Stop alla concessione di permessi per l’acquisto di armi e la creazione di club di tiro, nuova registrazione di tutte le armi acquistate dai civili negli ultimi quattro anni, creazione di un gruppo di lavoro dedicato alla definizione di una politica di disarmo. Riattivazione del Fondo Amazzonia: il fondo, che attualmente conta su circa seicento milioni di dollari, costituito da donazioni di Germania e Norvegia per contribuire alla protezione della selva amazzonica, era stato sospeso nel 2019 per decisione di Bolsonaro, e sarà utilizzato ora in programmi che saranno definiti dal ministero dell’Ambiente. Ancora: revoca del decreto – uno degli ultimi atti di Bolsonaro – con cui si ampliavano le licenze per lo sfruttamento delle risorse minerarie nella regione amazzonica e nelle terre indigene. Revisione dei decreti dell’ex presidente che avevano sancito un segreto di cento anni su varie questioni della pubblica amministrazione, comprese alcune sue personali e della sua famiglia. Fine del processo di privatizzazione riguardante le aziende statali Petrobras, Correos, Empresa Brasil de Comunicación. Queste le decisioni prese da Lula, nel primo giorno del suo terzo mandato come presidente. E pazienza se, all’indomani, Bovespa, la Borsa valori di San Paolo, ha chiuso con un tonfo del 3.1%, le azioni di Petrobras con un calo del 6,5%, e il dollaro con un balzo dell’1% nel cambio con il real, la moneta brasiliana.

“Se siamo qui è grazie alla coscienza politica della società brasiliana”, ha detto Lula nel suo primo discorso, e tanto basta. “È stata la democrazia la grande vittoriosa”, che ha sventato “le minacce più violente alla libertà di voto”, ha aggiunto, alludendo alla campagna contro il sistema di voto elettronico, uno dei cavalli di battaglia a cui Bolsonaro ha fatto ricorso per screditare l’esito delle elezioni. “Durante questa campagna elettorale ho visto brillare la speranza negli occhi di un popolo che soffriva, come risultato della distruzione delle politiche pubbliche che promuovevano la cittadinanza, i diritti essenziali, la salute e l’istruzione. È stato dimostrato che un rappresentante della classe operaia può dialogare con la società per promuovere la crescita economica in modo sostenibile e a beneficio di tutti, specialmente dei più bisognosi. La diagnosi che abbiamo ricevuto dal gabinetto di transizione è terribile. Le risorse sanitarie sono state svuotate. Hanno smantellato l’istruzione, la cultura, la scienza e la tecnologia. Hanno distrutto la protezione dell’ambiente. Non hanno lasciato risorse per i pasti scolastici, le vaccinazioni, la sicurezza pubblica. Nessuna nazione si è alzata e non può alzarsi sulla miseria del suo popolo. Il mandato che abbiamo ricevuto, di fronte agli avversari ispirati al fascismo, sarà difeso con i poteri che la Costituzione conferisce alla democrazia. All’odio risponderemo con l’amore. Alla menzogna, con la verità. Al terrore e alla violenza risponderemo con la legge e le sue più dure conseguenze”.

