Scorrendo la stampa nazionale e internazionale, si constata un crescendo di attacchi contro il governo cinese e, più precisamente, contro il suo ruolo nell’attuale assetto globale in piena evoluzione. Molti hanno potuto pensare che fosse conseguenza delle pratiche da magliaro di Trump e del “codismo” di un’Europa senza una vera strategia autonoma. Ma con la nuova presidenza degli Stati Uniti, non c’è stato alcun effettivo cambiamento, almeno negli argomenti utilizzati nel confronto con le autorità cinesi.

C’è un documento che offre un’opportunità di riflessione sugli elementi essenziali di una certa narrazione sui mali del mondo attribuibili alla Cina. È il rapporto annuale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti al Congresso, reso pubblico il 21 agosto 2020. È un’analisi del presente e del “probabile futuro” sviluppo militare-tecnologico dell’esercito cinese (People’s Liberation Army, PLA) nei prossimi venti anni. I toni e gli elementi di analisi contenuti favoriscono una visione minacciosa – da un punto di vista militare – della Cina, poiché la Cina rappresenterebbe “una sfida crescente per gli Stati Uniti”.

Il rapporto sostiene che la situazione dell’esercito cinese non era delle migliori fino a poco tempo fa: “Le forze terrestri, aeree e navali del PLA erano considerevoli, ma per lo più obsolete. I suoi missili convenzionali erano generalmente di corto raggio e di modesta precisione (…). Le capacità informatiche rudimentali; il suo uso della tecnologia dell’informazione era molto indietro e le sue capacità spaziali nominali erano basate su tecnologie obsolete per l’epoca. Inoltre, l’industria della difesa cinese faticava a produrre sistemi di alta qualità…”. Quindi niente di particolarmente minaccioso.

Ma nel 2017 il segretario generale del Partito comunista cinese Xi Jinping ha annunciato che l’obiettivo della PLA è di diventare una world-class military alla fine del 2049, cioè fra una trentina d’anni. Per gli strateghi del Pentagono si tratta del tentativo di avere un esercito “uguale se non superiore” a quello statunitense: anzi, secondo gli analisti del Pentagono, “la Cina è già avanti agli Stati Uniti in alcuni settori”.

Il rapporto afferma che “il PCC ha incaricato il PLA di sviluppare la capacità di proiettare il potere al di fuori dei confini della Cina e dell’immediata periferia, per assicurare i crescenti interessi della Repubblica popolare cinese all’estero e promuovere i suoi obiettivi di politica estera”. Affermazione, questa (peraltro senza riscontri sulle effettive capacità dell’esercito cinese di trasformarsi in esercito di invasione), che prefigura l’uso della forza da parte cinese per aggredire altri paesi, forse per invadere Taiwan. E ancora: “Una rete logistica militare globale del PLA potrebbe interferire con le operazioni militari degli Stati Uniti e fornire flessibilità per sostenere operazioni offensive contro gli Stati Uniti”. Al momento, la Cina ha una sola base con presenza dell’esercito all’estero, a Gibuti. Ma la vera preoccupazione, ricordata a più riprese nel Rapporto, resta la presenza politica della Cina nella politica globale. “Nel 2019, la Cina ha intensificato i suoi sforzi per far progredire il suo sviluppo generale, compreso il consolidamento della sua crescita economica, il rafforzamento delle sue forze armate e l’assunzione di un ruolo più attivo negli affari globali”. Il ruolo del governo di un miliardo e quattrocento milioni di persone non dovrebbe pretendere un ruolo più attivo negli affari globali, pur rappresentando circa un quinto dell’intera popolazione mondiale.

C’è da chiedersi quale idea del pianeta guidi le riflessioni delle élite dominanti negli Stati Uniti. Ma, da un punto di vista strettamente militare, “(…) le capacità e le strategie evolutive del PLA continuano a rafforzare la capacità della Repubblica popolare cinese di contrastare un intervento di un avversario nella regione indopacifica…”. Quindi nessuna aspirazione imperiale ma solo strumenti di difesa dei confini del paese, però in un’area di fondamentale interesse strategico per l’Occidente. La finalità sembra essere dunque quella di mantenere una forte pressione militare sulla Cina, anche a rischio di provocare uno scontro diretto.

