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Home » Articoli » Orbán va a casa, l’Ungheria torna “normale”

Orbán va a casa, l’Ungheria torna “normale”

Vince Magyar, un liberal-conservatore che farà pace con un’Europa peraltro apatica su tutti i fronti

13 Aprile 2026 Vittorio Bonanni  675

L’Unione europea si è liberata di un fascista. Come largamente previsto (vedi qui), ieri l’Ungheria democratica ha battuto un presidente autoritario e liberticida come Viktor Orbán e il suo partito Fidesz (Unione civica ungherese), travolti da un’affluenza mai così alta: 77% degli aventi diritto, superiore a quella del 1990, quando si votò per la prima volta dopo la caduta del regime filosovietico. Consacrato come leader indiscusso, Péter Magyar – quarantenne, avvocato, europeista – alla testa di Tisza (Partito del rispetto e della libertà), già esponente di Fidesz. I numeri parlano chiaro: Tisza ha conquistato 138 seggi, Fidesz soltanto 54, sette il partito di estrema destra Mi Hazank Mozgalom (Movimento patria nostra), che, in caso di vittoria di Orbán, avrebbe potuto essere un suo alleato.

Magyar potrà disporre di quei due terzi dei seggi in parlamento, necessari per cambiare – attraverso un annunciato referendum popolare – una Costituzione che, in sedici anni di governo, Orbán aveva modificato, introducendovi importanti elementi di autoritarismo. Oltre al ripristino di una Carta degna di un Paese democratico, l’Ungheria dovrà trovare una nuova collocazione nell’Unione e nella Nato, così da scavare un fossato nei confronti dei diversi regimi autoritari che imperversano sul pianeta – da Trump a Putin, passando per le varie forze di estrema destra del vecchio continente, al governo o all’opposizione nei ventisette Paesi membri della Ue. Al riguardo, la sconfitta di Orbán toglie di mezzo un regime che ha sempre utilizzato la regola dell’unanimità per bloccare ogni decisione anti-sovranista, e permetterà a Budapest di usufruire di nuovo di quei fondi – circa venti miliardi di euro – che l’Unione aveva bloccato per via della corruzione, delle violazioni dello Stato di diritto, dell’attentato all’indipendenza della magistratura e alla tutela dei diritti fondamentali.

Il sistema elettorale ungherese prevede, su 199 seggi complessivi, l’assegnazione di 106 attraverso collegi uninominali e i restanti con un sistema proporzionale. La campagna elettorale è stata caratterizzata, come previsto, da accuse reciproche di interferenze elettorali, sia da parte di Bruxelles a favore del vincitore, sia di Mosca a sostegno di Orbán, l’alleato che ha trasformato il Paese mitteleuropeo in una sorta di cavallo di Troia putiniano in Europa. Accuse in entrambi i casi ampiamente fondate. Legatissimo al gruppo europeo dei popolari, Magyar rappresenta una vera e propria rivincita dell’Europa – e dell’Ucraina – contro la consolidata amicizia tra Orbán e Putin, e tra lo stesso Orbán e un inquilino della Casa Bianca in crisi di consenso.

Anche nella geografia politica europea le cose sono destinate a cambiare. Per quanto riguarda i Paesi dell’asse di Visegrad – l’alleanza nata nel 1991 tra la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica ceca e la Slovacchia, per promuovere la cooperazione tra ex Paesi comunisti e la Nato e l’Europa, presto trasformatasi in un asse sovranista e fascistoide –, il successo di Magyar li vede privati del loro principale rappresentante, mettendo altresì in difficoltà il tedesco Manfred Weber, esponente dell’Unione cristiano-sociale e presidente del gruppo dei popolari europei, attento al dialogo con i “patrioti” tra cui milita Fidesz.

A favorire la vittoria di Magyar, ha contribuito una situazione economica precaria. Negli ultimi vent’anni, la crescita ungherese è stata la metà di quella degli altri Paesi del gruppo di Visegrad, mentre, nel 2023, il Paese ha conosciuto una recessione dello 0,8%, e un’inflazione intorno al 17% annuo, anche se in previsione dovrebbe abbassarsi, e una modesta crescita economica, solo dello 0,7%, destinata però ad aumentare nei prossimi anni. Il potere d’acquisto della popolazione ungherese si è così notevolmente ridotto, aggiungendo un altro elemento di insofferenza nei confronti di Orbán.

Come hanno dimostrato le piazze e le strade piene di gente festante in tutta l’Ungheria, le aspettative nei confronti di Magyar sono ora altissime. Sia appunto per quanto riguarda il rilancio di un’economia in sofferenza, sia, come abbiamo detto, per le gravi criticità democratiche provocate da Orbán, e dimostrate plasticamente dall’arresto dell’attivista antifascista italiana, Ilaria Salis, salvata da potenziali ventiquattro anni di carcere grazie all’elezione nell’assemblea di Strasburgo come parlamentare nelle liste dell’Alleanza verdi-sinistra.

Il nuovo presidente – che durante la campagna elettorale non si è esposto più di tanto su alcuni temi divisivi, come i diritti Lgbtq+ e l’immigrazione, evidentemente timoroso di perdere i voti più conservatori ­–, dopo l’annuncio della vittoria si è invece sbilanciato, diciamo così, a sinistra, anche considerando che tutte le altre forze progressiste hanno evitato di presentarsi per scongiurare una frammentazione che avrebbe potuto nuocere al candidato anti-Orbán. Sul fronte bellico, difficile immaginare una sua battaglia per cambiare una politica europea ostile a ogni apertura diplomatica con la Russia, che però, prima o poi, dovrà essere presa in considerazione, visto il fallimento di Trump al riguardo. Su questo fronte, con il cambio della guardia a palazzo Sándor, non ci sarà alcun beneficio. A conferma che, sul drammatico conflitto in casa europea, l’iniziativa dell’Unione continuerà, malgrado tutto, a essere inesistente.

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