Chi si aspettava da Lula un atteggiamento conciliante nei confronti del bolsonarismo è stato deluso dai toni durissimi del suo discorso. E dalla conferma degli obiettivi della sua campagna: egli ha ribadito, infatti, che il primo compito del suo governo sarà quello di “salvare 33 milioni di persone dalla fame e salvare dalla povertà più di cento milioni di brasiliani, che hanno sopportato il peso più pesante del progetto di distruzione nazionale che si conclude oggi”. Altri obiettivi primari saranno la deforestazione zero in Amazzonia e l’emissione zero di gas serra, insieme con il riutilizzo dei pascoli degradati. “Il Brasile non ha bisogno di deforestare per mantenere ed espandere il suo confine agricolo strategico. Creare, piantare e raccogliere rimarrà il nostro obiettivo. Quello che non possiamo accettare è che sia una terra senza legge. Non tollereremo la violenza contro i più piccoli, la deforestazione e il degrado ambientale”. E ancora: “Nessun altro Paese ha le condizioni per posizionarsi come una potenza ambientale, inizieremo la transizione energetica ed ecologica. Il nostro obiettivo è quello di raggiungere l’emissione zero di gas serra e la deforestazione zero dell’Amazzonia. Vivremo senza tagliare un albero. Denunceremo tutte le ingiustizie commesse contro i popoli indigeni”. Una delle ragioni, ma non l’unica, per la creazione del ministero dei Popoli indigeni. “Nessuno conosce meglio le nostre foreste o è più efficace nel difenderle di coloro che sono qui da tempo immemorabile”.

Rinasce anche il ministero delle donne “per demolire questo castello di disuguaglianza e pregiudizi. È inaccettabile che le donne siano pagate meno degli uomini per lo stesso lavoro. È inaccettabile che vengano molestate impunemente per strada e al lavoro. Che siano vittime di violenza dentro e fuori casa”. Sulla questione delle armi ai privati, uno dei temi più controversi della presidenza di Bolsonaro: “C’è molta insicurezza e il Brasile non vuole e non ha bisogno di avere armi nelle mani del popolo. Abbiamo bisogno di cultura, libri, in modo che possiamo essere un Paese più giusto”. E non poteva essere dimenticata la tragedia della pandemia: “Le responsabilità per questo genocidio devono essere indagate e non devono rimanere impunite”. Criticando direttamente “l’atteggiamento criminale di un governo negazionista”.

Se l’avvio della nuova avventura di Lula ha poggiato saldamente sulla lotta alla povertà e sulla tutela ambientale, l’altro grande tema è stato l’uscita dall’isolamento internazionale in cui Bolsonaro aveva costretto il Paese, testimoniata dalla presenza alla cerimonia di investitura di numerosissime delegazioni straniere. Già si annunciano i programmi di viaggio del prossimo futuro, che porteranno Lula da Biden e da Xi Jinping, primo partner commerciale del Brasile; e si conferma il nuovo impegno a fianco dei Paesi Brics, con il Mercosur e con il resto delle nazioni latinoamericane, con gli Stati Uniti e l’Europa. “Faremo più alleanze per avere più forza d’ora in poi. Il Brasile deve essere padrone del suo destino, deve essere un Paese sovrano”.

Le parole che Lula ha usato di più sono state “povertà” e “disuguaglianza”, rivelatrici dell’impronta che intende dare al suo governo. Al punto che non è stato capace di trattenere le lacrime, parlando alla gente accorsa nella spianata dei ministeri a Brasilia. Ora però le sfide sono ben più grandi di quelle che ha affrontato nelle sue altre due presidenze, nel corso delle quali ha goduto di condizioni economiche più benigne, lasciando il potere con un gradimento dell’87%. Dovrà dimostrare da subito quale direzione intende imprimere all’esecutivo, tenuto conto che la vittoria è stata di misura, e gli ha consegnato un Paese diviso e un’opposizione fortissima. Sa di dover guidare un processo di pacificazione che possa restituire l’anima al Brasile, dove valori come generosità e solidarietà e rispetto delle diversità si sono appannati, o sono andati smarriti durante il governo precedente. Accanto a un programma economico che sia in grado di mettere freno alle disuguaglianze, dovrà promuovere una sorta di rifondazione culturale, unica arma in grado di sconfiggere gli egoismi e le divisioni, il veleno portato dalla destra.

