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Superlega, una questione di immagine

I manager dei grandi team possono allestire grandi squadre solo mettendo in fila campioni o possono fare come l’Atalanta che ha fatto di veri carneadi dei fuori classe? Ma se la corsa a comprare la maglietta di Ronaldo riguarda tutto il mondo, chi compra quella di Ilicic?

20 Aprile 2021 Riccardo Cristiano  991

Si chiama Superlega. Anche i non appassionati di calcio sanno ormai che si chiama così il terremoto che dovrebbe creare una nuova competizione europea tra squadre “blasonate” ospiti fisse e poche altre, da loro scelte e a turnazione. Se ne parla da anni, ma lo spettro del fallimento da pandemia e il super prestito a lunghissimo termine e tasso quasi zero garantito dalla banca d’affari Jp Morgan la rende una scialuppa di salvataggio per i grandi club che sono a un passo dal precipizio. Quei soldi la padrona del calcio europeo, la Uefa, non può garantirli, offrendone (gratis) di meno e a più soggetti. Allora? E poi, perché ci interessa?

Proviamo a procedere con ordine per esprimere una semplice idea. La parola più usata per questa vicenda appare proprio abusata: è la parola “blasone”.  Delle sei inglesi che aderiscono alla Superlega dei blasonati ben quattro rischiano a oggi di essere fuori dalla prossima Champions League, l’attuale competizione tra le prime classificate dei vari campionati. Sono Tottenham, Arsenal, Liverpool e Chelsea.  E se poi il blasone riguardasse la storia allora bisognerebbe dire che l’Arsenal, il Tottenham, l’Atletico, il Manchester City non hanno mai vinto la Champions.

Più fondata è l’altra parola che citano tutti in queste ore in cui il calcio la fa da padrone. La parola in oggetto è “debiti”. Qui, se si considera che da un anno gli stadi sono chiusi e un biglietto di Champions costa da un minimo di 70 a un massimo di 300/500 euro si capirà che il danno è enorme. Il Real Madrid e il Barcellona, per esempio, accumulano in due quasi 2 miliardi di euro di debito. Il Barça ha un debito complessivo di 1,2 miliardi, 730 da estinguere entro pochi mesi. Il Manchester United adesso ha un passivo di 524 milioni di euro. Per la Juventus l’affare Ronaldo doveva essere ripagato dalla vendita di magliette del campione: ma con gli stadi chiusi chi le compra online? Così i 31 milioni netti d’ingaggio del portoghese sono diventati un salasso, l’investimento un guaio se non si va neanche in Champions e il Covid ha fatto chiudere il primo semestre 20/21 con una perdita di 113 milioni. Dunque la Superlega riservata ai grandi club d’Europa – non tutti come vedremo – per loro vuol dire “salvezza”, parola di solito riservata ai piccoli club.

Qui emerge un problema: i manager dei grandi team possono allestire grandi squadre solo mettendo in fila campioni? Non possono fare come l’Atalanta che ha fatto di veri carneadi dei grandi campioni? È vero, ma è vero anche che se la corsa a comprare la maglietta di Ronaldo riguarda tutto il mondo, chi compra quella di Ilicic? È il business nel business più che dello spettacolo.

Ma la parola debiti non basta a capire perché interessarsi di questa vicenda, anche se sono debiti che ci riguardano trattandosi di un’industria che produce lavoro in tutti i paesi europei. La sola Juventus credo che dia lavoro a 300 persone, che la domenica arrivano a mille. Se si aggiungono tutte le altre società si avrà un ordine di grandezza. Ma non basta, c’è altro. E questo altro è in un’altra parola: immagine. Immagine per i presidenti, che non sembrano star lì per amore di squadra né per imparare a gestire i debiti. Debito non è parola di casa per gente come il padrone del Tottenham, Joe Lewis, patrimonio stimato in 4,5 miliardi di sterline, residenza alle Bahamas in uno yacht alto 67 metri, collezionista di Picasso, Chagall e Mirò. Se si vuole capire il mondo d’oggi bisogna capire gli odierni imprenditori e una galleria dei proprietari dei grandi club che vogliono dar vita alla Superlega aiuterebbe a capire in che mondo viviamo. Accanto a Joe Lewis non si dovrebbe trascurare la vita del patron del Real Madrid, Florentino Peretz. Potrebbe lasciare, certo, ma a questo self made man l’immagine acquisita in lunghi anni alla guida dei Galaticos, dove si scrive che abbia modificato a sua immagine e somiglianza le regole per candidarsi alla presidenza, non sarà stata utile per arrivare a offrire con la sua società di costruzioni 10 miliardi di euro per Atlantia e avere un patrimonio personale di 2,2 miliardi di euro? In questo contesto non ci si può dimenticare del padrone del Manchester United, Joel Glazer, americano, contestato da subito dai suoi tifosi: Glazer pagò 1,4 miliardi di euro lo United, ma scaricando i debiti contratti sulla società comprata. Insomma, erano prestiti garantiti dal patrimonio del club. Ora è in ballo, ma la sua squadra rischia il tracollo.

