Un primo passo per gettare acqua sul fuoco del conflitto tra le truppe governative etiopi, quelle del premier Abiy Ahmed Ali, e il Fronte di liberazione popolare del Tigrè? Difficile fare previsioni, ma un timido ottimismo sembra farsi strada. Addis Abeba ha infatti annunciato, lo scorso sabato, la liberazione dei principali funzionari del Fronte tigrino e del Congresso federalista oromo, oltre a quella dell’oppositore Eskinder Nega, arrestato nel 2020, e di altri dissidenti. “Per spianare la strada – sostiene il governo – a una soluzione duratura ai problemi dell’Etiopia in modo pacifico e non violento”. Decisione dettata anche dall’auspicio del ritiro delle sanzioni dell’Unione europea e degli Stati Uniti, e apprezzata dall’inviato speciale americano nell’area Jeffrey Feltman, impegnato nel tentativo di promuovere la fine del conflitto.

Al riguardo, anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha auspicato “un significativo miglioramento dell’accesso umanitario a tutte le aree colpite dal conflitto” finora interdetto dai combattimenti e dall’indisponibilità del governo etiope. Questa buona notizia – che evidenzierebbe un cambio di atteggiamento da parte di Ali, in precedenza contrario a qualsiasi interferenza esterna – fa seguito a ben quattordici mesi di combattimenti.

Ali è al governo del Paese dal 2 aprile del 2018, quando si è insediato suscitando grandi speranze, in virtù delle sue intenzioni riformiste e per aver messo la parola fine al lungo conflitto con l’Eritrea che gli è valso il premio Nobel per la pace nel 2019. Ma l’errore di allontanare dal governo tutti i potenti rappresentanti del Fronte tigrino ha scatenato una guerra, che appunto da più di un anno sta insanguinando il secondo Paese in Africa per numero di abitanti e tra i primi nel continente per peso economico. Dopo le iniziali dichiarazioni del premier, secondo il quale la guerra si sarebbe conclusa nel giro di pochi mesi, abbiamo invece assistito a un cronicizzarsi del conflitto, con continue occupazioni o ritiri effettuati dai due contendenti. In particolare i tigrini sono rientrati nei loro territori, dopo aver occupato una parte consistente delle regioni Amara e Afar.

Questo quadro ricorda la guerra tra il regime del Derg e le forze tigrine che operavano nelle montagne, e che creò, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, vent’anni di guerra e instabilità. Come in tutti i conflitti armati, anche questo sta comportando continue e gravissime violazioni dei diritti umani. “Le ragioni della guerra hanno prevalso sulla politica – dice Joanne Mariner, direttrice di Amnesty Internationaldi fronte alle evidenti prove, anche di crimini di guerra e contro l’umanità commessi da tutte le parti in conflitto, che hanno avuto un enorme impatto sulla popolazione civile nelle regioni del Tigrè, dell’Amara e dell’Afar”. Ali ha scatenato una vera e propria persecuzione contro l’etnia tigrina, messa in atto anche all’interno delle istituzioni religiose.

Un quadro allarmante che ha spinto il Consiglio di sicurezza dell’Onu ad approvare una risoluzione di condanna, condivisa da ventuno membri su quarantasette, mentre quindici (tra cui Cina, Russia e molti Paesi africani) si sono dichiarati contrari e undici si sono astenuti. Una divisione che sembra ormai ripetersi ogniqualvolta si debba decidere di pronunciarsi sui tanti scenari di crisi sparsi sul pianeta. Il punto è il principio della non interferenza negli affari interni largamente condiviso da Mosca e Pechino contro i vari pronunciamenti occidentali sul tema dei diritti umani. Ingerenza rifiutata da Ali ed estesa anche a organizzazioni regionali come l’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo), di carattere politico-commerciale, formata dai Paesi del Corno d’Africa, e al consiglio di sicurezza dell’Unione africana.

Un altro aspetto del conflitto riguarda l’alleanza tra etiopi ed eritrei in chiave anti-tigrina, che si inserisce, come tanti altri in Africa e nel Medio Oriente, in un contesto già particolarmente problematico e con vari protagonisti sul campo. Malgrado sia la Chiesa ortodossa etiopica il principale punto di riferimento confessionale della regione, ad Addis Abeba e dintorni circa il 40% della popolazione è di fede islamica sunnita. Vista l’ampia diffusione dei gruppi fondamentalisti nella regione, è legittimo temere l’apertura di un ulteriore fronte al quale non sarebbero estranei i tigrini, molti dei quali sono di fede musulmana.

In questo ginepraio trova posto anche la Somalia, da anni vessata dal temibile gruppo jihadista al-Shabaab, tristemente famoso per il rapimento di migliaia di giovani nei Paesi dell’Africa orientale, tra cui la nostra cooperante Silvia Romano, poi liberata dopo diciotto mesi di detenzione. Tanto che Mogadiscio ha inviato propri uomini per sostenere Addis Abeba nella guerra in corso. Decisione che aiuterebbe l’attuale presidente dell’ex colonia italiana, Farmajo, politico con il passaporto somalo-statunitense, la cui permanenza al potere potrebbe essere un elemento decisivo nella lotta contro il terrorismo fondamentalista.

Non mancherebbe inoltre, secondo alcuni osservatori, l’aiuto iraniano, con tanto di droni tornati utili nella battaglia contro i tigrini. Il sostegno di Teheran va inserito nello storico conflitto tra sunniti, rappresentati in questo caso dagli integralisti, e sciiti. Senza dimenticare l’ostilità del Sudan e dell’Egitto che vorrebbero approfittare della debolezza di Addis Abeba per contrattare da una posizione di forza la storica questione relativa alla gestione delle acque del Nilo. Inoltre, non è estranea a questo conflitto la concorrenza tra gli Stati Uniti e la Cina per il controllo economico di un’area geografica nella quale Pechino registra una penetrazione economica importante. Non è un mistero per nessuno il sostegno di Washington ai ribelli tigrini, per mantenere un proprio ruolo sempre più difficile nell’area di crescente interesse economico da parte del Dragone.

Le risorse naturali africane, del resto, sono il 60% di quelle mondiali, e l’Etiopia non fa certo eccezione. Un dato che spiega questa competizione tra superpotenze che evoca quella tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica quando ad Addis Abeba regnava il presidente filosovietico Menghistu. Ora, con la decisione di Ali di aprire al dialogo, approfittando del ritiro tigrino e del fallimento del Fronte che aveva come obiettivo la conquista della capitale, si apre una nuova fase. Bisognerà capire come il Fronte tigrino reagirà a questa apertura, in una situazione di debolezza che gli renderebbe difficile giustificare un diniego. E se sarà in grado di emarginare i falchi disposti a continuare a combattere a tutti i costi. Dal canto suo, Ali non dovrà commettere l’errore di escludere rappresentanti tigrini dalle leve del potere, con il rischio prima o poi di una riapertura delle ostilità. Vedremo se una volta tanto sarà la saggezza a prevalere sull’avventurismo dei contendenti.