• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » L’America delle armi proibite

L’America delle armi proibite

La decisione degli Stati Uniti di inviare, con l’ultimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, una fornitura di bombe a grappolo, messe al bando da una convenzione dell’Onu, mina alla radice il concetto di diritto internazionale per affermare il diritto del più forte

10 Luglio 2023 Stefano Rizzo  980

I militari sono persone molto ingegnose. O meglio, non proprio loro che hanno semplicemente il compito di eseguire gli ordini del potere politico, ma tutto quel vasto mondo fatto di scienziati, di ingegneri, di imprese e di interessi economici che quotidianamente si arrovellano su come ammazzare di più e meglio la gente. Di meraviglie della tecnica e dell’industria a fini bellici ne sono state inventate tante, nel corso della storia umana – dall’ascia di pietra al missile balistico intercontinentale –, di potenza e letalità sempre crescente, fino alla produzione di armi di distruzione di massa: atomiche, chimiche, batteriologiche, ognuna in grado di uccidere milioni di persone. Alcune di queste, quelle chimiche e biologiche, sono state vietate dalle convenzioni internazionali; quelle atomiche, no.

Quanto alle armi cosiddette convenzionali, nel corso del Novecento e degli anni Duemila, hanno fatto immensi “progressi” avvicinandosi per potere distruttivo alle armi di distruzione di massa: dalle bombe termobariche che uccidono persone e animali lasciando intatti gli edifici, alla Moab (Mother of All Bombs) che ha un potere distruttivo paragonabile a una piccola atomica, ai missili ipersonici in grado di sfuggire a qualunque intercettore, ai droni di fascia alta, i Predator o i Rapier, che comandati a migliaia di chilometri di distanza colpiscono dall’alto, “chirurgicamente”, come la folgore di Zeus, il loro obiettivo senza che questi neppure se ne accorga, obliterandolo.

Tutte queste armi e molte altre ad altissimo contenuto tecnologico sono “lecite” (cioè non vietate dal diritto internazionale), indipendentemente dal loro potere distruttivo. Vengono prodotte dai principali Paesi industrializzati del mondo, democratici e non, e sono comprate e usate da tutti: Stati, bande criminali, organizzazioni terroristiche, per un giro di affari che, nel 2022, il Sipri di Stoccolma stimava in almeno seicento miliardi di dollari.

Per quanto inizialmente lecite, alcune di queste armi “convenzionali”, a seguito di campagne di mobilitazione delle organizzazioni umanitarie, sono state successivamente vietate perché colpiscono indiscriminatamente la popolazione civile. Tra queste, ci sono le mine antiuomo, oggetto di una convenzione internazionale del 1997 che ne ha vietato la produzione e l’uso, e le cluster munitions o munizioni a grappolo. Si tratta di ordigni sparati da un cannone, o gettati dall’alto, che esplodono a una certa altezza dal suolo sparpagliando su un’area di oltre tre ettari fino a cento bombette più piccole che esplodono a loro volta, scagliando decine di migliaia di schegge in tutte le direzioni, uccidendo qualunque essere vivente. Allo stesso tempo lascia intatti (o quasi) gli edifici, i ponti, le ferrovie, evitando quelle brutte (e controproducenti) immagini di città rase al suolo.

Uccidere quanti più uomini possibile il più rapidamente possibile, senza distruggere le cose, è sempre stato il sogno dei militari e dei politici che li comandano. I soldati di Carlo Magno ci misero un giorno intero per “passare a fil di spada” cinquemila barbari sassoni che si erano rifiutati di convertirsi al cristianesimo. Nel 1945, la bomba di Hiroshima ottenne un risultato dieci volte maggiore in una frazione di secondo, senza che il pilota dell’Enola Gay dovesse sporcarsi le mani di sangue.

Le munizioni (e le bombe) a grappolo sono state usate un po’ da tutti – americani, inglesi, russi, israeliani, arabi… –, in tutte le guerre recenti, dal Vietnam all’Afghanistan, dalla Cambogia alla Libia alla Siria. Nonostante la loro efficacia nell’ammazzare i soldati sul campo, hanno però un serio problema: molte delle bombette più piccole (circa un quinto del totale) non esplodono come previsto, ma rimangono al suolo per mesi e anni, anche dopo che le ostilità sono cessate. Finché un giorno un contadino ci passa sopra con l’aratro, o un bambino incuriosito ne raccoglie una, perché sono colorate di un bel giallo vivo e somigliano a una lattina di Fanta, e bum! morti e feriti. È per questo motivo, per i danni che infliggono alla popolazione civile, che le Nazioni Unite nel 2008 hanno stilato una convenzione internazionale al fine di vietarne l’impiego nei conflitti armati. Alla convenzione ha aderito la maggior parte dei Paesi del mondo, a eccezione, tra i maggiori, di Cina, Russia, Stati Uniti e Ucraina.

