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Home » Editoriale » Tajani cameriere di casa Berlusconi

Tajani cameriere di casa Berlusconi

13 Aprile 2026 Rino Genovese  880

C’è poco da fare, uno può credersi capo di partito, perfino ministro degli Esteri, essere stato addirittura presidente dell’europarlamento, ma essere poi sempre rimasto un cameriere, al massimo, diremo così, un maggiordomo. È quanto capitato all’ex giovane monarchico, mezzo fascista, a nome Antonio Tajani, uno dei personaggi più vuoti dell’attuale armata Brancaleone di governo, di recente chiamato a rapporto dai suoi padroni, gli eredi dell’impero berlusconiano.

Resta una delle anomalie più macroscopiche di tutte le cosiddette democrazie occidentali: Mediaset è un oligopolio che non si limita a essere un gruppo di attività economiche incentrate sul delicato nodo dell’editoria e dell’informazione – vera forma di egemonia dispiegata, questa, senza bisogno di ricorrere al mezzuccio delle nomine in posti di preminenza nelle istituzioni culturali, come fa l’underdog Meloni –, no, ha un suo partito, nato come possedimento personale ed evoluto a partito di famiglia. In Francia, l’editore di estrema destra Bolloré (sponsor tra l’altro del “vampiro” Éric Zemmour) non arriva a tanto. Ha reti televisive, giornali, ma non una sua propria formazione politica: così, almeno formalmente, l’autonomia della politica – quest’araba fenice… – è salva. In Italia, invece, la politica è stata a lungo dominata, nel ventennio berlusconiano, da un’agenzia privata, che – nella colpevole mancanza di una legge sul “conflitto di interessi” e di un’altra sull’organizzazione dei partiti – ha fatto il bello e il cattivo tempo, prendendo parte, in modo determinante, a governi di vario colore. Nemmeno i puri antiberlusconiani a 5 Stelle hanno fatto qualcosa per riparare all’anomalia. E la morte del suo fondatore non ha modificato nella sostanza la situazione.

Che un carisma potesse essere ereditato lo pensava già Max Weber: da Gesù Cristo, infatti, sono venute fuori le sette e le chiese cristiane. Ma che una mediocre investitura di tipo plebiscitario – come quella tributata, nella qualunquistica Italietta del dopo Tangentopoli, al protagonista di multiformi attività economiche probabilmente connesse con la mafia, padrone infine di reti televisive nazionali grazie ai favori dell’amico Bettino Craxi – potesse arrivare a essere anch’essa ereditaria, neppure Weber l’aveva previsto. Eppure la stessa esistenza del personaggio Tajani sta lì a dimostrarlo. Con un sistema di vassallaggio, basato in parte sul “nome del padre” e, per un’altra, sul semplice potere del denaro (Forza Italia non esisterebbe senza le fideiussioni bancarie garantite dai Berlusconi), l’oligopolio di cui Tajani è un servo è emblema di quello che può essere detto il capitalismo feudale. È del resto una delle grandi tendenze del capitalismo da sempre: dare vita non a quel mondo di cui chiacchierano i liberali, tutt’al più a un insieme di potentati organizzati gerarchicamente.

Ma che cosa è andato a fare Tajani nella sede di Mediaset? Non lo sappiamo precisamente; possiamo solo ipotizzare che i suoi padroni, scontenti del risultato del referendum su cui tanto avevano puntato, stiano pensando di esautorare, a poco a poco, il fidato maggiordomo: o per sostituirlo con un altro o per ripetere – quale dei due, il figlio o la figlia? – la famosa “discesa in campo” del padre (altra peculiarità tutta italiana che la politica abbia mutuato parte del suo lessico dal gioco del calcio). Per il momento, però, ci si sta limitando a fare fuori i precedenti capigruppo parlamentari: al Senato, al posto di Gasparri, è già arrivata l’amica di famiglia Stefania Craxi (bel passaggio di consegne! da un ex esaltatore di Mussolini, traditore del Partito socialista, alla figlia del suo definitivo distruttore), e alla Camera vedremo.

Sarà da seguire con attenzione questa vicenda. Perché – lo stratega Matteo Renzi lo ha già detto chiaramente – il partito berlusconiano potrebbe fungere da ago della bilancia, centro di quello pseudo-grande centro, di cui vagheggiano da alcuni secoli i centristi delle diverse sponde. E ciò senza neppure rompere l’alleanza di destra alle prossime elezioni; no, successivamente, in parlamento, accogliendo infine l’invito a nozze del criptoberlusconiano fiorentino, per condizionare, o meglio impedire, qualsiasi possibile politica di sinistra.

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TagsAntonio Tajani Bettino Craxi capitalismo feudale Mediaset Rino Genovese Stefania Craxi

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