiche, a garantire che i loro investimenti non siano dirottati dal greenwashing (le rivendicazioni di marketing ingannevoli) verso attività che contribuiscono poco o per niente, o che sono addirittura dannose, per il conseguimento degli obiettivi ambientali dichiarati.

Nel Regolamento europeo sulla Tassonomia, già in vigore, vengono definiti sei obiettivi ambientali: mitigazione del riscaldamento globale e adattamento alle sue conseguenze, transizione all’economia circolare, protezione degli ambienti acquatici e delle risorse marine, prevenzione e controllo dell’inquinamento di aria, acqua e suolo, e infine protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi. La classificazione degli investimenti verdi considera in quale misura un’attività economica che voglia essere qualificata come sostenibile “contribuisce sostanzialmente” al raggiungimento di almeno uno dei sei obiettivi, senza “provocare un danno significativo” (principio do not significant harm) a nessuno degli altri cinque.  
 
Il 31 dicembre scorso, a poche ore dalla fine dell’anno, nel vuoto pneumatico delle istituzioni europee chiuse, con giornalisti, politici e Ong in vacanza, la Commissione ha finalmente emesso una bozza del suo “atto delegato complementare” della Tassonomia relativo al gas e al nucleare, che era atteso da mesi. Il gas e il nucleare, a certe condizioni (più precise nel primo caso, meno nel secondo), venivano considerati come attività economiche “di transizione”, e dunque ammessi nella lista degli investimenti verdi, perché, concludeva la Commissione, possono fornire un “contributo sostanziale”, anche se temporaneo, alla decarbonizzazione del sistema energetico.  

In realtà, la bozza non è mai stata pubblicata formalmente, ma è stata inviata alla consultazione degli Stati membri, del parlamento europeo e dei gruppi di esperti incaricati di fornire pareri, con una scadenza per inviare i commenti sorprendentemente breve, il 12 gennaio, prorogata poi di altri dieci giorni. La bozza è arrivata naturalmente, per via non ufficiale, alla stampa, alle lobby e alle Ong ambientaliste, che hanno cominciato ad analizzarla e a commentarla, spesso in modo molto critico, nei primi giorni di gennaio; fino a che non è giunta, il 21 gennaio, la reazione formale della “Piattaforma sulla finanza sostenibile”, un gruppo di consulenza, composto di 57 esperti e 11 osservatori, creato dalla stessa Commissione europea, che ha bocciato senza appello la proposta.  

Le condizioni affinché il nucleare abbia accesso agli investimenti della Tassonomia riguardano innanzitutto le attività cosiddette pre-commerciali nello sviluppo delle tecnologie più avanzate con minimizzazione della produzione di scorie, la costruzione di nuovi reattori che utilizzino le migliori tecnologie disponibili (e in particolare i futuri impianti cosiddetti di “terza generazione”), e, soprattutto, le attività di generazione elettrica dalle centrali nucleari esistenti, se saranno oggetto di una proroga del loro iniziale ciclo di vita autorizzata prima del 2040.

In più, per avere i finanziamenti della Tassonomia verde, i progetti nucleari dovranno poter contare su un fondo “adeguato” alla gestione delle scorie radioattive e uno allo smantellamento (decommissioning) degli impianti alla fine del loro ciclo di vita. Inoltre, tutti i progetti da finanziare dovranno aver predisposto dei “depositi finali” (disposal facilities) per le scorie con livello basso o intermedio di radioattività, mentre quelli autorizzati dopo il 2025 dovranno presentare dei piani dettagliati per rendere pienamente operativi “entro il 2050” dei depositi geologici profondi per le scorie ad alto livello di radioattività.

La Commissione, come non ha mancato di denunciare la Piattaforma sulla finanza sostenibile, non ha presentato alcuna “valutazione d’impatto” per elaborare queste condizioni di ammissibilità del nucleare. In particolare, i depositi geologici profondi per le scorie altamente radioattive (e che restano tali per centinaia di migliaia di anni) non esistono ancora in nessun luogo al mondo: il primo è previsto per il 2024 in Finlandia, mentre Svezia e Francia prevedono di averne uno operativo entro la fine del decennio. 

Inoltre, la Commissione pone all’industria nucleare e agli Stati semplicemente la condizione di presentare i piani per i depositi geologici, senza specificare come debbano essere fatti, quali princìpi e criteri rispettare.  Considerare il nucleare (quello attuale) sostenibile oggi, e permettere alle imprese del comparto di ottenere gli investimenti della Tassonomia, a condizione che si impegnino genericamente a concretizzare fra trent’anni una soluzione che oggi è solo teorica, un’ipotesi non ancora verificata nella realtà, è quantomeno rischioso. E se i depositi geologici profondi si rivelassero, in realtà, come una soluzione inadeguata o impraticabile? Quali strumenti avrebbe a disposizione la Commissione per far rispettare ex post, fra trent’anni, le condizioni che dovrebbero essere soddisfatte oggi per ottenere, ex ante gli investimenti della Tassonomia? 

