Si annuncia non una nuova ondata, ma una pandemia diversa per quantità e qualità, che impone una nuova generazione di vaccini, e soprattutto una strategia pressante territorialmente ed efficace tecnologicamente. Siamo al nuovo tornante di un cammino che si allunga a ogni piè sospinto. L’estate, moltiplicando i contatti interpersonali e ampliando le occasioni di promiscuità ovunque, ha mostrato con sufficiente chiarezza quale sia la natura del fenomeno che abbiamo dinanzi.

Il Covid-19 non è un virus che segue le cadenze e il destino di tutti quelli che lo hanno preceduto, per il semplice fatto che agisce in un contesto e con un ospite – l’essere umano – che all’alba del secondo decennio del secondo millennio non assomiglia minimamente a quelli che lo hanno preceduto. Sono anzitutto radicalmente mutate le caratteristiche socio-ambientali, dato che la comunità umana attuale è caratterizzata da comportamenti, mobilità, ambizioni e desideri assolutamente diversi anche da quanto contrassegnava il pianeta nel corso della spagnola, solo un secolo fa. Poi dobbiamo constatare che l’ecosistema è del tutto diverso, con un quadro di presidi naturali sguarniti e di vulnerabilità, come i contatti con animali selvatici, che ci rendono più vulnerabili.

All’orizzonte si sta dunque chiaramente profilando un rischio che giorno dopo giorno sta diventando minaccia concreta: diventa inevitabile attendersi una nuova generazione di vaccini, aggiornata, riprogrammata, e soprattutto più agevole nel trasporto e nella somministrazione.

I dati che vengono dai Paesi dove più alta è la copertura vaccinale – pensiamo soprattutto a Israele e alla Gran Bretagna – fanno temere che siamo ormai vicini alla soglia di esaurimento della prima serie di farmaci per l’immunizzazione. In Israele, a fronte di una copertura vaccinale vicina all’82% della popolazione, invece di innestarsi la mitica immunità di gregge, prevista con quei numeri, sta ripartendo l’infezione a un ritmo preoccupante. Come spiega Andrea Crisanti in una recente intervista:

 “Da quanto vediamo in Israele appare evidente ormai che, nonostante i vaccini, un certo numero di persone si infetta e trasmette l’infezione. Questo potrebbe essere legato al fatto che alcune varianti riescono ad aggirare i vaccini attuali. Certo la mortalità rimane bassa, ma con la tendenza che vediamo, appunto mille infettati per milione, attualmente la percentuale più alta fra i Paesi regolarmente censiti, non stupisce che siamo passati subito alla somministrazione della terza dose. A questo punto, se la terza dose funziona, bene; altrimenti dobbiamo attendere una nuova tipologia di vaccini aggiornati”.

Il basso livello di mortalità, infatti, ci consola ma non può rassicurarci: un contagio che corre in milioni di persone produce inevitabilmente varianti e complicazioni che non possiamo permettere di far sviluppare. Proprio Crisanti, nel libro che abbiamo pubblicato quest’estate, Caccia al virus (Donzelli), spiegava come i vaccini siano essenziali e indispensabili ma non sufficienti. La dinamica del virus, e soprattutto le forme della nostra vita, impongono un supporto con una forte strategia di vigilanza territoriale.

Al punto in cui siamo, con una bassa intensità di ospedalizzazioni e decessi, ma con una ripresa delle infezioni, si devono – nell’attesa dei nuovi vaccini che sono in gestazione e devono, a differenza dei primi, prevedere un coinvolgimento delle strutture locali di produzione in modo che la riprogrammazione sia coerente con il profilo delle varianti localmente dominanti – avviare subito le forme di vigilanza territoriale proposte da Crisanti. Per prima cosa una politica di testing di massa attorno ai positivi: ogni singolo infettato deve essere al centro di un’azione di controllo massiccio dell’intera sua comunità di frequentazioni. In secondo luogo, un tracciamento permanente che colleghi un’app funzionale e geo-referenziata (cosa che Immuni non è ancora) ai nodi di medicina territoriale, per monitorare il movimento del virus e le combinazioni che inducono il contagio. Infine un’organizzazione che colleghi i tamponi a una catena di sequenziamento per mappare le varianti che si innestano. Oggi, in Italia, continuiamo a non fare test di massa, ad avere un tracciamento insignificante e a non avere di fatto alcun sequenziamento. Forse il generale Figliuolo, seguendo un’indicazione che avrebbe dovuto arrivare da tempo dal Comitato tecnico-scientifico, avrebbe dovuto preoccuparsi di più di estendere una rete di attivizzazione sanitaria sul territorio, e non mirare soltanto al record dei vaccinati.

Crisanti pone poi una questione politica più generale: ma quanto durano realmente i vaccini? Perché questo elemento diventa dirimente nell’elaborazione di una nuova strategia di contrasto. Chi, per esempio, è stato vaccinato (come lui del resto) a gennaio o a febbraio, è ancora coperto o no? Questi dati sono in formazione, certo, ma sicuramente qualcuno ne ha di attendibili e inediti. Se non altro le case farmaceutiche che hanno proceduto alle prime sperimentazione dei diversi vaccini. Da almeno quattordici mesi sono attivi i vaccini nei volontari che iniziarono le prime somministrazioni sperimentali: che dati abbiamo? E perché queste informazioni non sono pubbliche? Perché le autorità sanitarie procedono a tentoni?