Che cosa direbbe Enrico Cuccia, il finanziere che ha segnato la storia del capitalismo italiano, del risiko bancario? Non potendolo intervistare (è scomparso nel 2000) possiamo solo evocarlo, ricordandolo come un importante uomo di potere, l’artefice di quella Mediobanca oggi al centro delle cronache, e che nel passato è stata lo snodo fondamentale dello sviluppo dell’industria e della finanza nazionali. Sarebbe divertente fare il gioco dello “scopri le differenze” tra quel capitalismo del “salotto buono” e il capitalismo attuale fatto di crisi continue, assenza di visione del futuro e soprattutto di beghe di potere nascoste (e favorite) dietro le scelte del governo di destra. Con questo, ovviamente, non diciamo che quel capitalismo fosse migliore di quello di oggi, che appare – però – solo come una giungla inestricabile di interessi più o meno nascosti, e che vede sul palcoscenico mediatico personaggi che poco hanno a che fare con i destini della mitica nazione.
Cuccia era il simbolo del potere e non lo si può certo ricordare come un esempio di bontà, di solidarietà verso il prossimo o di altruismo. Aveva però delle convinzioni morali che ha cercato di praticare all’epoca dell’avvento del “quarto capitalismo”, quello delle “multinazionali tascabili”. Come ci raccontano i libri di storia, si chiedeva quale fosse il modo più corretto ed efficiente di allocare le risorse finanziarie. Si chiedeva, cioè, se fosse vincente quella impostazione della finanza che aveva visto le banche concedere montagne di finanziamenti a tassi agevolati a imprenditori pubblici e privati poco meritevoli o se – al contrario – non fosse stato più saggio puntare su aziende di dimensione media, sane, riducendo soprattutto le “interferenze politiche”. Non vogliamo qui fare l’apologia di Cuccia, né proporre una nostalgia assurda per i tempi di Sindona o delle grandi ristrutturazioni industriali che hanno cambiato l’Italia, e che hanno progressivamente svuotato le ambizioni di cambiamento del movimento operaio e sindacale. Romano Prodi disse, per esempio, che la Mediobanca di Cuccia non aveva fatto altro che legare i piedi all’industria italiana per difendere un fortino di potere per cui “il futuro era il passato”.
Detto questo, ci teniamo però a sottolineare quel riferimento alle “interferenze politiche” che, secondo Cuccia, non andavano bene e che avrebbero dovuto essere limitate il più possibile per lasciare spazio alle scelte industriali di merito, ai progetti di investimento economico che nascono dalla società. Insomma, lasciare alle banche la possibilità di fare le banche, applicando le regole auree della “correttezza” e della “fiducia”.
Messa così, è lecito pensare che probabilmente Cuccia non sarebbe entusiasta di quello che sta succedendo oggi. Abbiamo infatti appreso dalle cronache degli ultimi giorni che ci sarebbe stato un “accordo” per manipolare il mercato finanziario, che ha portato due colossi come Caltagirone e Delfin (Luxottica) prima ad acquisire il controllo di Monte dei Paschi di Siena, e poi, con il “supporto governativo”, a conquistare Mediobanca, con l’obiettivo finale di “entrare a far parte in maniera determinante degli assetti di potere di Generali Assicurazioni”, la cassaforte del risparmio degli italiani. Abbiamo parlato già altre volte su “terzogiornale” delle mire del governo Meloni sulla finanza (vedi qui). Ora sembra che tanti nodi stiano venendo al pettine. La procura di Milano (ancora una volta giudici contro governo) ha deciso di scavare dentro la scalata Mps-Mediobanca, e ha deciso di indagare per “aggiotaggio” il magnate Francesco Gaetano Caltagirone (settimo uomo più ricco d’Italia), l’amministratore delegato di Monte Paschi, Luigi Lovaglio, e il presidente di Luxottica e della holding che la controlla, la Delfin, Francesco Milleri.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, pare che il governo Meloni non solo non sia stato alla finestra, ma che abbia avuto un ruolo ben preciso nel dispiegarsi del risiko. Come ha spiegato “Il Fatto quotidiano”, con la “legge capitali”, nel 2024 ha permesso prima di tutto a Caltagirone e Delfin di aumentare i loro rappresentanti dentro i Cda di Mediobanca e Generali. Ma i due “fortini” del nord erano rimasti sotto la guida di Philippe Donnet (Generali) e Alberto Nagel (Mediobanca), mentre il progetto di Caltagirone e Delfin su Montepaschi si attivava proprio quando la Bce dichiarò che soltanto un istituto bancario avrebbe potuto acquistare Generali. Da qui la vendita in famiglia. Con la procedura finanziaria chiamata Abb (Accelerated Book Build) il Tesoro ha venduto il 15% di Mps (in solo nove minuti) a quattro soggetti: Caltagirone, Delfin, Bpm e Anima, utilizzando una piccola finanziaria, la Akros controllata, come Anima, da Bpm, istituto di area leghista. E il governo, tramite il ministro Giorgetti, oltre a favorire con provvedimenti legislativi e con atti concreti la scalata di Caltagirone, pare abbia fatto anche qualcosa in più: una pressione verso BlackRock, uno dei più grandi fondi di investimento e primo gestore del risparmio mondiale, affinché la grande finanza internazionale isolasse il competitor Unicredit e lasciasse spazio per la volata finale a Caltagirone e soci.
Non sappiamo se è andata davvero così e come andrà a finire la vicenda giudiziaria. Per ora, le indagini e le perquisizioni hanno fatto emergere “vistose anomalie” nei rapporti tra questi grandi gruppi finanziari e, in modo più o meno indiretto, anche con il governo Meloni. Per questo la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha chiesto che l’esecutivo chiarisca la faccenda in parlamento, perché non bastano le dichiarazioni rassicuranti del ministro Giorgetti che ribadisce la correttezza di tutta l’operazione e l’assoluta estraneità del governo. Vedremo.
Intanto lo storico Alessandro Volpi (autore di importanti libri sulle trasformazioni del capitalismo ai tempi delle tre big della finanza mondiale e ora dei bitcoin di Trump), oltre a ricostruire tutti i passaggi ambigui dell’ultimo risiko, ha messo in evidenza (su “Altraeconomia”), il vero punto di debolezza del sistema. I dati, secondo Volpi, dimostrano che in Italia l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di venti dipendenti, a cui sono andati nel 2025 ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre otto miliardi, mentre a quelle con meno di venti dipendenti sono stati destinati poco più di 96 miliardi, con una perdita secca di quasi sei miliardi. Alla luce di ciò, è evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi trecento miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole. Un dato, sempre secondo Volpi, “particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di venti dipendenti rappresentano il 98% del totale”.
Insomma, le banche non fanno le banche e il governo non governa, perché preferisce stare in campo nel gioco del risiko. Piazzetta Cuccia sarà ribattezzata piazza Caltagirone? Ironia della storia: Enrico Cuccia aveva fatto i suoi primi passi come collaboratore di un quotidiano di Roma – “Il Messaggero” –, oggi di Caltagirone editore.