Ancora alcuni argomenti del Rapporto adatti a costruire il nemico perfetto: “Tra le grandi potenze, la Cina sostiene che un nuovo quadro di relazioni è necessario per costruire uno ‘sviluppo stabile ed equilibrato’ tra le potenze – in sostanza un sistema multipolare. Questo probabilmente si riferisce all’importanza che la Cina attribuisce al sostegno dei Paesi in via di sviluppo all’interno delle organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, la Fao e altre…”. Non piace agli Stati Uniti, come del resto all’Unione europea, l’idea stessa di riforme del sistema intergovernativo multilaterale anche se, in concreto – come nel caso del nuovo direttore generale della Fao –, le riforme proposte non sono né profonde né “comuniste”, ma al contrario favoriscono la presenza del settore privato multinazionale occidentale nella Fao stessa, quasi un prolungamento dell’idea di Trump sul governo delle imprese come sostituzione del governo degli Stati. Tuttavia la strategia di politica internazionale, da parte della Cina, viene letta dal Dipartimento della Difesa come una copertura per sostenere una modernizzazione militare.

E ancora:“La Cina continua a minare l’integrità dell’impresa di ricerca scientifica e tecnologica degli Stati Uniti attraverso una serie di azioni come l’accaparramento silenzioso di risorse e proprietà intellettuale (…). La Repubblica popolare cinese sfrutta gli investimenti stranieri, le joint venture commerciali, le fusioni e le acquisizioni, lo spionaggio industriale e tecnico sponsorizzato dallo Stato e la manipolazione dei controlli sulle esportazioni per la diversione illecita di tecnologie a doppio uso”. Siamo di fronte a una lotta tra modelli diversi di capitalismo, a una battaglia secondo le regole del libero mercato e della globalizzazione; ma nessuno deve interferire con le capacità di intervento militare degli Stati Uniti.

Va ricordato, inoltre, che le preoccupazioni della Cina sulla stabilità dei propri confini sono aumentate dopo che le forze degli Stati Uniti e della Nato hanno iniziato a ritirarsi dall’Afghanistan nel 2014, in particolare le preoccupazioni circa i vari gruppi terroristici che dall’Afghanistan si spostano nella provincia cinese dello Xinjiang.

Il Rapporto affronta poi argomenti legati alla difesa dei diritti umani, in particolare delle regioni di confine all’ovest secondo i dati del Country Reports on Human Rights Practice’s 2019 del Dipartimento di Stato americano e non su quello del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Un metodo contestabile visto che, secondo Amnesty, “(…) il governo americano si è ampiamente distaccato dal sistema internazionale dei diritti umani, tra l’altro decidendo di abbandonare il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e riducendo complessivamente i suoi contributi finanziari alle Nazioni Unite. A partire da gennaio 2018, gli Usa si sono rifiutati di rispondere alle numerose comunicazioni degli esperti delle Nazioni Unite o di accettare le loro richieste di invito per svolgere visite ufficiali. In una lettera indirizzata ad Amnesty International, datata luglio 2019, il governo americano ha affermato che la sua linea attuale era di collaborare alle procedure sui diritti umani delle Nazioni Unite soltanto quando queste fossero ‘vantaggiose per gli obiettivi di politica estera degli Usa’, rifiutandosi, pertanto, di cooperare con il meccanismo di esame sulla situazione dei diritti umani in territorio statunitense”. (Qui il Rapporto annuale 2019-2020 di Amnesty).

Molte delle informazioni usate dalla narrazione corrente per giustificare azioni contro la Cina e il governo cinese sono tratte proprio dal Rapporto curato dai militari americani (da cui in questo articolo sono stati estratti alcuni passaggi), facendo dubitare della buonafede di chi li riprende. Non ci si riferisce qui alle dichiarazioni estemporanee di politici sull’origine del Covid, ma – cosa più grave – alle prese di posizione della Unione europea e del parlamento europeo, agli articoli giornalistici spesso privi di citazione di fonti certe, indipendenti, autonome. La questione non è essere pro o contro la Cina; la questione è come sono assecondate strategie che costruiscono la minaccia, la paura, in definitiva il nemico.