(Questo articolo è stato pubblicato il 4 febbraio 2021)

È sempre difficile dire addio alle armi: lo sanno bene Frederic Henry e Catherine Barkley, i protagonisti del grande romanzo di Ernest Hemingway. Ma quanto accade in Polonia e negli Stati Uniti d’America deve farci riflettere. In Polonia siamo alla proibizione assoluta, mentre negli Stati Uniti, in un clima di tensione e di paura per la tenuta stessa della democrazia, il presidente della Conferenza Episcopale, l’arcivescovo di Los Angeles, monsignor Gomez, non ha trovato di meglio che assalire nel suo indirizzo di saluto il nuovo presidente, Joe Biden, secondo cattolico a entrare alla Casa Bianca, per le sue posizioni su aborto ed etica sessuale. E subito dopo ha ulteriormente rincarato la dose per un provvedimento del presidente sui fondi in favore dell’aborto. Monsignor Gomez certamente sa che non erano pochi i suoi concittadini cattolici che avevano preso d’assalto Capitol Hill pochi giorni prima. Elencare tutti i silenzi su Trump e il trumpismo della Conferenza dei vescovi cattolici richiederebbe un articolo a parte. Ma anche a voler prendere per buono l’assunto di monsignor Gomez, e cioè che l’aborto è la “preminente priorità” dei vescovi (in base a che cosa le altre priorità sono meno preminenti si può sapere?), è impossibile non chiedersi come possa, chi così ragioni, non vedere come tutte le statistiche indichino che, da quando c’è la legge, gli aborti aumentano in epoca repubblicana e diminuiscono in epoca democratica.

Il professor Massimo Faggioli, docente di teologia alla Villanova University in Pennsylvania, spiega così il dato: “La politica repubblicana si basa sull’individuo e sulla famiglia ma non sullo Stato e quindi riducendo le politiche sociali aumenta le difficoltà di molti e quindi anche il numero di coloro che ricorrono all’aborto. Aumentando gli stanziamenti per le politiche sociali in epoca democratica, si nota che questo dato invece diminuisce”.

Dunque estrapolare il “fatto aborto” dal fatto politico-sociale fa perdere di vista quella che sarebbe la priorità. Com’è possibile che accada questo? Accade per una polarizzazione della politica che trasforma il tema in un campo di battaglia ideologico e ambiguamente religioso. Così, se l’aborto è diventato il vessillo di una visione liberista che vuole l’individuo padrone di fare ciò che vuole perché suo diritto (ma quindi sarà suo diritto anche licenziare, chiudere i confini e così via), dalla parte integralista e fondamentalista ci si è convinti che uno Stato che ammetta l’aborto è illegale (e così è diventata lecita perfino l’insurrezione armata). Se buona parte del campo liberal ha difficoltà a collegare la difesa dell’aborto con i “ma” citati, il campo conservatore ha dimostrato, nel giorno dell’assalto a Capitol Hill, di poter sconfinare nell’ipotesi insurrezionale. Questo impone una riflessione che porti a ridurre il fossato, non a estenderlo.

Dall’inizio del suo pontificato, nella famosa intervista a Civiltà Cattolica, Papa Francesco ha profuso il più grande sforzo che si sia mai visto per ridurre questo divario. In quell’intervista Bergoglio disse: “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione”. Cosa vuol dire parlarne “in un contesto”? Vuol dire che la questione aborto è parte di quella che Bergoglio ha definito la “cultura dello scarto”: scartare gli anziani, scartare i migranti, scartare gli esuli, scartare i poveri, scartare i malati, e quindi – è la sua visione – anche i nascituri. Ovviamente questa visione contempla anche lo scarto delle popolazioni che vivono in zone di guerra ormai endemica. Dunque “difesa della dignità della vita di ogni essere umano” e non quel curioso sistema per cui la Chiesa sembrava difendere la vita prima della nascita e poco prima della morte, ma non nel lungo interludio tra questi due momenti.

È un po’ quel che nota il professor Massimo Faggioli riguardo all’indifferenza per le politiche che favoriscono o disincentivano l’aborto. Ricevendo in questi giorni a Roma il cardinale Cupich, che ha pubblicamente e fermamente contestato il comunicato di monsignor Gomez, il Vaticano è parso indicare la non opportunità di questo “muro contro muro” in questo momento. Parlando con durezza contro l’aborto nella sua intervista d’inizio anno a Canale 5, Francesco ha detto che il problema non è religioso, ma umano, sottolineando che riguarda tutti gli esseri umani, anche gli atei, come tutti gli altri capitoli della cultura dello scarto, che ha affrontato partendo dai bambini abbandonati in zona di guerra, per anni, senza istruzione.

Arrivando all’aborto, senza alcun riferimento alla recente decisione del Parlamento argentino di legalizzarlo nella ferma contrarietà della rispettiva Chiesa, si è rivolto ai non credenti citando le evidenze scientifiche, non quelle teologiche o di fede. In un passaggio peraltro non del tutto chiaro, rivolgendosi a chi non crede, ha ricordato che la scienza conferma che la vita comincia dopo tre o quattro settimane. Bergoglio resta convinto, con la sua Chiesa, che la vita invece comincia al momento del concepimento? Non si sa e onestamente qui non interessa, sebbene sia noto che già San Tommaso avesse idee interessanti in materia: ma questa è questione da teologi. Qui interessa piuttosto chiedere al campo laico, agnostico, non credente, comunque umanista, se ha sentito e cosa ne pensi. C’è in questo campo la disponibilità a prendere atto delle odierne convergenze scientifiche per dire che la vita comincia dopo un mese dal momento del concepimento e proporre di deporre le armi partendo dal fatto che sino a quel momento si resta nell’ambito di una questione contraccettiva per poi avventurarsi in un campo che in effetti non prevede diritti ma necessità terapeutiche? I termini di oggi non sono quelli di ieri. Ripartire da qui nel confronto culturale potrebbe avviare un processo di avvicinamento tra tutti coloro che non vogliono né il liberismo socio-economico né la cultura dello scarto, credenti o non credenti che siano.

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