Degli episodi di violenza avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, colpisce il senso di impunità e la spettacolarizzazione concessa dai responsabili: video di sorveglianza in funzione, riprese col cellulare, social in fibrillazione. Evidentemente non erano consapevoli di commettere un crimine, o più esattamente ritenevano di commettere un crimine autorizzato e giustificabile. Ma autorizzato da chi? A questa domanda si dovrebbe cercare di rispondere, se non si vuol derubricare come al solito l’accaduto a deviazione perversa di isolate “mele marce”.

Walter Benjamin, riflettendo sui rapporti tra polizia e diritto, poneva la prima in una posizione ambivalente o ambigua, “una mescolanza quasi spettrale”. È l’unica istituzione che, contrariamente a quanto ufficialmente proclamato, non si limita a difendere il diritto esistente, ma è anche in grado di modificarlo e di porre in essere una sua nuova variante, pubblicamente non ammessa. Scrive Benjamin: “L’affermazione che gli scopi del potere di polizia siano sempre identici (…) a quelli del rimanente diritto, è profondamente falsa. Anzi il ‘diritto’ della polizia segna proprio il punto in cui lo Stato, vuoi per impotenza, vuoi per le connessioni immanenti di ogni ordinamento giuridico, non è più in grado di garantirsi (…) gli scopi empirici che intende raggiungere ad ogni costo”. Così la violenza della polizia è, per così dire, un’emergenza istituzionalizzata, un’eccezione dal diritto scritto, richiesta – benché in modo sotterraneo e obliquo – dal diritto stesso. Questa ambivalenza è evidente per esempio in Francia, dove il regime di Macron da un lato proclama il rispetto dello Stato di diritto contro le violenze dei gilets jaunes, dall’altro rifornisce la polizia di armi speciali, che servono a eludere quelle stesse norme che dovrebbero impedire l’esercizio di una violenza non motivata da alcuna legittima difesa.

A questa giustificazione extragiuridica, se ne deve aggiungere un’altra che ha radici psicologiche profonde. Si tratta di quello che Žižek ha chiamato il lato osceno del potere. Nelle nostre società a democrazia proclamata ma limitata, esiste una scissione della sovranità tra una superficie pubblica, democratica, egualitaria e un risvolto osceno e oscuro. Già Debord faceva l’esempio della mafia italiana, “che se ne ride delle leggi”, e non è soltanto una perversione criminale, ma coesiste col legalismo ufficiale. Chiunque voglia sopravvivere in Italia sa molto bene che seguire alla lettera le leggi pubbliche è un comportamento avventato, che condanna alla derisione, più ancora che alla morte o alla sconfitta; ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere in egual modo – e anche meglio – di quelle dello Stato, non meno inflessibili benché non scritte: “C’è chi comanda le parole e chi comanda le cose. Tu devi capire chi comanda le cose, e fingere di credere a chi comanda le parole” (Saviano).

Naturalmente questo lato osceno non riguarda solo l’operato della polizia: i concorsi pubblici e anche quelli universitari sono decisi dalle logge più che dai titoli, l’evasione fiscale e il lavoro nero fanno parte in modo strutturale della nostra economia, i processi si vincono o si eludono col danaro dato agli avvocati e qualche volta ai giudici, piuttosto che con sottili argomentazioni giuridiche. Certo, però, questo doppio registro colpisce soprattutto nell’operato della polizia, perché esso riguarda e concerne la violenza sui corpi, dal reato di tortura alle manganellate in piazza. Qui entra in gioco una componente di piacere perverso, di narcisismo deviato e di riconoscimento di sé deformato, che non può essere ignorato, e che forse corrisponde a un moto profondo dell’inconscio del collettivo. Come già Adorno diceva, “impulsi che non sono lasciati passare dal soggetto come suoi, e che tuttavia gli sono propri, vengono attribuiti all’oggetto: alla vittima potenziale (…); si può acconsentire all’impulso vietato se è fuori dubbio che ciò avviene per distruggerlo”. Il lato osceno del potere è governato interamente da una pulsione di morte e di godimento allo stesso tempo, del tutto in contraddizione con la morale accettata e praticata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi imperativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici.

Un caso semplice e banale: nei corpi militari (ma anche nella scuola) è proibita ufficialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica” indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo; senza di questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere fatto, che non può essere detto, e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello della luce, eliminando – in una spietata selezione naturale – gli idioti che non riescono a comprendere questa ipocrisia necessaria. Ma è tutto il sistema del potere di Stato del capitale che è attraversato da questa divisione originaria e costitutiva, che contribuisce alla condizione di malessere, di incertezza incessante e di schizofrenia degli individui. I diritti del cittadino suppongono l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo, e questa discordia costitutiva passa ormai all’interno di ogni relazione sociale capitalista, che non può rinunciare a un’inversione permanente dei suoi presupposti etici ed economici. Potremmo anche dire che proprio l’inversione costituisce la sua sola legge inalterabile: il capitale suppone un ordine simbolico contraddittorio e inconscio.

Del resto, la storia del capitale è caratterizzata dalla continua ambivalenza tra i doni simbolici del diritto, dell’uguaglianza, della democrazia, e la rapina del plusvalore dal corpo vivo dei dominati. Quando il primo corno dell’ambivalenza si indebolisce e diventa un simulacro vuoto e ciò pare a tutti evidente, l’ordine del capitale non è più in grado di contenere l’insorgere delle crisi, senza ricorrere nuovamente alla violenza diretta. Esso è intimamente contraddittorio e fratturato e continuamente esposto al rovesciamento di un estremo nell’altro, a una insuperabile ambivalenza strutturale che ne fa allo stesso tempo “un dono e una rapina” (Lacan). Si ha così una sorta di divisione originaria del sociale, che viene a incidere ogni singolo fenomeno, un fondo oscuro che mina il lato luminoso del progresso e rischia di trasformare ogni affermazione di diritto pubblico e di uguaglianza in una ipocrisia oggettiva.

È passato molto tempo da quando Pasolini descriveva così i poliziotti: “E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, / con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio / furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, / è lo stato psicologico cui sono ridotti / (per una quarantina di mille lire al mese): / senza più sorriso, / senza più amicizia col mondo, / separati, / esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali); / umiliati dalla perdita della qualità di uomini / per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)”. La stoffa ruvida non c’è più, direi anzi che è stata sostituita dall’uniforme spettacolare che ricorda quelle delle serie americane e dei corpi speciali, e il modello dell’agente duro, ben vestito, e socialmente riconosciuto ha sostituito quello che puzzava di rancio e di popolo.

Restano però la separazione e il risentimento iniziale, almeno per quelli, non pochi, che provengono dal sottoproletariato meridionale. E la tentazione di trasformarsi da vittime in detentori di un potere di vita e di morte è tuttora attuale, anche se spesso sostituita da quella di esibirsi come star mediatiche, uscite più dalle quinte cinematografiche di Serpico, che dai “bassi sulle cloache” o dai “grandi caseggiati popolari”, a cui pensava Pasolini (e che pure continuano a esistere).

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