Se recentemente aveva dichiarato che tutti “dovranno stringere la cinghia”, ha varato un governo in cui il numero dei ministeri si è gonfiato passando da 23 a 37, con undici donne, rappresentanti dei popoli originari, e una cantante nera a capo del ministero della Cultura. Non scordando che in Brasile le donne costituiscono la maggioranza degli elettori, il 52%, e che più della metà lo ha votato. Sua moglie Rosângela, conosciuta come “Janja”, esercita una forte influenza politica. Pur non avendo ricevuto un posto nel gabinetto, agisce dietro le quinte del nuovo governo di Brasilia, suscitando talvolta mugugni tra le fila del Partito dei lavoratori per il suo carattere accentratore. La stessa cerimonia di investitura del primo gennaio porta la sua firma. Tutto è stato perfetto, perfino la scelta di far sfilare assieme al presidente la sua cagnetta bastardina trovata a Curitiba, mentre era in carcere. Non a caso battezzata Resistencia. Un successo che ha consentito alla cinquantaseienne sociologa di affermarsi, con un profilo finora inedito, come prima dama della repubblica. Con Lula, le donne guadagnano influenza politica, e ottengono una partecipazione del 30%. Di certo la più alta nella storia del Paese, pur rimanendo ancora lontana la parità di genere.

Nelle lunghe settimane dopo il ballottaggio, Lula ha dovuto fare ricorso a tutte le sue doti di mediatore per accontentare il Movimento democratico brasiliano, il Partito socialdemocratico e l’Unión Brasil, ovvero tutti i partiti che lo hanno appoggiato. Unión Brasil ha ottenuto il ministero delle Comunicazioni e quello del Turismo, ed è il partito che ha eletto senatore Sergio Moro, ex giudice simbolo di Lava Jato, la cui indagine ha portato all’arresto di Lula per corruzione nel 2018. Ora il suo partito governa proprio con il più noto imputato della vicenda; ma Moro non si è dimesso, confida che il suo partito manterrà una posizione “indipendente”. Lula ha definito colpo di Stato la vicenda che, nel 2016, ha portato alla destituzione di Dilma Rousseff, sorvolando sul fatto che una parte dei suoi attuali ministri avesse votato a favore dell’impeachment.

Alla fine, ha dato vita a un gabinetto che ha un appoggio che va dalla destra moderata all’estrema sinistra, la cui la guida è saldamente in mano a uomini del Partito dei lavoratori, ma che non è affatto privo di potenziali punti di rottura. Intanto,“Folha de S.Paulo” ha pubblicato un sondaggio secondo cui solo il 51% dei brasiliani crede che Lula farà un governo migliore di Bolsonaro, con una aspettativa sul risultato della gestione e sul compimento delle promesse più bassa del consueto. Non gioca a favore il fatto che dei 37 ministri, almeno una dozzina sono stati indagati o sono coinvolti in scandali di corruzione, fondi illeciti e cattiva condotta amministrativa. Ciò detto, Lula si trova a operare con un’amministrazione piena di militari, come mai era successo in passato, nemmeno durante il ventennio della dittatura. È un’eredità lasciatagli dal suo predecessore, che ha aperto ministeri e aziende pubbliche agli uomini in divisa, fino a chiedere loro di supervisionare la regolarità delle elezioni di ottobre. Bolsonaro ha impresso un marcato accento militare al complesso dell’amministrazione che Lula vorrebbe far cessare. L’aumento della presenza militare nell’amministrazione è confermato dagli ultimi dati della Corte dei Conti, secondo i quali, nel 2018, c’erano 2.765 militari, attivi o di riserva, che occupavano posizioni civili nel governo. Nel 2019, primo anno di gestione di Bolsonaro, il loro numero era passato a 3.515, salendo poi a 6.157 nel 2020: di questi, circa la metà con posizioni di “commissari”, che il governo attuale potrebbe sostituire a breve termine.

