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Askatasuna: una chiusura preventiva?

22 Dicembre 2025 Agostino Petrillo  1353

Cosa ci racconta la vicenda di Askatasuna? In apparenza, si inserisce in un percorso in atto da tempo: va ad aggiungersi alla lista già lunga dei centri sociali “storici” chiusi negli ultimi anni. Dallo Zapata genovese, al Leoncavallo, di cui abbiamo già parlato (vedi qui). D’altra parte, era da tempo immemorabile che la Lega e Fratelli d’Italia insistevano sulla necessità di chiudere “covi di delinquenti”, responsabili, a loro dire, di ogni genere di nequizia, dalla violenza metropolitana al consumo di droga, fino al sabotaggio dei treni ad alta velocità. Vecchi nemici con cui, una volta giunti al potere, regolare i conti alla prima occasione. Una lettura plausibile quella di una volontà mirata, di una continuità nel perseguire un progetto nazionale di estirpazione, anche se le diverse realtà in questione, distribuite nell’ex triangolo industriale incarnavano mondi e progetti tra loro diversi.

Difficile mettere sullo stesso piano il Leonka, immerso in un contesto travagliato e in rivoluzionamento come quello milanese contemporaneo e, con mille distinguo, lo Zapata o il Buridda a Genova, con Askatasuna. Nei decenni trascorsi dalla loro fondazione, i vecchi centri sociali erano diventati qualcosa di nuovo rispetto al passato, legandosi in maniera diversa ai territori circostanti e a contesti urbani tra loro sempre più distanti per economie e struttura sociale. In particolare Askatasuna, in una Torino in crisi profonda, segnata da processi di netta divisione sociale, era andato costruendo, negli anni, una rete solidale di quartiere molto importante, di cui l’amministrazione della città aveva dovuto prendere atto. Al momento dello sgombero, infatti, era in corso un processo per rendere lo spazio occupato un bene comune, di cui si era fatto carico un comitato di garanti tra cui docenti universitari e figure del mondo culturale e artistico (un po’ il modello che aveva provato a inaugurare Don Gallo a Genova quasi vent’anni fa). Il sindaco Lo Russo rappresentava una figura chiave in questo progressivo “restituire alla città” l’edificio. Poi, ecco giungere l’intervento muscolare e la repressione dei militanti.

Secondo i comunicati del ministero dell’Interno, che ha scavalcato completamente il primo cittadino obbligandolo a una miserevole e repentina marcia indietro e alla ritrattazione del processo di “regolarizzazione” in corso, la giustificazione dell’operazione parrebbe risiedere nell’attacco al quotidiano “La Stampa”, e nei timori legati alla radicalizzazione in senso “pro-pal” di alcuni esponenti del centro. Forse però le cose stanno anche in altro modo.

I passaggi d’epoca a volte non sono scritti sul calendario, ma sono scanditi da eventi di cui sul momento si fatica a cogliere pienamente la rilevanza. Così, quello che è successo nei giorni scorsi con la chiusura di Askatasuna ci parla del profilarsi di un tempo nuovo, che bisognerebbe con ogni forza scongiurare. Un tempo di guerra, un tempo di omologazione, un tempo di Anpassung, come si diceva nella Germania nazista, in cui viene richiesto di mettersi in linea, di fare tutti un passo avanti. Chi non si adegua non ha diritto di parola, di presenza politica.

Certo, non si possono mettere sullo stesso piano la chiusura con deliberata esibizione di forza (hanno costruito un muro davanti all’ingresso!) del centro sociale torinese con la delegittimazione di figure di intellettuali critici, che è stata ricorrente negli stessi giorni sui quotidiani; ma è difficile sottrarsi alla sensazione sgradevole che ci sia una relazione, e che questo non sia che un antipasto di altre misure analoghe a venire. L’ambiguo ricorso alla questione della sicurezza, esibito e ripetuto ad nauseam, trova nella temperie del pre-conflitto il migliore momento storico per fondere insieme i due tradizionali aspetti del concetto: quello “esterno”, che si occupa dello Stato in rapporto ad altri Stati, delle relazioni internazionali e delle frontiere, e quello “interno” che invece insiste sulla criminalità e sulla violenza urbana. Di questo incrocio tra i due piani dell’universo sicuritario ha fatto probabilmente le spese Askatasuna. E quel che più preoccupa non è tanto l’operare del governo, che in fondo – sia pure dando fiato alle trombe e battendo sulla grancassa – fa quello che ci si potrebbe aspettare, ma l’atteggiamento dell’opposizione. A partire dalle scempiaggini dette da Conte ad Atreju, passando per il voltagabbana Lo Russo (su cui è immaginabile siano state esercitate forti pressioni perché desse il placet all’operazione), fino a esponenti del Pd come Franceschini, che riprendono (intervista al “Corriere” di qualche giorno fa) pedissequamente le tematiche della sicurezza agitate dalla destra.

