La questione dell’allargamento della Nato verso Est ha da tempo coinvolto e messo al centro del mirino non solo l’Ucraina, ma anche gli stati dell’Asia centrale e il Caucaso. A partire almeno dall’annessione russa della Crimea nel marzo del 2014, e dall’esplodere del confronto armato dei separatisti dell’Ucraina orientale sostenuti dalla Russia, le tensioni sono diventate sempre più evidenti, mettendo in luce quanto sia complesso il gioco che si sta giocando intorno ai destini dello spazio postsovietico. Si conferma, da questo punto di vista, come estremamente centrata l’affermazione di Putin che definì, nel 2005, il crollo dell’Unione sovietica come “la più grande delle catastrofi geopolitiche”, destinata ad avere ripercussioni per tutto il Ventunesimo secolo.

Ma se l’Unione sovietica si è dissolta, anche l’Europa è cambiata. Da una parte, il suo allargamento è giunto ormai a includere Paesi ai confini dell’ex impero sovietico; dall’altra, il ruolo preminente per il suo destino della Germania riunificata è ormai un fatto. La potenza tedesca ha una collocazione centrale all’interno del sistema di forze europeo, ed è in grado di orientarne le scelte sullo scacchiere planetario. In questa prospettiva i rapporti tra la Germania e i suoi vicini a Est vanno ben oltre le semplici questioni tedesche, alimentando un “piccolo gioco” locale di potere, dalle implicazioni però mondiali.  

A rendere più complessa la situazione già tesa per le vicende ucraine irrompe ora il Kazakistan. Non è facile comprendere quanto sta avvenendo: le autorità parlano di 167 morti finora accertati, e certo non si può ascoltare senza un brivido l’ordine emanato dal governo di sparare sulla folla dei dimostranti. Rimane da capire chi siano i rivoltosi: si tratta veramente di una rivolta spontanea – scatenata dall’aumento del gas e dei carburanti, magari provocato in parte dal vorace consumo di energia legato alla produzione di criptovalute –, o c’è dietro la longa manus di un’opposizione soffocata e costretta all’esilio, oppure ancora si tratta dell’azione di potenze esterne interessate a scatenare il disordine nell’area?

Difficile orientarsi, vista la scarsità e la relativa inaffidabilità delle informazioni che giungono da quello che appare una sorta di “buco nero” della comunicazione. Certo è che questo conflitto esplode in un momento estremamente sfavorevole alla Russia, già impegnata in un delicatissimo contenzioso in Ucraina. L’Ucraina, per la politica estera russa, deve rimanere un “cortile di casa”: in nessun modo si deve permettere che cada sotto l’influenza della Nato. Putin è intervenuto con la mano pesante in Kazakistan per sostenere il governo in carica proprio perché si tratta di un ulteriore “cortile di casa”, la cui destabilizzazione può essere foriera unicamente di guai per la Russia. Anche perché nel Caucaso, e nell’Asia centrale, esiste tutta una serie di altri conflitti per il momento “congelati”, ma sempre a rischio di esplodere.

Quella che fu la “periferia interna” dell’Unione sovietica è un groviglio di questioni irrisolte, di tipo etnico, religioso, economico. D’altro canto anche l’Europa riconosce in fondo, pur senza dirlo apertamente, che quel che avviene in Kazakistan è in buona sostanza “questione altrui”, e in questi giorni le proteste per la violazione dei diritti umani, le uccisioni e gli arresti di massa, appaiono nel complesso flebili e abbastanza di maniera. Alma Ata è rimasta sola, chiunque fosse l’ispiratore della rivolta. Nessuno pare interessato a riproporre, nel frangente, l’antica e ambigua questione dell’autodeterminazione dei popoli, anche perché non s’intravede da nessuna parte il consolidarsi di un nuovo ordine mondiale che in qualche modo ristabilisca gli equilibri di un tempo. Così la drammatica vicenda kazaca rischia di venire rapidamente archiviata.

Oggi, in un pianeta dal punto di vista geopolitico sempre più multipolare, con il disimpegno relativo delle ultime presidenze degli Stati Uniti dalla politica estera, è anche difficile parlare di una nuova “guerra fredda”, se non su una scala e con ambizioni molto diverse. E in effetti, quella russa, pare più una rivendicazione tutto sommato difensiva che non un programma espansivo. I russi vogliono mantenere una “apparenza” di grande potenza, conservare almeno l’allure della passata grandezza, anche se a livello mondiale sono stati ridimensionati e le loro aspirazioni regionali di dominio sull’Asia centrale sono sempre più occultamente insidiate dalla superpotenza cinese.

La contesa intorno all’Ucraina (lo “Stato che non c’era”, dato che si costituì come repubblica socialista solo dopo la rivoluzione d’ottobre, e che la Rus’ di Kiev formò intorno all’anno mille il primo nucleo della Russia moderna) rischia, per questo insieme di motivi, di essere delicatissima, perché tocca in profondità i nervi scoperti della ex-superpotenza russa e le sue ambizioni. Le trattative che stanno avendo luogo dovrebbero tenerne conto, dato che non è unicamente in ballo l’appartenenza dell’Ucraina a un blocco o all’altro, ma il più generale prestigio russo a livello mondiale, e il timore – forse paranoico – dell’accerchiamento. Fermare l’espansione della Nato a Est, come insistentemente richiesto da Putin non pare dettato da progetti di rinnovata grandeur e di riaffermazione come grande potenza, quanto piuttosto da una serie di preoccupazioni estremamente concrete.

La Germania, e con essa l’Europa, per quanto non invitate ai colloqui in corso, possono forse cogliere in queste trattative anche un’opportunità, quella di agire come attore indipendente, sganciandosi dalle posizioni americane che appaiono di una rigidità tutta di maniera, nel complesso ancorate al passato, per proporre soluzioni di compromesso che evitino una escalation, rafforzando il legame con l’Est in direzione di una stabilizzazione della situazione. Una degenerazione del conflitto in Ucraina può portare solo guai all’Unione europea, anche perché gli Stati Uniti sembrano ormai più interessati alle problematiche geopolitiche sollevate da altre aree del mondo, in particolare quella del Pacifico, segnata dall’ascesa economica di Cina e India.

Il periodo di transizione e di ridefinizione degli equilibri che stiamo attraversando – ce lo insegna la storia – rischia di condurre a una fase di instabilità e di guerre. I rapporti internazionali nel nuovo millennio sono segnati da un insieme di sfide complesse: crollo di Stati, pandemie, terrorismo internazionale, riscaldamento globale, digitalizzazione. In un simile tormentato contesto riuscire, almeno a livello locale, a vincere il piccolo gioco attualmente in corso potrebbe essere una garanzia di un futuro meno preoccupante.