La finanza creativa del governo più a destra della storia repubblicana introduce un altro modo per finanziare la manovra 2023: drenare risorse destinate inizialmente alla classe media, ai lavoratori e ai pensionati per redistribuire qualche briciola alle stesse classi. Una partita di giro: da quelli che stanno meno peggio a quelli che sono sempre sul crinale della soglia di povertà. Una tecnica sperimentata con la decisione di ridurre e poi cancellare il reddito di cittadinanza, e replicata in campo fiscale e previdenziale.

Lo ha spiegato con una certa asprezza il segretario generale dello Spi, il sindacato dei pensionati della Cgil, Ivan Pedretti: “La manovra di bilancio del governo Meloni si finanzia con il taglio della rivalutazione delle pensioni e con la tassazione degli extra-profitti, peraltro già prevista e solo in parte aumentata. I pensionati italiani – continua Pedretti – vengono trattati come un bancomat e alla stessa stregua di aziende che fatturano miliardi di euro. Pensioni da 1.500/1.600 euro netti al mese, frutto di oltre quarant’anni di lavoro e di contributi versati, vengono fatte passare per ricche”. Il leader dello Spi si riferisce ovviamente al meccanismo di rivalutazione, che è stato una importante conquista del sindacato, ma che con il governo di destra, è stato praticamente “cancellato e riscritto senza uno straccio di confronto”. La cosa bella (si fa per dire) poi è che “con questi soldi si fanno condoni, si aumenta il tetto del contante, si favoriscono i furbi e gli evasori” – chiarisce Pedretti che promette: “Risponderemo”.

Molto cruda anche l’analisi della Cgil, che ha prodotto uno studio di cui parleremo in un prossimo articolo. Il quadro, intanto, è molto chiaro: quota 103 per pochi (11.340, per tutti gli altri resta la legge Fornero), abolita di fatto “opzione donna”, nessuna risposta per i giovani, 17 miliardi in meno in tre anni per la rivalutazione delle pensioni. Il saldo delle risorse previsto dal governo sul “capitolo pensioni” non mente: nel 2023, a fronte di 726,4 milioni di euro che finanziano i diversi interventi (quota 103, “opzione donna”, Ape sociale e altro), si sottraggono al sistema ben 3,7 miliardi di euro tra taglio della rivalutazione delle pensioni in essere (-3,5 miliardi solo nel 2023) e abrogazione del fondo per l’uscita anticipata nelle piccole e medie imprese in crisi (-200 milioni). Se si considera il triennio, le mancate rivalutazioni ammonteranno a 17 miliardi.

In realtà, le risorse che saranno effettivamente spese – sulla base della nostra analisi – saranno poco più di un terzo: 274,3 milioni, con un risparmio di 452,1 milioni. Secondo le stime dell’Osservatorio previdenza di Cgil e Fondazione Di Vittorio – tra quota 103 (che consentirà l’uscita a 11.340 persone, di cui 9.355 lavoratori e appena 1.985 lavoratrici, in luogo delle 41.100 annunciate), “opzione donna” (solo 870 rispetto alle 2.900 previste, che sarebbero già pochissime), conferma dell’Ape sociale (13.405 rispetto alla previsione di 20.000) – nel 2023, la platea reale delle persone che usufruiranno di questi tre istituti sarà di 25.615. Per tutti gli altri, rimane solo la legge Fornero. “Così – dichiara Christian Ferrari, segretario confederale Cgil – non vengono affrontate in alcun modo le criticità presenti nel nostro sistema pensionistico, e men che meno si prefigurano le condizioni per una riforma complessiva del nostro impianto previdenziale. Nessun superamento della legge Fornero, dunque, e nemmeno la possibilità di accedere al pensionamento con 41 anni di contribuzione. Gli slogan e le promesse elettorali, ancora una volta, si configurano come vera e propria pubblicità ingannevole”.

Che succederà ora? Che ne sarà di quell’atteggiamento di apertura al dialogo con le forze sociali che la premier Meloni aveva ostentato in tutte le sue iniziali uscite pubbliche, ma che ora sembra vacillare a favore delle imprese? I sindacati scenderanno in piazza o decideranno anche di scioperare? Per ora sappiamo solo che il governo ha deciso di convocare, per la seconda volta, i sindacati a Palazzo Chigi. L’appuntamento è per mercoledì 7 dicembre, alle 12.30, per una riunione alla quale parteciperanno anche i ministri economici. Intanto, la prima legge di Bilancio è stata trasmessa alla Camera dopo aver ricevuto la bollinatura della Ragioneria di Stato e la firma del presidente della Repubblica. Prima ancora che inizi l’iter parlamentare del provvedimento, come di consueto, il ministero dell’Economia ha stabilito quanti fondi saranno a disposizione per gli emendamenti parlamentari. Avremo modo di parlare di tutti i capitoli più importanti della manovra. Per ora, concentriamoci sulle pensioni che, a quanto pare, sono una delle coperture importanti della manovra.