Il grande calcio si deve salvare e per farlo non ha che il suo vero, enorme potere: e cioè l’immagine. L’immagine interessa soprattutto chi non ce l’ha. Pensiamo ai nuovi protagonisti del calcio mondiale: si è cominciato con gli oligarchi russi. All’inizio molti hanno detto che gli oligarchi hanno difeso immense fortune, nel calcio. Poi sono arrivati gli sceicchi: sanno che domani la rendita petrolifera finirà, meglio usarla per farsi “un’immagine”: e cosa c’è di più rapido ed efficace del calcio? Arrivati a questo punto il discorso si fa davvero intrigante perché dall’altra parte della barricata calcistica, cioè in Svizzera, dove si trovano Uefa e Fifa, le grandi federazioni europea e mondiale del calcio, hanno sudato le famose sette camicie per far disputare la prossima coppa del mondo in Qatar. Ci vuole coraggio. Certo, il Qatar sta costruendo stadi mai visti, sebbene i lavori non procedano proprio nel rispetto delle “migliori condizioni” per i lavoratori. Ma, per giocare proprio in Qatar, per la prima volta nella storia tutti i campionati nazionali dovranno fermarsi a dicembre/gennaio, non a giugno/luglio. Mica vorrete giocare in Qatar a 50 gradi centigradi…. È proprio il Qatar che deve richiamare la nostra attenzione. Dopo aver acquistato il Paris Saint Germain, con tanto di pubblico accollamento del faraonico contratto dell’asso Neymar, il PSG si è schierato contro i grandi ribelli, con i vertici europei: come mai? Forse i buoni rapporti tra UEFA e Qatar possono dire qualcosa: per Doha i debiti del PSG potrebbero non essere un grave problema, conta di più l’immagine per reinventarsi un futuro mentre al contempo si è alla guida di quei Fratelli Musulmani pochi amati in Europa, quanto meno non quanto Neymar. Dietrologia? Comunque il PSG non è nella cordata dei big che vogliono mettersi in proprio, come non c’è l’altra vera big, il Bayern di Monaco. È curioso parlare di Superlega senza il PSG, candidato alla vittoria di questa Champions e senza il Bayern, campione in carica, campione del mondo e squadra con i bilanci in ordine. Ma il Bayern ha anche il suo presidente Rumenigge in posizione cruciale nel sistema Uefa.

La questione Qatar però non finisce qui. Tra i dissidenti spicca infatti la grande compagine inglese di proprietà dei rivali arabi del Qatar, gli Emirati Arabi Uniti. Come il Qatar si occupa della sua immagine anche loro, gli Emirati, si occupano della loro e non apprezzano il balzo d’immagine dei rivali di Doha. Ecco allora che diventa molto interessante l’ipotesi, accennata ieri a La7, che tra chi ha promesso fondi ai dissidenti per costruire la loro competizione alternativa ci sarebbe anche l’Arabia Saudita. Voce plausibile, non solo perché Riad è da tempo che tenta di entrare nel business del calcio con l’acquisto, osteggiato, del britannico Newcastle, ma anche perché è ai ferri corti con il Qatar, non gradisce essere scavalcata dagli Emirati ed ha un disperato bisogno d’immagine. Se Bin Salman ha voluto Renzi a Riad cosa farebbe per una maglietta con il suo volto accanto a quello di Cristiano Ronaldo o di chi preferite?

Insomma, la guerra tra i grandi poteri del Golfo sembra avere più peso di quanto si dica nel futuro del calcio, ma questo è affar loro. Affar nostro è capire che imprese e che capitani d’azienda abbiamo: le tv nazionali sono sparite, i capitali sono stranieri, i capitani rimasti che immagine hanno di noi? L’industria del calcio è la spia di una delocalizzazione che fa dell’Europa la terra di conquista di banche d’affari e Stati alla ricerca di utili e immagine per reinventarsi un domani. Noi?       

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