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Terrorismo. Rampelli chiede una commissione di inchiesta

Ma ecco i dati degli atti di violenza compiuti dall’estrema destra dal 1969 al 1982

20 Gennaio 2023 Stefania Limiti  3789

Siamo dunque alla resa dei conti vagheggiata a lungo dal mondo neofascista. Perché questo è la proposta di legge (numero 666) per l’istituzione di una “commissione parlamentare di inchiesta sulla violenza politica negli anni tra il 1970 e il 1989”. L’ha presentata Fratelli d’Italia alla Camera, primo firmatario il vicepresidente di Montecitorio, Fabio Rampelli, fondatore del partito di Meloni e suo mentore nel Fronte della gioventù, impegnato oggi a costruire la Destra nazionale (cioè la vecchia destra corporativista e autoritaria, adeguata al tempo presente). Giorgia ha mosso i suoi primi passi nella politica militante accanto a Rampelli, agli inizi degli anni Novanta, capo della sezione romana di Colle Oppio. Avevano una loro area culturale molto specifica, con una forte propensione alla modernità, ma anche all’esoterismo e ai rituali: si chiamavano “i gabbiani”.

Fatte le presentazioni, veniamo alla proposta: si noti subito la vigliaccata delle date. Si parte dal 1970, in modo che Piazza Fontana rimanga fuori dai radar. In effetti, già sappiamo che fu una strage neofascista voluta da Ordine nuovo e realizzata con le coperture dei servizi: non sarebbe facile incasellarla nella “violenza politica” di cui si vuole ricercare non si sa bene cosa. Nel testo della proposta si parla, infatti, di “violenza politica tra il 1970 e il 1989” e di “crimini insoluti”, senza menzionare (ovviamente) alcuna matrice politica. Ma nella relazione che accompagna la proposta di legge si fa riferimento solo ai casi di omicidi nei quali sono rimaste vittime militanti di destra, come Sergio Ramelli (su cui, peraltro, un processo a Milano inchiodò i responsabili) o i fatti di Acca Larentia. Niente di più.

È chiaro l’intento di Fratelli d’Italia di rifarsi i connotati, di ricostruire una sua narrazione che escluda tutto ciò che non può essere digerito da un’opinione di media borghesia: la matrice neofascista delle stragi e l’uso dilagante della violenza, testimoniato da un dossier del Sisde (ma il Sismi approvò, com’è scritto nel documento), redatto nell’agosto 1982 su richiesta del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta per la strage di Via Fani (il democristiano Mario Valiante). Fino al 1988 classificato (chissà perché) riservato. Secondo l’accurato rapporto, “il terrorismo di marca neofascista, sorta di ‘mostro’ mai sopito” stava ritrovando “nuova forza e pericolosità”: per questo, all’epoca, si misero in azione gli analisti dei servizi, che snocciolarono ogni singolo atto di violenza delle bande nere, esaminando ogni aspetto del fenomeno finanche quello “psicopatologico”. I freddi dati statistici riferiscono di 577 feriti e 176 morti, dovuti ad atti di violenza dei gruppi di destra avvenuto nell’arco di tempo considerato. Una strage continua.

Non che a sinistra non ci sia stata violenza, tutt’altro. Ma non si trattò di un fenomeno così diffuso come quello che ha visto protagonisti dei militanti sempre coccolati dal Movimento sociale di Almirante, che avrebbe dovuto rappresentare l’area atlantista e istituzionale, la faccia perbene dell’estrema destra. Che però la sera accoglieva in casa i suoi figli più turbolenti.

La questione della violenza, se si sta al gioco di Rampelli e camerati, alla fine diventa un male da spalmare un po’ su tutti, oltre che una ricerca di vendetta per singoli casi. Ma lo stragismo non può essere rubricato semplicemente nei casi di violenza: fu efferato e crudele, certo, ma soprattutto fu un fenomeno di laboratorio nel quale agenzie atlantiche (ai fini della stabilizzazione dell’area mediterranea) coinvolsero i gruppi neofascisti fin dalla loro origine (il gruppo di Ordine nuovo, 1965, nasce contemporaneamente a Gladio). Lo stragismo fu un metodo per spostare su un piano paramilitare il conflitto sociale. Altro che violenza diffusa e opposti estremismi, la vuota formula con cui, in passato, si tentò di fare di tutta l’erba un fascio…

Dal punto di vista del metodo, Rampelli manipola il senso delle commissioni parlamentari d’inchiesta: questi organismi hanno senso quando qualcosa, anche un singolo episodio (il caso Moro), non ha trovato una sua spiegazione e lascia un buco nella ricostruzione del passato, che genera smarrimento e difficoltà di rielaborare il presente. Ma la cosiddetta violenza politica, se si stacca dallo stragismo, è cosa nota. La commissione voluta dalla destra sarà composta da venti senatori e venti deputati, e ammetterà “relazioni di minoranza”: hanno i numeri, la faranno. Potrebbero, intanto, studiarsi gli atti già prodotti dai precedenti organismi parlamentari. A cominciare da quel rapporto del Sisde.

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