Può succedere talora che alcuni fatti, piccoli in sé, diano il senso di dove un Paese stia andando meglio delle ponderose analisi degli storici. La carrozzina che rotola giù lungo la scalinata di Odessa, le brioche che Maria Antonietta voleva distribuire al popolo parigino affamato, come minimo ci fanno capire che quei Paesi avevano seri problemi, e che presto sarebbero stati travolti da una rivoluzione. Non crediamo che gli Stati Uniti siano sull’orlo di una rivoluzione (sebbene un anno fa siano stati sull’orlo di un colpo di Stato), ma ci sono numerosi segnali che fanno ritenere che il Paese si trovi già adesso in serie difficoltà, che in futuro potranno solo peggiorare.

La prima storia da raccontare è quella delle lampadine. Chi segue le vicende americane ricorderà che il presidente Obama aveva una particolare sensibilità nei confronti della protezione dell’ambiente, e conseguentemente della riduzione dei consumi energetici. Sotto la sua presidenza gli Stati Uniti sottoscrissero l’Accordo di Parigi sul clima che prevedeva, tra l’altro, una serie di incentivi per le energie rinnovabili e disincentivi per i prodotti ad alto consumo energetico. Tra questi figuravano ai primi posti le lampadine a incandescenza, che consumano 15 volte di più e durano cento volte di meno di quelle fluorescenti e a Led; era previsto quindi che venissero gradualmente ritirate dal mercato, per scomparire del tutto dopo pochi anni – come peraltro è avvenuto in tutta Europa e in altre parti del mondo.

Il successore di Obama, Donald Trump, invece, non credeva nella scienza ed era convinto che il riscaldamento globale fosse una bufala, mentre credeva molto nell’importanza dei finanziamenti delle lobby petrolifere e del gas, e non voleva dispiacere loro. Di conseguenza non solo ritirò gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, ma annullò tutti i connessi incentivi e disincentivi rivolti a eliminare i prodotti a più alto consumo energetico, tra cui appunto le lampadine a incandescenza. Così queste ultime rimasero sul mercato a fianco delle più virtuose lampadine a basso consumo.

A questo punto, entra in gioco la legge del mercato e del profitto che, se non vi è costretta, non pensa certo a tutelare l’ambiente. La principale casa produttrice americana (e mondiale) di lampadine, la Signify, che possiede anche il marchio Philips, guadagna molto di più vendendo lampadine a incandescenza che non quelle più costose a Led (più costose come prezzo di acquisto, ma molto meno se rapportate ai consumi) e decide quindi – visto che è libera di farlo – di distribuire preferibilmente le prime anziché le seconde.

Ora, succede che nei quartieri benestanti la gente ha una maggiore sensibilità ambientale e quindi richiede a preferenza lampadine a basso consumo che lì sono facilmente reperibili, mentre invece sono introvabili nei negozi dei quartieri più poveri dove la gente non le chiede preferendo quelle a incandescenza. La Signify sostiene che la diversa distribuzione dipende dalle preferenze del pubblico, e che è il pubblico a non volere le lampadine ecologiche. Naturalmente il pubblico non le vuole perché sono più costose, e lo sono non solo perché costa di più produrle ma perché non ci sono più gli incentivi e disincentivi che abbasserebbero il prezzo.

Soprattutto la gente non si rende conto che tra maggior consumo di elettricità e più corta vita operativa le lampadine a incandescenza costano molto di più di quelle a basso consumo. È stato calcolato che una lampadina a incandescenza costa circa cento dollari in più all’anno di una ecologica, che moltiplicati per una trentina di lampadine ad abitazione porterebbe ad un maggior costo di oltre tremila dollari l’anno, cifra importante già per una famiglia di ceto medio, e molto di più per i circa sette milioni di famiglie americane che vivono sotto la soglia di povertà.

