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Home » Articoli » Il governo italiano finanzia il “sistema Libia”

Il governo italiano finanzia il “sistema Libia”

La complicità nelle torture cui sono sottoposti i migranti oggetto di un’azione collettiva presso le procure di Roma e Agrigento. Il respingimento di richiedenti asilo ha purtroppo una lunga storia alle spalle

20 Febbraio 2024 Guido Ruotolo  919

È questione di giorni, forse di ore. Per la prima volta nel nostro Paese partirà una raccolta di firme per una denuncia-querela collettiva (una class action) che sarà depositata presso le procure della Repubblica di Roma e Agrigento, nei confronti del governo Meloni e del suo ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, sulla gestione dell’immigrazione. Lo ha confermato Luca Casarini, capomissione della Ong Mediterranea Saving Humans: “Partiamo con la raccolta di firme per denunciare il governo di Giorgia Meloni per complicità oggettiva nel reato di respingimento collettivo di profughi e richiedenti asilo, in violazione della Convenzione di Ginevra sui diritti dell’uomo”. La tesi del popolo delle Ong è che l’Italia finanzi il “sistema Libia”, con lager, deportazioni e torture.

Un sostegno a questa tesi delle Ong, che salvano ogni giorno vite umane in mare, è la sentenza della quinta sezione penale della Cassazione, che ha confermato la condanna di un comandante italiano di un rimorchiatore, per aver consegnato ai libici, il 30 luglio del 2018, un centinaio di immigrati che rischiavano di annegare al largo della Libia, in acque internazionali. I reati per i quali l’ufficiale è stato condannato sono: “abbandono in stato di pericolo di persone minori e incapaci” e “sbarco e abbandono arbitrario di persone”.

I giudici hanno censurato il comportamento del comandante, che fece salire a bordo un ufficiale della dogana libica, e neppure tentò di identificare i migranti, di censire i minori non accompagnati, di verificare le loro condizioni di salute, né se ci fossero richiedenti asilo. Il comandante non informò nessun centro di coordinamento dei soccorsi in mare, non avvisò le autorità italiane, ma puntò la prua verso Tripoli, “porto non sicuro”, non avendo la Libia mai aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Allora il presidente del Consiglio della maggioranza 5 Stelle-Lega era Giuseppe Conte, e Matteo Salvini il ministro dell’Interno. Quello del rimorchiatore “Asso 28” fu un respingimento collettivo illegale.

Non si può continuare a rimuovere un macigno che pesa sulla credibilità dell’Italia. Dobbiamo fare i conti con il nostro passato e presente, con le nostre paure, e dobbiamo avere il coraggio di ammettere che, nei confronti degli immigrati – che sono una risorsa per un Paese di vecchi, che non fa più figli –, abbiamo avuto e abbiamo un comportamento spesso “discriminatorio”.

Oggi il ministro dell’Interno Piantedosi accusa le opposizioni di volere strumentalizzare la sentenza della Cassazione che andrebbe “contestualizzata”: “L’Italia non ha mai coordinato e mai consegnato in Libia migranti raccolti in operazioni di soccorso coordinate o direttamente effettuate dall’Italia”. Piantedosi si sbaglia, ha la memoria corta, non ricorda che l’Italia è stata condannata della Corte europea dei diritti dell’uomo per avere, il 6 maggio del 2009, respinto in mare barche di migranti costretti a rientrare in Libia. Ministro dell’Interno era sempre un leghista, Roberto Maroni, presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi.

La condanna della Corte europea è del 23 febbraio del 2012. I giudici hanno condiviso le argomentazioni dei legali dei ventiquattro migranti riportati in Libia, che si rivolsero alla Corte europea dei diritti umani: “Il respingimento verso Tripoli dei ventiquattro ricorrenti operato da navi militari italiane costituisce una violazione dell’articolo 3 (tortura e trattamento inumano) della Convenzione europea dei diritti umani, perché la Libia non offriva alcuna garanzia di trattamento secondo gli standard internazionali dei richiedenti asilo e dei rifugiati e li esponeva, anzi, a un rimpatrio forzato”.

I giudici internazionali sottolineano che i migranti (circa duecento somali ed eritrei) sono stati riconsegnati alle autorità libiche “contro la loro volontà, senza essere stati identificati, ascoltati e preventivamente informati sulla loro reale destinazione”. La Corte ha condannato lo Stato italiano per avere violato “il principio del non respingimento che proibisce di allontanare migranti verso Paesi dove possono essere perseguiti o sottoposti a trattamenti inumani e degradanti”.

E purtroppo un altro respingimento collettivo in mare si è trasformato in una tragedia. Era un venerdì santo, il 28 marzo 1997, presidente del Consiglio era Romano Prodi, ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, e una corvetta della Marina militare, nel tentativo di far allontanare una motovedetta albanese con oltre cento migranti, la Katër i Radës, a poche miglia dalla costa brindisina, speronò e squarciò l’imbarcazione che affondò, provocando quasi cento morti. Erano i giorni della guerra civile esplosa in Albania per la crisi economica, e sembrava che gli albanesi volessero tutti trasferirsi in Italia. Oggi, ventisette anni dopo, il governo Meloni chiede aiuto all’Albania per poter trattenere nel Paese delle aquile i migranti intercettati nel Mediterraneo che sarebbero sbarcati in Italia. Centinaia di milioni e un elenco di contestazioni di incostituzionalità intorno all’operazione. Vedremo che cosa succederà. Ma proprio il cosiddetto “decreto Cutro”, approvato all’indomani dell’ennesimo naufragio di migranti sulle coste calabresi, sarà esaminato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea per i profili di legittimità. Per le sezioni unite civili della Cassazione, che hanno deciso di investire del problema l’Europa, è palesemente discriminatoria e illegittima la cauzione di cinquemila euro prevista per i richiedenti asilo al fine evitare la detenzione nei centri di accoglienza, in attesa dell’esito della richiesta di protezione umanitaria.

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