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Home » Articoli » In una sentenza il futuro dell’aborto negli Stati Uniti

In una sentenza il futuro dell’aborto negli Stati Uniti

Dovrebbe arrivare a breve il pronunciamento della Corte suprema americana sul caso “Dobbs versus Jackson Women’s Health”: in gioco la possibilità per le donne di ricorrere alla interruzione volontaria di gravidanza

13 Maggio 2022 Ludovica Costantini  1463

Gli Stati Uniti si stanno spaccando in due, e negli ultimi giorni la divisione non è soltanto tra democratici e repubblicani, ma tra pro-life e pro-choice. Questa frattura, presente da anni, è tornata sotto i riflettori più profonda che mai. Martedì 3 maggio è infatti apparso, sul sito di “Politico”, il parere del giudice conservatore Samuel Alito che, insieme ad altri, vorrebbe riportare la giurisdizione in materia di aborto sotto la competenza dei singoli Stati. La veridicità del documento è stata confermata dal presidente della Corte suprema, John Roberts, che ci ha tenuto a precisare come questo non rappresenti un parere definitivo, e che la decisione deve essere ancora presa. Nonostante si tratti di una bozza, che però ha fatto il giro del mondo, appare chiara l’intenzione della maggioranza dei giudici di limitare l’accesso al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Nel documento il giudice Alito scrive che “la Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto e nessun diritto del genere è tutelato da alcuna disposizione costituzionale”. Questo leak ha acuito la rottura ideale nel Paese, mettendo in dubbio la legittimità della sentenza del 1973.

La sentenza in questione, che è ormai al centro del dibattito, è la Roe versus Wade. Il caso arriva alla Corte nel 1972, e viene definitivamente risolto nel 1973, con una sentenza che rende legale il diritto all’aborto a livello federale. Prima di quel momento, ogni Stato emanava leggi autonome: in almeno trenta Stati l’aborto era riconosciuto come reato di common law, e per questo non poteva essere praticato in alcun caso. La decisione venne presa con una maggioranza di sette giudici su nove, e si basò su una diversa interpretazione del XIV emendamento, che contiene il diritto a un giusto processo. Questo diritto si era già evoluto, successivamente, grazie a una nuova interpretazione che ne estrapola il diritto alla privacy; da quest’ultimo, poi, la Corte si sposta sul diritto all’aborto.

Il percorso seguito dai giudici per giungere a questa ultima interpretazione è piuttosto complesso: per la Corte, infatti, esiste un diritto alla privacy che può essere considerato come diritto alla libertà di scelta in merito a ciò che concerne la sfera privata e intima dei cittadini. Nella sentenza Roe versus Wade la Corte fa un ulteriore passo avanti, arrivando a considerare come parte integrante del diritto alla privacy, la limitazione dell’intervento dello Stato nelle scelte personali. Dal 1973, il dibattito su questa sentenza non è mai rimasto silente, dividendo il Paese tra pro-Roe e pro-Wade, ossia a favore o contro l’aborto.

Un ulteriore passo avanti è stato fatto nel 1992, con la sentenza della Corte Planned Parenthood versus Casey, con cui si determina l’illegittimità degli Stati ad applicare limitazioni al diritto all’aborto, che andrebbero a creare un “peso non necessario” sulle singole donne.

Nell’attesa della sentenza finale della Corte suprema, che potrebbe arrivare a giugno, nel quadro del caso Dobbs versus Jackson Women’s Health sulla legislazione in materia di aborto in Mississippi, il presidente Joe Biden si è espresso molto chiaramente, in una nota della Casa Bianca: “Credo che il diritto della donna a scegliere sia fondamentale, la Roe è stata una legge del Paese per quasi cinquant’anni, la correttezza di base e la stabilità della nostra legge richiedono che non sia ribaltata. Se la Corte suprema ribalterà la sentenza Roe versus Wade, spetterà ai nostri dirigenti eletti a tutti i livelli di governo proteggere il diritto della donna a scegliere, e spetterà agli elettori eleggere dirigenti pro scelta in novembre alle elezioni di midterm”.

Nel caso di parere positivo della Corte, in giugno, saranno le donne più povere, le immigrate, le donne delle minoranze e le ragazze più giovani a pagarne il prezzo: queste infatti non potranno recarsi in altri Stati federali, e saranno costrette a ricorrere ad aborti clandestini. Sono numerose le reti femministe che si stanno mobilitando per manifestare in questi giorni; altrettante sono le dichiarazioni pubbliche di personaggi della politica statunitense, e non solo. Oltre a Joe Biden, a essersi espressi contro l’eventuale presa di posizione della Corte, sono stati anche Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), con Amnesty International e con Nancy Fraser, filosofa e teorica femminista. Fraser ha sostenuto che il documento del giudice Alito è una rivelazione che “invalida la pretesa della Corte suprema di essere al di sopra della politica”, aggiungendo che la futura sentenza non rimarrà vincolata al diritto di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, ma si estenderà a un livello più profondo, che aprirà la via ad altri rovesciamenti dei diritti civili, come quelli della comunità Lgtbqia+ o sulla discriminazione razziale. Anche la vicepresidente Kamala Harris, e la speaker della Camera Nancy Pelosi, si sono schierate contro la posizione della Corte, sostenendo la necessità di mantenere il diritto all’aborto.

Se la sentenza Roe venisse rovesciata dalla sentenza Dobbs, si assisterebbe alla penalizzazione dell’aborto in molti Stati federali: diversi tra questi, infatti, hanno delle leggi così restrittive che già ora rendono complesso l’accesso al diritto, e lo vedrebbero del tutto scomparire se venisse meno la sentenza Roe. Negli Stati Uniti, sono solo quattordici gli Stati con leggi che proteggono il diritto all’aborto – e si trovano principalmente lungo le due coste del Paese. In Texas, per esempio, è già illegale l’aborto dopo la sesta settimana, quando molte donne non sanno neppure di essere incinte; mentre in Oklahoma il congresso ha approvato una legge che permette l’aborto solo per gravi motivi di salute e, in caso di infrazione, le donne possono essere condannate fino a dieci anni di reclusione. A controbilanciare questa deriva conservatrice, ci sono gli Stati democratici che si sforzano di salvaguardare il diritto delle donne a ricorrere all’aborto, come la California e il Colorado.

La Corte avrà gli occhi del mondo puntati addosso, perché annullare la validità della sentenza Roe versus Wade significherebbe riportare indietro di cinquant’anni l’orologio dei diritti civili. Il parere definitivo dovrebbe arrivare in giugno, anche se con gli ultimi sviluppi i tempi potrebbero accorciarsi. Sarà in gioco il futuro di uno dei Paesi più importanti al mondo, che offre sia una strada da seguire ad altri Paesi minori, sia, soprattutto, una cartina di tornasole perfetta per valutare a che punto si trova il mondo sulla questione dei diritti delle donne.

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