D’accordo, Trump ha perso le elezioni negli Stati Uniti; Bolsonaro è in serie difficoltà in Brasile; e in Europa, dopo la pandemia, è diventato più difficile fare i “sovranisti” perché i fondi europei fanno gola a tutti – e perché oggettivamente l’Unione ha mostrato un cambio di passo rispetto al passato. Ciò nonostante, sarebbe sbagliato pensare che i populismi siano al tramonto. Anzi, non sono neppure in ribasso: subiscono soltanto una battuta d’arresto.

Volendo essere rigorosi, a dover recitare il mea culpa – tagliati ormai fuori dalla storia –, sarebbero i cosiddetti populisti “di sinistra”, i cantori di una falsa democrazia radicale basata su un “significante vuoto” (espressione lacaniano-peronista dell’argentino Ernesto Laclau) intorno a cui convogliare, e mediante cui rappresentare, le istanze popolari. Posizione avventurista quant’altre mai, fondata tradizionalmente su un culto del capo carismatico (il paradigma Perón, appunto), combinato con un nazionalismo statalistico (socialdemocratico?) comunque d’antan. Sono quelli, per dire, che in Italia hanno creduto di poter cavalcare l’onda grillina, avvalorando la finzione di una democrazia diretta tramite Internet (che cosa dicono oggi, questi compagni e amici, delle liti circa la piattaforma Rousseau?), o che, con qualche grado appena maggiore di credibilità, hanno esaltato una formazione come Podemos in Spagna, che vede ora il suo leader, sonoramente battuto nelle regionali di Madrid, ritirarsi dalla politica.

Questi populismi, che potremmo definire “mimetici” rispetto agli altri, sono sì al tramonto. Ma quelli “originari”, diciamo così, nel loro cocktail di democrazia illiberale (com’è stata chiamata con qualche eufemismo) e plebiscitarismo (post) totalitario vero e proprio, non lo sono affatto, e prevedibilmente ci accompagneranno ancora per un pezzo.

Certo, la gestione “eroica” della pandemia – alla Trump, alla Bolsonaro, alla Johnson, prima che lui stesso fosse colpito dal virus – ha messo alla prova il mix di liberismo sfrenato e politica protezionistica (dazi e quant’altro) che è il mantra di questi uomini politici (e che è stato anche il contenuto più o meno manifesto della Brexit). Quando il mercato mondiale si blocca, e gli unici articoli imprescindibilmente richiesti sono i dispositivi di protezione e i vaccini, uno può anche seguitare a fare l’“eroe” a parole, ma la connessione con il “mercante” non riesce più. L’economia – già fiorente, come negli Stati Uniti di Trump – subisce un duro contraccolpo, e l’incubo dei morti fa calare i leader nei sondaggi o li conduce direttamente a perdere le elezioni.

In Europa, tuttavia, una forma di populismo che potremmo definire “parassitaria” rispetto ai difetti della costruzione dell’Unione, come potrebbe essere al tramonto? La sua crescita è avvenuta grazie a due fattori. Il primo stava nell’austerità europea, cioè nelle politiche di contenimento della spesa pubblica e di depressione della domanda interna seguite negli anni scorsi, in particolare dopo la crisi del 2008. Se si è costretti a tirare la cinghia, è abbastanza naturale che monti la rabbia e si dia credito agli agitatori nazional-populisti. Ora, questo fattore appare un po’ in secondo piano dopo il cambio di passo reso necessario dalla pandemia, ma non è affatto scomparso dall’orizzonte: basti pensare a come l’Europa – a causa proprio di una integrazione sovranazionale ancora insufficiente, che l’ha resa debole nella trattativa con le case farmaceutiche –, abbia avuto seri problemi nell’approvvigionamento delle dosi nei primi mesi della campagna vaccinale. Più decisivo, però, specialmente se pensiamo all’Italia e ai suoi molteplici populismi, è il secondo fattore: quello che consiste in un processo di trasformazione, ormai di lunga durata, della politica tout court. Questo processo comincia negli anni Novanta del Novecento (in Italia soprattutto con Tangentopoli, ma in senso più generale con la fine del mondo sovietico) e ha visto l’emergere di personaggi come Berlusconi, da una parte, e Putin (con il suo succedaneo in Orbán), dall’altra.

