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Turchia, un caso di “Realpolitik”

Erdogan prima licenzia gli ambasciatori di una decina di Paesi, poi ci ripensa: aggressività e astuzie di un leader nazional-populista in salsa islamica. Ma la questione è la protezione interessata di cui gode da parte dell’Occidente

27 Ottobre 2021 Vittorio Bonanni  1201

Una vera e propria guerra fredda con gli alti e bassi tipici di ogni conflitto. Non stiamo parlando degli Usa, della Russia o della Cina, ma della Turchia: un Paese che – con tanto di base statunitense e testate nucleari a Incirlik – fa parte della Nato fin dal lontano 1952, e che tuttavia, da quando è presieduta da Erdogan, ha inaugurato nei confronti dell’Occidente una politica di potenza fatta di ricatti e di competizione senza esclusione di colpi. In questo contesto si inquadra l’incredibile minaccia – poi ritirata per interessi economici superiori – del leader islamico di espellere dal suo Paese gli ambasciatori di Germania, Francia, Stati Uniti, Canada, Danimarca, Olanda, Norvegia, Svezia, Finlandia e Nuova Zelanda, colpevoli di aver espresso solidarietà a Osman Kavala, imprenditore filantropo, tra i fondatori in Turchia della Open Society Foundation, una rete internazionale di donazioni creata dal famoso miliardario americano-ungherese George Soros.

In questo gruppo non compariva l’Italia, la quale non si è unita al coro degli altri Paesi entrati nel mirino della Turchia perché – come disse il presidente del Consiglio Mario Draghi – con il presidente turco bisogna interloquire, malgrado sia un dittatore. Sono troppi gli interessi in gioco tra le due nazioni: lo sfruttamento delle risorse del gas offshore, e poi la Libia, nettamente nelle mani di Ankara che, impegnata nel suo sogno di ricostruire l’impero ottomano, presidia militarmente la Tripolitania, regione in cui l’Eni ha il gasdotto Greenstream.

Insomma, com’è prassi, la Realpolitik ha preso il sopravvento facendo contenti un po’ tutti, tranne il povero Kavala, il cui caso è la punta dell’iceberg di una serie infinita di violazione dei diritti umani. Tema questo che meriterebbe un articolo a parte ma che così possiamo riassumere: limitazione della libertà di espressione e di organizzazione politica; nessuna apertura nei confronti dei curdi che vengono perseguitati come e più di prima; aumento esponenziale delle persecuzioni degli attivisti per la tutela dei diritti umani spesso arrestati arbitrariamente e lasciati in carcere a morire dopo lunghi e ignorati scioperi della fame. Senza contare le discriminazioni nei confronti delle donne dopo l’abbandono della Convenzione di Istanbul che, secondo Erdogan, inciterebbe al divorzio e minerebbe l’integrità della famiglia.

Tutto questo senza che l’Occidente abbia mai comminato una qualche sanzione, a differenza di quanto avviene, per esempio, nei confronti della Russia. Della serie: la tutela dei diritti umani vale a seconda delle convenienze politiche ed economiche. E, a proposito di interessi e ricatti, non vanno dimenticate le transazioni legate alle grandi crisi umanitarie, che producono centinaia di migliaia di profughi controllati da Ankara grazie ai lucrosi finanziamenti europei, senza i quali questa massa infinita di rifugiati arriverebbe nel vecchio continente.

Insomma, un rapporto ruvido che farà da sfondo al G20 che si terrà a Roma nei prossimi giorni, durante il quale è previsto un complicato incontro tra il presidente degli Stati Uniti Biden e il leader del Partito della giustizia e dello sviluppo (questo il nome ufficiale del partito di regime in Turchia). Un momento che sarà imbarazzante dopo l’annuncio, da parte di Erdogan, di aver acquistato batterie antimissili S-400 dalla Russia all’indomani del vertice con Putin a Sochi, sul Mar Nero. Una vera e propria sfida nei confronti della Nato di cui, come si diceva, la Turchia fa parte.

Un evento che sancisce la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi avviata dopo il fallito colpo di Stato del 2016 contro Erdogan, che fece scattare la solidarietà del capo del Cremlino archiviando così l’incidente del 2015, quando caccia turchi colpirono un bombardiere russo nello spazio aereo ai confini tra la Siria e la provincia turca di Hatay.

Paradossalmente Ankara, forte della sua collocazione nella Nato, potrebbe ricavarsi un ruolo di mediatore tra gli Stati Uniti e i Paesi europei, da un lato, e la Russia dall’altro, in un contesto però complicatissimo in cui tutti ricattano tutti. Anche per questa ragione Erdogan, dopo aver manifestato, al momento del suo insediamento nel 2003, un iniziale interesse nei riguardi dell’Unione europea, ha preferito tenere sotto controllo le aree maghrebine e mediorientali senza perdere di vista quell’area balcanica dominata a suo tempo dagli ottomani: il che spiega i suoi viaggi in Albania, Montenegro e Bosnia Erzegovina.

Per Valeria Talboti, ricercatrice dell’Ispi (Istituto studi politiche internazionali) “dal Medio Oriente al Nord Africa attraverso il Mediterraneo orientale, la Turchia sta cercando di affermare la propria influenza in una regione in profondo riassetto e ancora fortemente instabile. Mossa tanto dall’ambizione di assurgere al ruolo di potenza regionale, quanto da precisi interessi geopolitici, securitari ed energetici. Ankara si è spinta a giocare più partite su tavoli molto diversi. Se non è facile dire se ci sia una “grand strategy” dietro le mosse e le ambizioni turche – prosegue Talboti –, non si può negare che la Turchia sia uno degli attori più attivi e assertivi dello scacchiere mediorientale e che la sua politica muscolare, dalla Siria alla Libia fino alle controverse esplorazioni energetiche al largo di Cipro, abbia sollevato non pochi interrogativi, e timori, negli altri paesi della regione e nelle potenze occidentali”.

Ma l’approccio troppo spregiudicato di Erdogan potrebbe portarlo a un possibile isolamento nell’area, dopo aver instaurato invece buoni rapporti con l’Arabia Saudita, pur nella competizione per la rappresentanza del mondo sunnita nella regione, e anche con l’Iran sciita in chiave anti-curda. Ma, come dicevamo, la sua vicinanza alla Fratellanza musulmana e, durante la guerra in Siria, l’indulgenza nei confronti dell’Isis – anche qui per combattere i curdi –, ha portato alla rottura delle relazioni con l’Egitto di al-Sisi e a un ridimensionamento dei rapporti con Riad e gli Emirati, avvicinando così la Turchia al Qatar con il quale è stato instaurato uno scambio fatto di armi in cambio di aiuti, necessari per un’economia in perenne affanno (l’inflazione viaggia intorno al 19-20%) come quella turca.

Fare delle previsioni avendo di fronte un quadro così complesso e in continuo divenire è certamente arduo; ma l’aggressività imperialista di Ankara sarà nei prossimi anni uno degli elementi centrali dello scenario mediorientale. Una politica di potenza più che mai necessaria per Erdogan, preoccupato, in vista delle elezioni del 2023, del calo di consensi dovuto appunto alla crisi economica peggiorata dalla pandemia. Pressato dal suo alleato nazionalista Bahçeli, sta già ridisegnando i confini elettorali per depotenziare l’Hdp, il forte partito curdo di Demirtaş.  La data del voto coinciderà con il centenario della fondazione della Turchia moderna di Kemal Atatürk, le cui immagini campeggiano già nelle città del Paese: quel padre della patria con pochi punti in comune, però, con l’attuale padrone di una Turchia sempre meno moderna e sempre più aggressiva.  

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