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A Buenos Aires battuto Milei

Vincono i peronisti in elezioni provinciali che si riferiscono al 40% dell’intero elettorato argentino

11 Settembre 2025 Claudio Madricardo  1324

Javier Milei è uscito sonoramente battuto nel primo vero test elettorale dall’inizio della sua presidenza, nel dicembre 2023. Questo il risultato delle elezioni della provincia di Buenos Aires, tenutesi domenica 7 settembre, considerate un test importante in vista di quelle di metà mandato del 26 ottobre, quando saranno rinnovati la metà dei seggi della camera dei deputati e un terzo di quelli del senato. Secondo i sondaggi, il suo partito (La Libertad avanza) sarebbe al momento intorno al 40% delle intenzioni di voto. Quanto alla provincia di Buenos Aires, se nelle aspettative del governo, con lo scorrere del tempo, si era passati da una previsione di vittoria a un pareggio tecnico, e quindi a una sconfitta di misura, lo scrutinio finale ha consegnato un trionfo al peronismo guidato dal governatore Axel Kicillof.

Il risultato della consultazione, alla quale era ammesso il 40% dell’intero elettorato argentino, ha premiato la sua scelta di anticipare, per la prima volta nella storia del Paese, il voto provinciale rispetto a quello nazionale, e ha coronato di successo il suo tentativo di posizionarsi come candidato del centrosinistra alle presidenziali del 2027. Leader indiscusso del peronismo, a scapito di Cristina Fernández de Kirchner, l’ex presidente attualmente ai domiciliari per una condanna a sei anni per frode e corruzione, e di suo figlio Máximo Kirchner.

Pur molto vicino a Cristina, dal successo di Milei in poi, Kicillof si è andato distanziando dall’ex inquilina della Quinta de Olivos, la residenza ufficiale dei presidenti argentini. Contraria alla decisione di anticipare il voto, si era opposta a che le elezioni si trasformassero in una sorta di plebiscito a favore del cinquantatreenne governatore, dopo che Milei aveva commesso l’errore di trasformare l’appuntamento elettorale in un plebiscito su se stesso, facendolo diventare l’ultima sfida al kirchnerismo – l’ennesimo chiodo da piantare sulla bara del peronismo, aveva detto –, che avrebbe dovuto essere l’anteprima del trionfo elettorale di ottobre. Milei ha insistito per fare delle elezioni un evento nazionale, convinto che il suo nome fosse sufficiente a battere il peronismo nella sua roccaforte. Così non è andata, e Kicillof ha saputo mettere assieme il frastagliato e litigioso schieramento peronista, portandolo alla prima vera vittoria dopo anni di umiliazioni. Ed è stato accolto dai suoi sostenitori al grido di Se siente, se siente, Axel presidente.

Nel suo discorso, pronunciato poco dopo il responso delle urne, Kicillof non ha deluso i suoi, sottolineando il valore nazionale del risultato elettorale, e invitando Milei a cambiare strada, a dialogare con lui, incoronato leader di un’opposizione tutt’altro che morta, capace di limitare le sue speranze di cambiare il panorama parlamentare, unica garanzia per potere procedere a disarticolare lo Stato avanzando nel suo programma ultraliberista. “Il risultato delle urne è un forte rifiuto del modello di tagli, maltrattamenti e aggressione del governo di Milei”, ha detto Kicillof.

Domenica scorsa, erano in palio 46 seggi di deputati e 23 di senatori provinciali. L’astensione è stata alta, ha sfiorato il 40%. Il peronismo ha ottenuto una vittoria che nemmeno la previsione più rosea avrebbe potuto sperare, pur in una provincia tradizionalmente amica, e ha portato a casa il 47,3% degli oltre otto milioni di voti espressi, vincendo in sei delle otto sezioni elettorali. Ha battuto i “libertari” per tredici punti. Il partito dell’uomo della motosega si è fermato al 33,71%, mentre nel ballottaggio del 2023 aveva ottenuto più del 49% dei voti. A Milei non è restato altro che ammettere la sconfitta, anche se ha giurato che il programma di governo non cambierà, e sarà addirittura accelerato. “La prima cosa da accettare sono i risultati, e i risultati non sono stati positivi”, ha affermato la notte di domenica, e ha aggiunto: “Non c’è la possibilità di ripetere gli errori. Per il futuro correggeremo tutti i nostri errori”, facendo ricorso a un tono moderato, del tutto inusuale per lui, abituato com’è a chiamare i suoi avversari “merde umane” e “sinistri figli di puttana”.

