Il primo sciopero generale da sette anni a questa parte? A palazzo Chigi non pervenuto, o quasi. La manovra finanziaria del governo non cambia indirizzo, anche se piccoli segnali di permeabilità al malcontento sociale si intravedono, ora che inizia a diradarsi la cortina fumogena dei “no vax”, per mesi volutamente sovra-rappresentati come unica – e irragionevole – opposizione al governo. Sono in arrivo un po’ di soldi aggiuntivi per la scuola, accolti con un filo di ottimismo dal sindacato: per la Federazione lavoratori della conoscenza della Cgil “la lotta paga”, ma “se la legge di Bilancio non dovesse dare risposte, ci aspettiamo un intervento straordinario sulla scuola fin da gennaio”.

Di un certo rilievo l’annunciato accordo fra il ministero del Lavoro e quello dello Sviluppo economico sulle norme anti-delocalizzazioni: per le imprese non in crisi che chiudono gli stabilimenti in Italia, c’è solo un po’ più di burocrazia, l’obbligo di presentare piani di gestione degli esuberi e costi maggiorati con varie motivazioni. Probabilmente non è una materia sulla quale la gabbia delle norme europee lasci troppa libertà di intervento ai governi nazionali; ma bisognerà soppesare la soddisfazione del ministro leghista Giancarlo Giorgetti per la soluzione “ragionevole” che “non penalizza le imprese e tutela i lavoratori”. Il movimento contro le delocalizzazioni – la cui avanguardia più visibile è stata, in questi mesi, quella dei lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio – è solo all’inizio.

Per il resto, confortato dall’indifferenza degli autorevoli quanto (talvolta) sensibili commentatori che, di fronte ai ritardi nell’iter della legge di Bilancio, in altre occasioni avevano gridato al regime e all’offesa alla democrazia parlamentare, il governo Draghi sta portando avanti con grande flemma i lavori sulla manovra. Dopo giorni di riunioni e rinvii, è arrivato finalmente l’atteso pacchetto di emendamenti governativi, che dovrebbe soddisfare gran parte delle richieste della maggioranza: quanto meno quelle sulle quali si era riusciti a elaborare un ragionamento comune. A seguire, saranno da precisare le proposte “di parte” che i singoli gruppi parlamentari dovranno selezionare e portare al voto in commissione al Senato, fra le centinaia di emendamenti di maggioranza e opposizione già agli atti. Forse, anche per questo, già nella mattinata di venerdì a palazzo Madama si dava per scontato un ulteriore rinvio a domenica, se non addirittura a lunedì 20 dicembre, dell’avvio delle votazioni in commissione. Manovra natalizia, dibattito compresso; Camera che sarà riconvocata per la seconda lettura durante le vacanze, ma potrà solo far finta di riesaminare il provvedimento più importante dell’anno che, come previsto, le arriverà blindato dall’altro ramo del parlamento dopo l’ennesimo voto di fiducia.

Piccoli segnali – dicevamo – ma anche consuete conferme: quando si tratta di aprire i cordoni della borsa a favore delle imprese, si manifesta la flessibilità delle politiche economiche del duo costituito da Mario Draghi e dal suo fedele ministro dell’Economia Daniele Franco. È il caso del rifinanziamento del bonus tv-decoder (68 milioni per il 2022), di un fondo di 150 milioni per il sostegno degli operatori economici del settore del turismo, dello spettacolo e dell’automobile (“gravemente colpiti dall’emergenza epidemiologica Covid-19”), dell’incentivo “patent box” per lo sviluppo dei brevetti che sale dal 90 al 110% delle spese.

Incoraggia il fatto che, al termine di settimane di negoziati, il governo si sia convinto ad ampliare i fondi destinati alla sterilizzazione del caro bollette: lascia l’amaro in bocca l’idea della “rateizzazione” per le famiglie in difficoltà. Come se il passare del tempo prometta chissà quali incassi a chi ha patito le ristrettezze della cassa integrazione a causa della pandemia, a chi è stato licenziato, a chi ha davanti a sé ancora un lungo precariato, anche a causa delle scelte del governo come le modifiche al “Decreto Dignità” che aveva introdotto, nel 2019, timidi limiti sui contratti a termine, cancellati dall’attuale esecutivo.

È comunque prematuro esprimere una valutazione compiuta sulle modifiche alla manovra, ma sappiamo già che sulla contestatissima “riformetta” fiscale (recentemente “terzogiornale” ne ha scritto qui) non ci saranno sorprese, e che sulle pensioni è stato lo stesso Draghi a rivendicare il “ritorno alla normalità”, cioè alla legge Fornero che ha posto i lavoratori italiani in una condizione fra le peggiori in Europa. Ferma la barra, finora, anche sul molto ideologico disegno di legge “Concorrenza”, da qualcuno ribattezzato “festival delle privatizzazioni”, e sulla decisione di collegare alla legge di Bilancio (blindandole contro eventuali possibili referendum) anche le norme attuative sull’autonomia regionale differenziata – a suo tempo frenate dal Conte 1, e fra i motivi della rottura tra la Lega e i 5 Stelle. Ma per chi ama vedere il bicchiere mezzo pieno, c’è sempre la possibilità di consolarsi con l’autorevole monito lanciato da Draghi all’indirizzo dei partner europei sulle nuove norme da elaborare: “Le regole del patto di stabilità si sono rivelate inefficaci e anche dannose” e vanno cambiate “insieme ad altre come la regola sugli aiuti di Stato, come si può pensare a una transizione ecologica e digitale senza un ruolo attivo dello Stato?”.