Che cosa hanno in comune personaggi tanto diversi? Di essersi presentati come homines novi e risolutori pressoché magici dei problemi dei loro rispettivi paesi: Berlusconi facendo dimenticare il suo precedente craxismo grazie alla propria potenza di fuoco mediatica; Putin riuscendo a non apparire quella finale deiezione di un infernale congegno burocratico-dispotico che è. Tutto ciò sullo sfondo di una estetizzazione della politica che tiene insieme l’accentuato personalismo della leadership (il mito dell’imprenditore che si è fatto da sé o quello del funzionario esperto in arti marziali) con la pratica quotidiana dei sondaggi (mi piace/non mi piace) e l’influenza esercitata tramite una pervasiva azienda dei media e della pubblicità, o mettendo in campo una rete di “guastatori” via Internet.

Sono dunque le forme del fare politica, prima ancora dei loro contenuti, a essere in gioco nei populismi. I populismi (per citare un’espressione di Togliatti riguardo al fascismo) sono infatti dei camaleonti: liberisti ma anche protezionisti, leaderistici fino al culto della personalità ma anche esaltatori della “sovranità popolare”, plebiscitariamente intesa. Gli inizi di questo fenomeno politico sono lontani. Risalgono addirittura a Napoleone (di cui quest’anno ricorre il bicentenario della morte), e soprattutto al Napoleone dei Cento giorni, necessariamente spostato “a sinistra” in quanto “imperatore dei francesi” per volontà del popolo, tenacemente anti-legittimista, irriducibile avversario della monarchia per volere divino.

Come volete che una cosa così grossa possa finire d’un colpo? Si pensi ai destini successivi del bonapartismo, a quel Luigi Bonaparte irriso da Marx, che tenne tuttavia le redini della Francia per una ventina d’anni; e si pensi soprattutto ai totalitarismi del Novecento (cioè al fascismo italiano, al nazismo tedesco, allo stalinismo sovietico) che sono certo altra cosa dal bonapartismo (sebbene questa categoria storica di derivazione marxiana fosse usata per interpretarli sia da Gramsci sia da Trockij), e però ebbero proprio in quello il loro incunabolo. Non solo un incunabolo, anche poi un surrogato riadattato ai tempi. Perón – che a ragione può essere detto l’inventore del populismo contemporaneo – era un militare ammiratore di Hitler e Mussolini (aveva trascorso un periodo di formazione nell’Italia fascista); ma negli anni Quaranta, nella sua Argentina, mise in campo una formula politica nuova: non esattamente una dittatura, quanto piuttosto un regime presidenziale basato sul voto popolare e su un rapporto privilegiato, di tipo corporativo, con il sindacato operaio. Da questo momento in avanti le acque si confondono: destra e sinistra non significano più nulla, si vanificano le categorie centrali della politica democratica, i partiti socialisti o comunisti sono messi fuori causa.

Naturalmente le cose nell’Europa contemporanea sono diverse (e bisognerà ritornare su questa diversità, così come sulle analogie con il Sudamerica). Però la matrice peronista, leaderistica e “sociale”, resta la formula dei nazional-populismi odierni. Alla lotta contro l’“oligarchia”, tipica del peronismo, si è sostituita quella contro l’élite europea; al razzismo, esplicito o implicito, si è sostituita la xenofobia anti-immigrati; ma, sia pure in combinazioni e gradazioni differenti, il beverone che i populismi vorrebbero farci ingurgitare è sempre lo stesso. Starebbe a una politica democratica e socialista – capace di restituire al presunto “popolo” le proprie connotazioni distinte, organizzando così la contesa intorno alle scelte di fondo di una comunità sovranazionale come sarebbe quella europea, federalisticamente unitaria e al tempo stesso socialmente conflittuale al suo interno – preparare un antidoto ai veleni demagogici messi in circolazione dai populismi.

Nella foto Juan Domingo Perón

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