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Lo spauracchio del salario minimo

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Idrocarburi e neocolonialismo: focus sulla Nigeria

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Rinnovabili, l’Europa punta al sole e rivoluziona le autorizzazioni 

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Dopo la Brexit, il Regno Unito a rischio implosione?

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L’Unione europea e la difficile revisione dei trattati

Il processo di unificazione europea è notoriamente un esperimento ancora in corso, e al tempo stesso un ambito in cui si sta testando la...

Il futuro dell’Europa secondo Draghi

Il discorso che Mario Draghi ha pronunciato di fronte al parlamento europeo, lo scorso 3 maggio, è denso di spunti, pur se connotato, come d’abitudine, dalla burocratica asciuttezza che caratterizza il presidente del Consiglio. Nell’allocuzione – che mescola elementi eterogenei in maniera poco lineare e a tratti confusa – predomina un sentimento di urgenza: emerge una non nascosta ansia per la piega che gli eventi stanno assumendo. Draghi individua una sommatoria di elementi di crisi che minacciano l’Unione: dalla guerra in Ucraina all’innalzamento dei prezzi dell’energia, dalla crisi dei rifugiati all’inflazione, alternando temi di geopolitica e di economia.

L’idea guida del discorso è che lo stato in cui versano le istituzioni europee sia sostanzialmente “inadeguato” a fare fronte a una tempesta dai molteplici aspetti, e che si debba quindi “accelerare il processo di integrazione”. Questo sia rivedendo, in parte, i contenuti dei trattati, sia ripensandoli sotto il profilo formale. Occorrerebbe, infatti, procedere oltre il principio di unanimità e andare verso decisioni prese a maggioranza qualificata, in modo che il parlamento europeo sia in grado di deliberare in tempi ragionevoli.

In Francia una parvenza di unità a sinistra

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Pressione pacifista sull’Unione europea?

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L’America latina condanna la guerra ed elude le sanzioni

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Un riarmo discutibile e in ordine sparso

I venti di guerra che, da oltre un mese, soffiano pericolosamente forti vicino alle frontiere hanno riaperto una questione rimasta in sospeso per decenni: quella del riarmo dell’Europa. Per una serie di ragioni – cui non sono estranee riserve dei singoli Stati, abitudine a dipendere dall’ombrello americano, e una certa riluttanza postbellica nell’affrontarlo –, il problema della creazione di una forza militare europea è restato ai margini del dibattito sulla costruzione dell’Europa unita. Gli stessi accordi di Helsinki del 1999, che avrebbero dovuto avviare la costruzione di una difesa comune, rispecchiano fino in fondo queste ambiguità.

Notava già anni fa il generale Fabio Mini che quello che venne salutato come il momento fondativo di un esercito europeo, in realtà si è poi articolato in una serie di norme che hanno de facto impedito la costituzione di un esercito autonomo, finendo per delegare in toto la difesa europea alla Nato. Da Helsinki uscì unicamente una struttura burocratica, peraltro arenatasi rapidamente, dato che il contingente previsto dagli accordi può essere utilizzato solo con l’assenso e l’unanimità di tutti i Paesi membri dell’Unione: ed è – più che un esercito in senso stretto, inteso come una entità con una preparazione comune, tecnologie condivise, esercitazioni e manovre – una sommatoria di contingenti più o meno raccogliticci forniti dai singoli Paesi.