Si chiama così, Politik und Verbrechen, un libro di saggi di Enzensberger pubblicato nel 1964, che però prendeva in esame la dittatura di Trujillo nella Repubblica dominicana lasciando da parte l’altro despota collocato sulla stessa isola delle Grandi Antille, quel Duvalier di Haiti, alias “papà Doc”, che – a differenza di Trujillo, abbattuto in un attentato – morì tranquillo nel suo letto nel 1971. Volendo fare un’altra citazione, fu Graham Greene, invece, ad ambientare nella Haiti di “papà Doc” e dei suoi uomini di mano, i famigerati tonton macoutes, il romanzo I commedianti. Questo per dire che la letteratura si è interrogata intorno al buco nero costituito dal nesso tra politica e gangsterismo, come intorno a una specie di fondo tenebroso del potere, più di quanto non abbiano saputo fare la filosofia e la sociologia: delineando, in questo modo, una geografia politica della violenza antillana dalle forti risonanze metaforiche.

Dove erano gli uomini della sicurezza quando, nella notte di mercoledì 7 luglio, una trentina di uomini armati hanno attaccato la residenza del presidente haitiano, facendo fuori lui e ferendo gravemente sua moglie? Come mai nessuno dei sorveglianti è risultato ferito? Jovenel Moïse era un tipico politico di stampo berlusconiano (diremmo noi), un industriale delle banane diventato presidente.

Che sia rimasto vittima di un regolamento di conti, da parte di bande criminali, è al momento l’ipotesi più probabile. Ammesso che la versione ufficiale secondo cui si sarebbe trattato di un commando misto di colombiani e americani di origine haitiana – che parlavano tra loro, guarda caso, proprio spagnolo e inglese, mentre a Haiti, come si sa, si parla una lingua creola vicina al francese – sia veritiera, mancano comunque movente e mandanti. Non sembra inverosimile pensare che Moïse, che non era uno stinco di santo, avesse dei nemici tanto tra i criminali a cui probabilmente doveva qualcosa per la sua elezione, quanto tra i suoi concorrenti politici a loro volta legati magari ad altri malavitosi.

Siamo nel campo delle congetture: ma quella di uno sgarro fatto pagare con la vita fa parte delle ipotesi che hanno qualche fondamento. Lo si disse, e lo si dice, perfino per Kennedy: l’attentato di Dallas in cui trovò la morte potrebbe essere stato voluto o favorito dalla mafia italo-americana a cui la sua famiglia sarebbe stata legata.

Ma il tasso di violenza messa in atto dalle mafie “classiche” – divise tra “cosa nostra” siciliana, ’ndrangheta calabrese e camorra campana – è infinitamente più basso di quello dei gruppi criminali latinoamericani, dal Brasile alla Colombia, al Messico, fino a Haiti, il paese più disgraziato di quella parte del mondo. Ci lamentiamo, e con ragione, del terrorismo del periodo di Riina e soci; non sempre però abbiamo idea del grado di ferocia cui sono arrivate negli ultimi anni le cosche latino-americane. Dobbiamo dunque un ringraziamento alle mafie nostrane per averci lasciati, da un po’ di tempo, così tranquilli.

Haiti e altri luoghi dell’America latina sono invece sotto l’incubo incessante delle gang. Tuttavia Haiti, già celebre per la violenza politica (anche il prete spretato Jean-Bertrand Aristide, passato dalla teologia della liberazione alla presidenza, negli anni Novanta, aveva avuto i suoi bravi armati soprannominati “le chimere”), non aveva conosciuto una massiccia presenza della criminalità organizzata fino a una dozzina di anni fa, quando ci fu un terremoto seguito da un’epidemia di colera, portata dalla missione Onu.

Da quel momento una situazione già molto precaria precipita. Haiti sarebbe oggi un caso di scuola per dimostrare la vecchia tesi che faceva del fenomeno criminale nient’altro che una conseguenza della indigenza diffusa – sulla quale poi cresce però una miseria civile, com’è accaduto nelle regioni meridionali italiane, in cui l’uscita dal sottosviluppo economico si è tradotta in una sorta di “sviluppo del sottosviluppo”, cioè in un avanzamento economico non accompagnato da una corrispondente evoluzione culturale, ma da una crescita del fenomeno criminale su se stesso.

Al netto di questo discorso teorico, però, ci sono gli haitiani con le loro tragedie. Ora anche il Covid, per contrastare il quale non è stata distribuita finora nemmeno una dose di vaccino, zero. Ci sarebbe un programma delle Nazioni Unite, detto Covax, proprio per incrementare le vaccinazioni delle popolazioni più povere della terra. Ma le autorità haitiane hanno rifiutato, alcuni mesi fa, le prime dosi in arrivo di AstraZeneca, con la motivazione della mancanza di frigoriferi per conservare i preparati. Probabile che saranno i gruppi criminali a occuparsene; e, se non loro direttamente, la corruzione di governo, mentre intanto, dopo l’uccisione poco chiara del presidente, si chiede, come già avvenuto fin troppe volte in passato, l’intervento degli Stati Uniti e della comunità internazionale.

Articolo precedenteUna riforma fiscale per chi?
Articolo successivoCarcere, il lato osceno del potere