Il conflitto sociale che dovrebbe essere il sale dei sistemi democratici viene percepito con fastidio, come una molestia, trasformando il dissenso politico in minaccia. Non si tratta quindi solo di difendere l’“ordine pubblico”, ma di cancellare quel che infastidisce, di eliminarlo dall’orizzonte, trattando realtà politiche radicate alla stregua dei poveracci che vengono cacciati dai centri storici in nome del “decoro” mediante il Daspo urbano. Non si tollerano forme di conflitto interno, e si prova a cancellarle. Poi arriva una manifestazione di protesta di oltre diecimila persone, che la stampa (già in buona parte allineata) sminuisce mettendo in risalto qualche circoscritto tafferuglio e qualche agente ferito. Il tutto in una logica di irrigidimento, di ricorso alla forza, anche quando è evidentemente inutile, della costruzione di una logica di amico/nemico, di cui la vicenda di Gaza e delle mai digerite manifestazioni dell’autunno scorso è solo un elemento.

C’è uno scivolamento verso forme di intolleranza della critica, un tentativo neppure troppo mascherato di “mettere in forma” una società in cui si moltiplicano i conflitti, in cui cresce la povertà. Si attaccano centri sociali e occupazioni, mentre ci sono centomila sfratti esecutivi nel Paese, si chiudono realtà che fanno lavoro sociale in quartieri in crisi invece di “istituzionalizzarle”, com’è stato fatto da decenni in Germania. Magari agitando lo spettro logoro di anni di piombo finiti da mezzo secolo, o scatenando orde di troll (pagati da chi?) sui social.

Lo sgombero e la chiusura di Askatasuna assumono allora i contorni di una misura preventiva, volta a evitare il crearsi e il consolidarsi di “isole” territoriali di contestazione e di potere dal basso. Il rafforzamento della democrazia e delle sue istituzioni dovrebbe invece andare di pari passo con il rafforzamento della capacità di risolvere i conflitti in modo costruttivo, trascendendo ogni differenza, e ricorrendo al dialogo, come invocava in un’intervista Massimo Cacciari.

Chi non sa tollerare opinioni diverse difficilmente si preoccuperà di preservare i valori democratici fondamentali. I partiti politici, governo e opposizione, dovrebbero prendere sul serio la diversità delle questioni che riguardano i cittadini, invece di concentrarsi su priorità unilaterali o polarizzanti, che non fanno che accrescere una tensione sociale che da ogni parte ormai si vede montare. Sempre che la democrazia sia ancora il sistema migliore per orientarsi in un mondo uscito dai binari, intrappolato in una rete sempre più fitta di crisi che si rafforzano a vicenda, scuotono le strutture esistenti e ci trascinano in un’era di incertezza. Ma per quanto opprimenti possano sembrare le attuali costellazioni di crisi, e per quanto impreparati a fronteggiarle noi tutti siamo, è anche vero che molte delle sfide, che oggi vengono riassunte con termini come “policrisi” o crisi di egemonia, si riflettono nelle esistenze, si riverberano negli spazi delle città. Sono drammaticamente evidenti in quartieri in cui è sempre più spesso diagnosticato l’aumento della polarizzazione e del populismo, si constata una crescente alienazione tra cittadini e politica, e la progressiva frammentazione del discorso pubblico, ridotto a un quasi non udibile balbettio di fondo. La politica istituzionale sembra però scarsamente preoccupata della crescente incapacità di affrontare i problemi sociali in modo collettivo e costruttivo, un disinteresse che non fa presagire nulla di buono. E bisogna stare molto attenti. Chi non è in grado di spendere oggi una parola in difesa del dissenso, difficilmente parlerà domani.

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