Sconfitta esce anche la destra più moderata dell’ex presidente Mauricio Macri, che aveva rinunciato a presentarsi con il Pro, la sua formazione, e accettato di correre nella Libertad avanza: a tal punto che il risultato delle urne rende incerto perfino il suo futuro politico. Macri non ha finora parlato, ma tra i suoi filtra l’opinione che quello che è successo è un enorme fallimento della conduzione della Libertad avanza, che non ha potuto raggiungere il tradizionale elettore del Pro, rimasto a casa. Così come un errore è stato rendere nazionale un’elezione locale, facendo scendere il presidente sul terreno di una campagna in fondo municipale.

Ad aver portato alla batosta elettorale la destra al governo, c’è un esteso malessere sociale determinato dalla politica di tagli imposta da Milei, che, anziché toccare la casta, contro la quale si è sempre scagliato, ha colpito duramente le parti più indifese della realtà argentina, come i pensionati e i disabili, portandolo a porre il veto contro provvedimenti parlamentari che, in qualche misura, andavano a migliorare le loro condizioni. Nonostante la marcia inarrestabile del presidente anarco-liberista, incitato dai suoi a chiudere o far saltare in aria il parlamento, dall’iniziale paralisi dell’inizio della nuova presidenza, il Congresso ha dato recentemente segni di una certa vitalità. E mentre il Senato, con oltre due terzi dei suoi voti, ha rifiutato il veto presidenziale alla legge di emergenza sulla disabilità, sta avanzando un’iniziativa tesa a limitare i decreti di necessità ed urgenza presidenziali (Dnu), ai quali Milei ricorre frequentemente per poter portare avanti il suo programma in un legislativo dominato dall’opposizione. Con queste politiche, agli occhi di molti argentini, Milei incarna sempre più la figura di un uomo crudele, insensibile alle sofferenze della povera gente e fanaticamente attaccato al rispetto religioso del superavit finanziario, da ottenersi a qualsiasi costo.

Alla fine, non è bastato l’avere sensibilmente ridotto l’inflazione, e non è stato sufficiente avere fatto uscire dalla povertà ampi strati sociali, mentre serpeggia la sensazione che il castello economico costruito da Milei non poggi su solide basi, a giudicare dagli sforzi in cui è impegnato il ministro dell’economia, Luis Caputo, per mantenere stabile il cambio con il dollaro ed evitare un balzo dell’inflazione, almeno fino alla tornata elettorale di ottobre.

Nonostante ciò, il Fondo monetario internazionale ha riconfermato il suo appoggio alle ultime misure del governo per contenere il tasso di cambio, e sostenuto l’andamento del piano economico generale dell’esecutivo. Concedendo credito alle dichiarazioni di Milei, che aveva assicurato che “non ci scosteremo nemmeno di un millimetro dal programma economico: equilibrio fiscale; mercato monetario controllato; e per la valuta, le fasce valutarie concordate con il Fmi rimangono. Inoltre, continueremo a deregolamentare”. L’esito delle urne, tuttavia, alimenta i timori sulla capacità di Milei di attuare la sua agenda di riforme economiche, tenuto conto che i risultati macroeconomici non coprono i bisogni di base di un vasto settore della popolazione. Appresi i risultati, i mercati hanno reagito inizialmente con forti perdite.