Alla decisione di dare una “sforbiciata” alle pensioni in essere, il governo è arrivato quasi a sorpresa, smentendo tutte le promesse elettorali e i pronostici più positivi. Prima ancora di sapere in che cosa consisterà la riforma della legge Fornero e su quello che saranno i prepensionamenti e la flessibilità in uscita, il governo comincia col chiedere un contributo importante ai titolari di assegni medi e alti. Questa mossa fa parte della nuova tecnica creativa del Robin Hood alla rovescia, ma c’è anche da dire che è tutt’altro che inedita. La scelta è stata già praticata in passato da altri governi, ma questa volta sembra avere una natura diversa e, comunque, s’inquadra in un contesto diverso dal solito, prima di tutto perché è più alto, rispetto agli anni passati, il tasso di inflazione.

L’altro elemento di novità riguarda il peso che avranno sulle pensioni questi tagli che saranno rovesciati sulle spalle di una platea molto precisa: pensionati che ricevono un trattamento superiore a quattro volte il minimo, vale a dire almeno 2.101,52 euro lordi al mese. Da notare bene la parola “lordi”. Da questi importi il dazio versato sull’altare dei conti pubblici crescerà con l’importo della pensione. I colpiti in base agli ultimi censimenti dell’Inps sono poco più di tre milioni, cioè quasi un pensionato su cinque. Ovvero tanta gente, un vero e proprio “esercito” molto più numeroso di quello dei beneficiati dalle nuove norme, che introducono una crescita maggiorata al 120% per le pensioni al minimo: indirizzate a poco più di due milioni di italiani, vale a dire un pensionato su otto.

Il taglio, ovvero l’abolizione di una quota dell’aumento collegato all’inflazione, è diversificato a seconda delle sei nuove fasce delineate dalla legge di Bilancio. C’è anche da dire che la tagliola sulle indicizzazioni sarà biennale, e agirà quindi nel 2023 e nel 2024. Ed è ovvio che gli effetti si sentiranno alla lunga. Come ha spiegato nei dettagli il “Sole 24 ore”, nelle tabelle della relazione tecnica, la sforbiciata alle rivalutazioni ridurrà la spesa previdenziale di 36,8 miliardi in dieci anni. Nel 2023-25, coperto direttamente dalla manovra, le uscite rallentano rispetto al tendenziale di 10,2 miliardi (poco più di mezzo miliardo è però assorbito dalla rivalutazione rinforzata delle pensioni minime).

Si tratta ora di capire quali saranno le decisioni sulla mobilitazione dei sindacati, sia di quelli dei pensionati, sia di quelli confederali, che ultimamente sembravano di nuovo divisi dopo le aperture al governo da parte della Cisl. Il segretario generale cislino ha però dovuto correggere in corso d’opera le sue dichiarazioni proprio a causa delle “sorprese” previdenziali. “Serve ristabilire la piena perequazione sulle pensioni, perché nelle fasce sopra a quattro volte la minima c’è un pezzo fondamentale degli ex lavoratori di questo Paese. Non si può far cassa sui nostri anziani” – ha dichiarato nei giorni scorsi Sbarra, il leader cislino. La Cisl ha prodotto i primi studi (anche la Cgil è pronta a spiegare in tutti i dettagli il peso della manovra sui pensionati, ma anche sui giovani futuri pensionati). Secondo il sindacato di via Po, nel 2023 si registreranno risparmi per le casse dello Stato pari a due miliardi di euro: anche se si dovesse finanziare per intero quota 103, la spesa non va oltre settecento milioni di euro nel 2023. “Chiediamo cosa si finanzia con il restante”, dice Sbarra.

Se per la Cisl le critiche alla manovra sono comunque limitate a singoli provvedimenti, molto più dura è la Cgil. Per il segretario generale Maurizio Landini siamo di fronte a “una manovra negativa perché colpisce quelli che stanno peggio, non aumenta i salari, non combatte l’evasione fiscale, aumenta la precarietà. È una manovra per noi sbagliata che va cambiata. Penso che sia anche necessario, in questo senso, ragionare su cosa mettere in campo per provare a cambiarla, soprattutto disegna una serie di interventi e una visione sbagliata della società”.

Torneremo a parlare nel dettaglio della parte della manovra che riguarda le pensioni. Basti intanto dire che il segno è negativo su tutti i capitoli, non solo sulla questione delle rivalutazioni bloccate. Anche le altre voci sono state ritoccate: uscita anticipata con quota 103, nel mix 62 anni di età e 41 di contributi, e bonus Maroni del 10% per chi la rinvia congelando però l’assegno. Proroga di “opzione donna”, limitata però solo alle caregiver e alle donne invalide civili con 60 anni e 35 di contributi e sconto anagrafico di un anno (59) per le lavoratrici con un figlio, che raddoppia (58 anni) per quelle con almeno due figli e che, in questo caso, viene esteso anche alle licenziate. Prolungamento di un anno di Ape sociale nell’attuale versione.

L’unico aspetto parzialmente positivo riguarda l’indicizzazione maggiorata degli assegni pensionistici “minimi” e di quelli più bassi, che saliranno ad almeno 570 euro il prossimo anno e a circa 580 quello successivo. Per gli assegni con un importo pari o inferiore a 525,38 euro mensili (6.829,94 l’anno) scatterà una rivalutazione maggiorata dell’1,5% nel 2023 (571,5 euro al mese) e del 2,7% nel 2023 (circa 580 euro). Il costo previsto per questa misura è di 210 milioni il prossimo anno e di 379 milioni in quello successivo. Ma nelle tasche dei pensionati poveri poca roba. La cena di Natale. Con caffè e amaro.