Per quanto concerne il gas, l’Atto delegato complementare riguarda la generazione di energia elettrica, la cogenerazione ad alta efficienza di energia e di calore, e infine i cosiddetti distretti per la produzione di tele-riscaldamento o raffreddamento (district heating and cooling systems). La bozza conferma che potranno accedere agli investimenti della Tassonomia tutti gli impianti che producono meno di 100 grammi di CO2 per kWh, un limite molto basso che può essere raggiunto solo dalle installazioni che usino sistemi di sequestro e stoccaggio della CO2 (Carbon Capture and Storage, Ccs). Questa condizione non è soggetta a una clausola temporale.

Gli altri impianti saranno sottoposti invece a una sunset clause, una data limite oltre la quale non potranno più accedere agli investimenti della Tassonomia: sarà ammessa, ma solo fino al 2030, la costruzione di centrali elettriche a gas che producono fino a 270g di CO2 per kWh, oppure che riescono a mantenere una media annuale di 550 kg di CO2 per kWh, calcolata su vent’anni. Inoltre, si dovrà dimostrare: 1) che l’impianto a gas non può essere sostituito, in modo efficiente e per la stessa capacità, da un impianto di energia rinnovabile; 2) che la nuova installazione ne sostituisce una pre-esistente ad alte emissioni (soprattutto a carbone); 3) che non vi sia, con il nuovo impianto, un aumento di capacità superiore al 15%;  4) che la  sostituzione dei vecchi impianti con i nuovi porti a una riduzione delle emissioni a effetto serra di almeno il 55% per kWh di energia prodotta; 5) che lo Stato membro in cui ha sede l’impianto abbia già preso l’impegno di eliminare progressivamente le centrali energetiche a carbone sul proprio territorio.

Infine, per ottenere gli investimenti della Tassonomia verde, gli impianti dovranno miscelare col gas naturale (blending) almeno il 30% di altri gas “a basso contenuto di carbonio” (gas sintetici, biogas e idrogeno) entro il primo gennaio 2026. Il blending dovrà arrivare poi al 55% entro il primo gennaio 2030, e al 100% entro il 31 dicembre 2035. Secondo la definizione, i gas a basso contenuto di carbonio devono produrre il 70% di emissioni in meno rispetto al normale gas fossile.

Da notare che la Commissione finisce con il mettere sullo stesso piano due soglie massime di emissione per gli impianti a gas che le norme precedenti della Tassonomia avevano invece fissato per due applicazioni molto diverse: la prima, pari a 100g di CO2 per kWh, per determinare se vi sia un “contributo sostanziale” all’obiettivo climatico, e la seconda, di 270g per di CO2 per Kwh, per valutare se vi sia un “danno significativo” agli obiettivi ambientali. 

Questa contraddizione è stata rilevata dalla Piattaforma sulla finanza sostenibile, che ha sottolineato anche come non ci sia modo di assicurare oggi il rispetto, alle tre date future previste (2026, 2030 e 2035), del prescritto aumento progressivo del contenuto decarbonizzato nel blending del gas. Anche in questo caso, gli investimenti verdi verrebbero ammessi e forniti ex ante sulla base di una promessa che potrebbe non essere mantenuta. 

Il parere della Piattaforma sulla finanza sostenibile demolisce sistematicamente le argomentazioni della Commissione, con la denuncia di incoerenze tali da rafforzare il sospetto di un intervento al più alto livello (il gabinetto della presidente, Ursula von der Leyen) per imporre le conclusioni favorevoli al gas e al nucleare sul lavoro dei servizi tecnici, che senza questa forzatura politica non sarebbero caduti in contraddizioni così grossolane.  

Sono incoerenze e forzature che renderebbero necessaria e urgente una revisione attenta della bozza prima che sia presentata formalmente come Atto delegato, che il Consiglio dell’Unione e il parlamento europeo non potranno più a quel punto emendare, ma solo approvare o respingere in blocco. La bocciatura, tuttavia, è molto improbabile da parte dei governi, perché è richiesta la maggioranza qualificata in Consiglio (venti paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione), ed è piuttosto difficile (anche se più praticabile) nell’europarlamento, dove è necessaria la maggioranza dei membri (maggioranza assoluta, ossia almeno 353 voti). La Commissione, invece, sembra disposta a introdurre solo alcune modifiche minori nella versione definitiva, come ha detto recentemente la commissaria per i Servizi finanziari, Mairead McGuinnes, lasciando invariato l’impianto generale della bozza.   

Resta comunque la possibilità di un ricorso alla Corte europea di giustizia, già minacciato dai governi di Austria e Lussemburgo; ed è una via che potrebbe essere intrapresa anche dal parlamento europeo.

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Tagsambiente Commissione europea gas investimenti verdi Lorenzo Consoli nucleare Piattaforma sulla finanza sostenibile tassonomia

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