Adesso il presidente è nuovamente cambiato e ha promesso di ripristinare i provvedimenti ambientalisti, ma a distanza di un anno non si è visto ancora nulla di concreto. Ecco un tipico esempio in cui – nonostante l’interesse individuale coincida con quello della collettività – entrambi vengono frustrati dall’interesse di un’azienda, mentre i presidenti si succedono rovesciando ogni volta la politica del predecessore.

La seconda storia ha a che fare con gli uragani. Tutti sappiamo che gli Stati Uniti sono funestati annualmente da grandi tempeste che si formano sui Caraibi, con vortici di vento violentissimi che, quando si abbattono sulle zone abitate del sud e dell’est, distruggono tutto ciò che trovano sul loro passaggio. In questi ultimi anni, a causa del riscaldamento globale, gli uragani sono aumentati in numero e in intensità, e interessano zone sempre più ampie del Paese. Un tempo questi eventi venivano chiamati acts of God, atti di Dio, per indicare che l’uomo non poteva farci nulla e naturalmente, almeno in parte, è così dal momento che gli uragani ci sono sempre stati anche quando la terra era meno calda.

Ma, lasciando perdere le cause climatiche, si rimane colpiti nel vedere le immagini degli effetti: dove passa un uragano il paesaggio devastato somiglia a quello colpito da un gigantesco tsunami, o da un terremoto devastante o da un bombardamento a tappeto: chilometri e chilometri di macerie, di alberi spogliati, di pali della luce divelti, di case rase al suolo, di macchine rovesciate. Così è successo da ultimo quando a dicembre l’uragano Ida ha colpito il Kentucky e qualche giorno prima un altro uragano ha ucciso sei persone in un magazzino Amazon in Illinois. Ogni anno devastazioni, morti, feriti e danni per centinaia di miliardi.

Che fare allora? L’atto di Dio deve essere per forza un castigo di Dio? Qualcosa si potrebbe. Gli esperti (in America gli esperti abbondano, anche se spesso non vengono ascoltati) dicono che per limitare i danni bisognerebbe costruire meglio, e indicano alcune ricette semplici ed economiche da applicare almeno nelle nuove costruzioni: ancorare il tetto ai pilastri di legno portanti per evitare che sia spazzato via, ancorare i pilastri al suolo per evitare che il vento li abbatta, rinforzare le finestre (con fogli di plastica!) per resistere agli urti di oggetti volanti. Certo nulla può resistere a un uragano di classe quattro o cinque ad altissima intensità, con venti sopra i duecento km all’ora, ma nella maggior parte dei casi con questi pochi accorgimenti si potrebbero ridurre, e di molto, i danni.

Impedire la perdita di vite umane, dicono gli esperti, è ancora più semplice ed economico: basterebbe costruire nelle zone a rischio piccoli bunker sotterranei in cemento armato in cui gli abitanti di una casa o edificio pubblico possono rifugiarsi all’arrivo dell’uragano. Efficacia totale, per un costo stimato di settemila dollari per abitazione singola e fino a 50mila dollari per un supermercato. Una proposta in tal senso è stata presentata dagli ordini degli architetti e degli ingegneri edili in una ventina di Stati (la materia è di competenza statale), ma le associazioni dei costruttori e delle agenzie immobiliari hanno fatto muro e l’hanno bloccata. La ragione? Anche se di poco, i costi delle abitazioni aumenterebbero, il mercato è in crisi e non ce lo possiamo permettere. E poi non è detto che la prossima volta l’uragano colpisca proprio lì.

E così il Paese a tecnologia più avanzata del mondo (forse non più, dopotutto), il Paese più potente del mondo (quello sicuramente sì) e con le migliori, o comunque più famose, università non è in grado di fare due cose molto semplici come cambiare una lampadina e costruire un minirifugio in cemento armato. Chissà cosa avrebbe detto Maria Antonietta. “Gli americani muoiono travolti dagli uragani? Ma perché non si trasferiscono a Parigi?”