Una delle scelte più delicate che Lula ha dovuto fare, è stata quindi quella del ministero della Difesa andato a José Múcio, politicamente un conservatore, con buoni rapporti personali con l’ala bolsonarista e con gli alti gradi dell’esercito, della marina e dell’aeronautica. È toccato a lui dichiarare che il nuovo esecutivo considera “assolutamente necessario” depoliticizzare le forze armate, liberandole dalle attenzioni dei partiti. Un fenomeno che si è verificato e intensificato durante il mandato di Bolsonaro, soprattutto a causa dell’uso dei social network: a tal punto che non sono mancati settori militari che hanno partecipato alla campagna contro le urne elettroniche guidata dall’ex presidente.

Gli osservatori più attenti già puntano la lente sui possibili punti deboli del nuovo governo. Tra questi, a pieno titolo quello relativo alla gestione dell’economia, che  Bolsonaro aveva affidato alla guida del super-ministro Guedes, e ora Lula spezzetta in aree di competenza. All’ex sindaco di San Paolo, Fernando Haddad, fedelissimo di Lula, va il ministero dell’Economia, mentre a Ester Dweck viene affidata la gestione. Come i due principali responsabili del settore economico possano collaborare è difficile dirlo, visto che Haddad si è sempre espresso a favore di una condotta improntata alla responsabilità fiscale, mentre Dweck è paladina della “teoria monetaria moderna”, che sostiene politiche fiscali espansive, secondo cui né il debito né l’inflazione sono un problema. Gli altri ministeri – dello Sviluppo, dell’Industria e del commercio e della Pianificazione – in cui viene spezzettato il ministero dell’Economia di Bolsonaro, sono stati assegnati a persone differenti.

A Geraldo Alckmin – ex governatore di San Paolo, legato, secondo la stampa brasiliana, all’Opus dei, che ha lasciato il Partito della social-democrazia brasiliana per la sua nuova avventura politica come vicepresidente – viene affidato il ministero dell’Industria. A Simone Tebet – che aveva sfidato Lula al primo turno delle recenti elezioni presidenziali, accusandolo persino di corruzione nei dibattiti televisivi – viene dato il ministero della Pianificazione. Al primo turno, era arrivata al quarto posto con il 4,2% dei voti, e ha deciso di sostenerlo al ballottaggio. Tebet, rappresentante dell’agro-industria e originaria del Mato Grosso, avrebbe preferito il ministero dello Sviluppo sociale, che controlla il programma “Bolsa Familia” per l’aiuto ai poveri. Lula ha pensato bene di metterlo nelle mani di Wellington Dias del Partito dei lavoratori, ex governatore di Piauí, tanto più che nell’entourage del neopresidente nessuno ha scordato che Tebet aveva votato a favore dell’impeachment di Dilma Rousseff. Prevedibili sono gli attriti tra Haddad, che è contro l’attuale tetto di spesa fissato per legge, e Tebet, che lo ha sempre difeso. Ma in caso di contrasti, Lula si è riservato l’ultima parola.

Torna ministro dell’Ambiente Marina Silva, nota ambientalista ed esponente evangelica, ex senatrice del partito Rede. Era già stata ministra di Lula all’inizio del suo primo mandato, nel 2003, ma se n’era andata nel 2008, rompendo con il Partito dei lavoratori, che poi le aveva scatenato contro una violenta campagna, quando nel 2014 si era candidata alle presidenziali contro Dilma. Lula ha mantenuto la promessa che aveva fatto ai manifestanti che protestavano contro le politiche di Bolsonaro in Amazzonia e ha creato un ministero dei Popoli originari, nominando a guidarlo la deputata indigena del Psol (Partito socialismo e libertà), Sônia Guajajara, riconosciuta nel 2022 dalla rivista “Time” come una delle cento personalità più influenti del mondo. Rinasce anche il ministero della Cultura diretto dalla cantante Margareth Menezes, che dovrà gestire, entro il 2023, un budget corrispondente a circa due miliardi di dollari. Se la nostalgia per i suoi precedenti governi è stato uno degli ingredienti della vittoria, Lula sa che il giudizio definitivo dipenderà da quanto sarà stato capace di fare nei prossimi quattro anni.