Ai motivi economici, si devono aggiungere alcuni casi di sospetta corruzione. Il primo, quando Milei ha promosso la criptovaluta Libra, crollata poco dopo il suo avvio, causando consistenti perdite agli investitori e guadagni milionari ai personaggi a lui legati, che l’hanno fatta nascere. Ha alimentato, inoltre, forti sospetti il fatto che un aereo privato di un uomo d’affari vicino al governo abbia fatto entrare nel Paese alcune valigie, senza passare attraverso i controlli doganali.

Oltre a ciò, la vicenda del fentanil contaminato che ha causato quasi cento morti a causa dell’inazione del ministero della Salute. E la successiva diffusione di alcune registrazioni audio di Diego Spagnuolo, ex direttore dell’Agenzia nazionale per la disabilità e intimo di Milei, in cui l’alto funzionario sosteneva che la potentissima sorella Karina – detta el jefe per il suo ruolo centrale nel governo – avrebbe ricevuto il 3% dell’ammontare dei contratti da lui firmati con i laboratori farmaceutici sotto forma di tangenti.

La fuga di notizie ha messo in stato di shock il partito di governo, che ha scelto di rimanere in silenzio per i cinque giorni successivi alla rivelazione. Per la prima volta, le accuse di corruzione hanno colpito il cuore del partito del presidente. Una vera e propria mazzata per Milei, che molti argentini hanno visto trasformarsi – da nemico della corruzione dei peronisti – in capo di un governo che ruba ai disabili, proprio quando aveva messo in essere tagli alle risorse a loro destinate. L’outsider entrato in politica per “distruggere lo Stato dall’interno”, è diventato una parte della “vecchia politica”.

La vittoria di domenica scorsa ha proiettato Axel Kicillof sulla scena della politica nazionale, e, attraverso il suo Movimiento derecho al futuro ­– uno strumento per essere indipendente dal suo mentore, con l’obiettivo di proporre un rinnovamento del peronismo – cercherà di unire il giustizialismo, portandolo ancora una volta alla vittoria nelle elezioni nazionali di ottobre, che Milei ha bisogno di vincere per potere aumentare la propria base parlamentare anche a scapito degli alleati. Solo allora Kicillof potrà essere definitivamente riconosciuto, da tutte le anime del centrosinistra, come il candidato alle presidenziali del 2027.

Quanto a Cristina Fernández, l’ex presidente esce personalmente più indebolita da queste elezioni, e pare destinata a esercitare un ruolo secondario nella dialettica futura del peronismo. Come accade a molti ex, la sua sarà una presenza importante; ma è difficile che possa tornare a tirare le fila del movimento. Il risultato delle elezioni, oltre a segnare la sua emarginazione di fatto, le ha dato più di qualche soddisfazione nei confronti di Milei, e ha festeggiato affacciandosi dal balcone della sua casa di calle San José 1111, diventato luogo di pellegrinaggio dei kirchneristi da quando è agli arresti domiciliari. Via X, si è rivolta direttamente al presidente turbocapitalista ricordandogli che “Puntare il dito e stigmatizzare i disabili, mentre tua sorella si fa pagare il 3% di tangenti per le loro medicine, è letale. Ed è meglio che non ti dica nemmeno come sta il resto (di quelli che hanno ancora lavoro). Indebitati per il cibo, gli affitti, le spese o le medicine, e per di più con le carte di credito scoppiate… Esci dalla bolla, fratello… che sta diventando pesante”.

A distanza di alcuni giorni dal risultato catastrofico delle elezioni, non sembra che le richieste di cambiamento – emerse da più parti, nell’opposizione disposta al dialogo, tra i governatori, e nelle stesse file del mileismo – abbia portato a modifiche profonde. Da quanto è dato sapere, non sono alla vista novità sostanziali di carattere economico e politico, ed è dato per certo che Milei manterrà la decisione di porre il veto alle leggi approvate dal Congresso, che aumentano i fondi per le università e l’emergenza pediatrica, così come le modifiche dei contributi del Tesoro nazionale e della tassa sul carburante promossa dai governatori. “Come ha detto il presidente, tutto sarà rifiutato. Non ci sono soldi”, ha affermato una persona del suo cerchio magico.

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