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Le bombe di Foggia: il contesto

Sei gli attentati mafiosi dall’inizio dell’anno, in una città in cui la barriera tra l’economia criminale e quella legale è molto labile

12 Gennaio 2022 Stefania Limiti  1758

A Foggia piovono bombe. Potrebbe essere il racconto grottesco e paradossale di una realtà malmessa, invece no, sono proprio bombe, due notti fa, contro un negozio di parrucchiere e un altro di fuochi di artificio, sei attacchi dall’inizio dell’anno. Per orientarci in quel magmatico e fumogeno territorio di cui sentiamo parlare per la gravità dei fatti che si susseguono, è utile partire da un piccolo trafiletto di un giornale locale molto apprezzato, “Foggia Città Aperta“, un buon punto di riferimento informativo: dando conto dell’ordigno esploso nella notte tra sabato e domenica scorsi, in pieno centro storico, la testata spiega che l’obiettivo era il ristorante Poseidon, già oggetto di intimidazione nel novembre del 2019: il fatto è che il titolare dell’attività è un pregiudicato, Alessandro Carniola. Non si tratta di un imprenditore puro, né dunque di una “vittima pura”: il punto è proprio questo, cioè la mafia foggiana, particolarmente rozza e brutale, agisce in un territorio in cui la barriera tra economia criminale e quella legale è “particolarmente bassa”.

Lo spiega molto bene Marco Barbieri, docente di Diritto del lavoro nell’ateneo cittadino da ventisei anni, perciò osservatore speciale del contesto foggiano: Barbieri ha ricoperto in passato anche incarichi politici nella giunta regionale pugliese. Se l’economia nera è una questione nazionale, in quel territorio lo è ancora di più “perché lo scarto è ridottissimo, tanto che diversi attentati coinvolgono imprenditori coinvolti da vicende giudiziarie”.

Il sodalizio mafioso nasce a Foggia dalla distorsione dello sviluppo della città: bombardata nel ’43, stavolta in senso letterale, in modo massiccio dagli Alleati durante la loro risalita verso il Nord, venne poi ricostruita senza regole e senza nessuna frontiera. Alla fine dal boom edilizio gli improvvisati costruttori si sono ritrovati pieni di soldi, avevano tantissima liquidità – lo stesso meccanismo di accumulazione capitalistica che Cosa nostra realizzò con la droga –, così tanta da potersi organizzare un futuro da ceto imprenditoriale parassitario e aggressivo. L’uso più remunerativo di quel denaro è stato il prestito a usura, attività che richiese anche un piccolo esercito che garantisse l’esecuzione delle estorsioni: è lì che prende corpo la cosiddetta quarta mafia, appunto quella di Foggia. Un percorso fatto senza trovare ostacoli né anticorpi.

Ancora Barbieri: “Il blocco storico dominante, al quale vanno aggiunti tutti i ceti professionali dell’indotto, trova la sua origine nell’edilizia e un suo punto di forza in un sottoproletariato cittadino particolarmente povero e disgregato, fatto dai ‘terrazzani’, persone che vivevano raccogliendo verdure dove le trovavano: mentre quello delle campagne circostanti – pensiamo alla mitica città di Di Vittorio, Cerignola – era sì povero ma consapevole della sua condizione”. Il che ha fatto la differenza.

Oggi tutti dicono che Foggia è una emergenza nazionale. Tano Grasso, il noto presidente onorario della Fai, la Federazione delle fondazioni antiracket italiane, lo va ripetendo ovunque e di sicuro quel territorio va difeso dallo Stato; ma se c’è un aspetto che è davvero nazionale riguarda la capacità di pensare a una riforma economica di quella e di altre città, per liberarle dal soffocamento delle mafie: “Occorre pensare a un grande progetto che sia in grado di entrare nel vivo delle relazioni economiche della città, spezzando ogni legame della criminalità con il mondo imprenditoriale e politico. Va bene l’educazione alla legalità, ma occorre il coraggio di un programma economico che separi i ceti produttivi virtuosi da quelli illegali. Cominciando anche a mettere in discussione il welfare al servizio di gruppi sociali compromessi: cooperative e occupazioni delle case non sempre sono lo specchio di una riscossa”. 

E poi c’è la politica: quando il sindaco di Foggia è stato arrestato, fatto che ha poi dato il via al commissariamento del Comune, la situazione era questa: sindaco di Forza Italia, passato alla Lega, agli arresti domiciliari; Forza Italia: sei consiglieri eletti, tre arrestati (ma uno da assessore, quindi non più consigliere), due indagati; Lega: cinque eletti, uno indagato ma deceduto, una citata nella relazione del prefetto Raffaele Grassi sull’infiltrazione mafiosa (passata nel frattempo a Fratelli d’Italia); Fratelli d’Italia: tre eletti, una citata nella relazione prefettizia. Udc: un eletto, arrestato; una lista civica con due eletti, uno citato nella relazione prefettizia; altra lista civica: tre eletti, un indagato.

In totale: il sindaco arrestato, quattro dei consiglieri eletti arrestati (uno dei quali però passato assessore), quattro consiglieri eletti indagati, altri tre segnalati nella relazione prefettizia. Su venti della maggioranza. Se la rappresentanza elettorale è approssimativamente lo specchio di un tessuto cittadino, quella di Foggia, e di molte altre città della Penisola, lo è anche di un infernale corto circuito.

Intanto c’è Libera anche a Foggia, l’associazione di Don Ciotti, che due anni fa portava in piazza la città onesta: ventimila persone in marcia nelle vie cittadine. La speranza è lì.      

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