Ora, gli Stati Uniti, nonostante le denunce delle organizzazioni umanitarie internazionali e la condanna dello spesso prudente segretario generale delle Nazioni Unite, Guterres, hanno deciso di inviare con l’ultimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina anche una fornitura di bombe a grappolo. Sembra che i russi le abbiano già usate nel corso della guerra, ma se la decisione americana sarà confermata – oltre a minare la credibilità sotto il profilo umanitario degli aiuti all’Ucraina –, aprirà ulteriormente il divario tra la sensibilità europea e quella americana in tema di guerra, più specificamente su come si combatte una guerra. Ritorna il vecchio luogo comune dei tempi della guerra all’Iraq, quando l’allora ministro della difesa Rumsfeld parlava di un’Europa “Venere”, imbelle e incapace di combattere, e di un’America “Marte”, disposta a tutto pur di prevalere.

Un’America che nelle sue guerre recenti, in Iraq e in Afghanistan soprattutto, ma anche in molte parti del mondo dove operano, più o meno segretamente, i contingenti di forze speciali, si è spesso macchiata dei reati di tortura dei prigionieri, dell’uccisione indiscriminata di civili, di punizioni collettive e di uccisioni extragiudiziarie mirate. Un’America insofferente dei vincoli dei trattati, che non accetta la giurisdizione della Corte penale internazionale, che non estrada mai i propri soldati che hanno commesso crimini all’estero, che accetta le regole del diritto di guerra solo quando sono a proprio vantaggio – contraddice i suoi stessi principi e la sua storia. Sono stati infatti gli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra, i principali artefici della creazione delle Nazioni Unite e della rete di organismi internazionali, il cui scopo è fare prevalere – per quanto possibile – il diritto sulla forza.

Sia detto ben chiaro: in Ucraina c’è un aggressore e un aggredito, la giustezza della causa di chi combatte sta dalla parte dell’aggredito e non dell’aggressore. Ma le regole di guerra si rivolgono a tutti i belligeranti, valgono per tutti indipendentemente, se siano aggrediti o aggressori; e soprattutto servono a proteggere coloro che non combattono, i civili di entrambe le parti, dagli orrori della guerra. Pensare, come hanno fatto in passato gli Stati Uniti, che quando si è colpiti da un attacco terroristico è lecito rispondere con qualsiasi mezzo anche violando il diritto umanitario; o, come fanno oggi, che per aiutare l’Ucraina aggredita sia lecito fornirle armi proibite da una convenzione internazionale – tutto ciò (e forse altro che purtroppo ancora vedremo) significa minare alla radice lo stesso concetto di diritto internazionale per affermare invece il diritto del più forte, lo ius leoninum.

987
Archiviato inArticoli
TagsAmerica armi bombe a grappolo guerra Ucraina Onu Stati Uniti Stefano Rizzo

Articolo precedente

Dell’Utri. Meglio di un amico geniale

Articolo successivo

Etica ed estetica del berlusconismo

Stefano Rizzo

Articoli correlati

Trump: “Un’intera civiltà scomparirà questa notte…”. Poi una tregua

Iran, secondo mese di guerra

La lezione di Hormuz

Tra India e Israele un’alleanza pragmatica e ideologica

Dello stesso autore

New York non è gli Stati Uniti

L’infantilizzazione degli europei

Trump alla conquista del potere autocratico

La crisi degli Stati Uniti e il tempo della diplomazia

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Tajani cameriere di casa Berlusconi
Rino Genovese    13 Aprile 2026
Trump: “Un’intera civiltà scomparirà questa notte…”. Poi una tregua
Rino Genovese    8 Aprile 2026
Mala Pasqua (sotto il segno di Piantedosi)
Rino Genovese    7 Aprile 2026
Ultimi articoli
La nuova centralità diplomatica del Pakistan
Marco Santopadre    14 Aprile 2026
Orbán va a casa, l’Ungheria torna “normale”
Vittorio Bonanni    13 Aprile 2026
L’Estonia, i russi e l’apartheid 
Vittorio Bonanni    10 Aprile 2026
In Libano nessuna tregua
Eliana Riva    9 Aprile 2026
La tratta degli schiavi crimine contro l’umanità
Luciano Ardesi    8 Aprile 2026
Ultime opinioni
Una critica delle primarie
Claudio Bazzocchi    10 Aprile 2026
I giovani e la loro prudenza attiva
Stefania Tirini    26 Marzo 2026
Referendum, grande vittoria del “no”
Stefania Limiti    23 Marzo 2026
Dubai, un mare di guai…
Agostino Petrillo    5 Marzo 2026
Regressione
Agostino Petrillo    27 Febbraio 2026
Ultime analisi
Pnrr a fine corsa. Dopo l’estate il vuoto?
Paolo Andruccioli e Paolo Barbieri    7 Aprile 2026
La lezione di Hormuz
Paolo Andruccioli    17 Marzo 2026
Ultime recensioni
Vocazione e povertà
Katia Ippaso    31 Marzo 2026
Vittorio Occorsio, ovvero della giustizia
Stefania Limiti    16 Marzo 2026
Ultime interviste
“No alla guerra, sì a una difesa comune europea”
Paolo Andruccioli    11 Marzo 2026
“Gli imprenditori hanno smesso di fare industria. Conta solo la rendita finanziaria”
Paolo Andruccioli    27 Febbraio 2026
Ultimi ritratti
Gerda Taro: la donna che cambiò il modo di raccontare la guerra
Laura Guglielmi    13 Aprile 2026
Nellie Bly: i pazzi visti da vicino
Laura Guglielmi    3 Aprile 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo draghi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA