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Home » Articoli » L’ Etiopia nell’inferno della guerra tra etnie

L’ Etiopia nell’inferno della guerra tra etnie

I ribelli tigrini sono arrivati alle porte della capitale mentre il governo, che ha indetto lo stato di emergenza nazionale della durata di sei mesi, sta chiamando la popolazione alle armi. Un’analisi intorno alle origini dell’ennesimo sanguinoso conflitto in terra africana

17 Novembre 2021 Vittorio Bonanni  1578

Il sogno infranto di un Nobel per la pace. Mai affermazione potrebbe essere più azzeccata per descrivere il dramma del primo ministro etiope Abiy Ahmed, con le truppe dei ribelli del Tigrè – regione situata nel settentrione del Paese, ai confini con l’Eritrea – pronte a occupare la capitale Addis Abeba. Nominato premier il 2 aprile del 2018 aveva avviato una serie di riforme finalizzate a modernizzare il Paese, oltre che a renderlo più rispettoso dei diritti umani. Attività che gli valse appunto, nel 2019, il conferimento della massima onorificenza internazionale per “i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa nel risolvere il conflitto con la confinante Eritrea”.

Ma la guerra, che sembrava archiviata, era in realtà dietro l’angolo a causa del complicato ginepraio etnico che affligge il Paese. Nel 2020 è ritornato prepotentemente a galla l’antico conflitto con la popolazione del Tigrè e il gruppo armato che la rappresenta, il Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Fplt), contrario all’intesa con Asmara. Questa controversia si è trasformata in un vero e proprio conflitto armato, che ora sta distruggendo via via ogni speranza di pace nel Paese del Corno d’Africa.

Sventato lo scorso anno l’attacco del Fronte che aveva occupato una caserma nella capitale Macallè, il parlamento federale aveva annunciato lo scioglimento del governo tigrino. L’azione militare si concludeva il 29 novembre, con un bilancio di migliaia di vittime e cinque milioni di rifugiati nel Sudan. Un sacrificio impressionante che non ha messo fine a un conflitto che, al contrario, stava in realtà assumendo aspetti di una vera e propria resa dei conti tra governo centrale e ribelli. Questi ultimi sono arrivati ora alle porte della capitale, mentre il governo sta chiamando la popolazione alle armi, e ha indetto lo stato di emergenza nazionale della durata di sei mesi, intensificando la presenza delle forze dell’ordine nella città. Più di 27.500 giovani etiopi sono stati reclutati per aiutare nelle operazioni di sicurezza ad Addis Abeba e bloccare l’avanzata del Fronte che, nel frattempo, ha stretto un’alleanza con l’Esercito di liberazione Oromo. Il 28 giugno scorso le truppe ribelli hanno riconquistato Macallè.

Come ogni guerra, anche questa sta provocando una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi, con esecuzioni sommarie da parte dell’esercito governativo, distruzione di infrastrutture e altre nefandezze. Tanto da spingere l’Unione europea a bloccare l’invio di novanta milioni di euro come aiuti al Paese; mentre Amnesty International denuncia azioni che possono essere configurate come veri e propri crimini contro l’umanità. Anche i ribelli tigrini, secondo un recente rapporto Onu, avrebbero commesso gravi violazioni del diritto di guerra e crimini contro l’umanità. Non ultimo il massacro di centoventi civili in un villaggio dell’Amhara, lo scorso settembre. Quasi impossibile l’aiuto alle popolazioni civili. Solo un milione e ottocentomila persone sono assistite a fronte di oltre cinque milioni di abitanti delle zone coinvolte in una terra vessata da un’inevitabile carestia.

Da dove nasce quello che, con tutta evidenza, appare come l’ennesimo sanguinoso conflitto interetnico in terra africana? Intanto la grande forza militare del Fplt, con il consenso che lo sostiene nell’area, deriva dal ruolo decisivo che ha giocato nell’abbattimento del regime dell’imperatore Hailé Selassié, nel 1974, così come di quello di Menghistu nel 1991. I tigrini hanno governato il Paese fino al 2018, con il leader Meles Zenawi, che promulgò nel 1995 una Costituzione federale con la nascita di altrettanti Stati. Un tentativo finalizzato a creare un’improbabile armonia tra popoli eternamente in conflitto.

In un primo momento le forze del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico (Fdrpe) – nuova sigla che rappresentava tigrini, oromo (un terzo della popolazione etiope), ahmara e altre etnie minori – sembravano essere riuscite nell’intento. Le cose cambiano quando Zenawi muore improvvisamente, nel 2012, e il suo posto viene preso da Hailé Mariàm Desalegn, un premier per la prima volta non appartenente al Fplt. Le elezioni del 2015 confermano la forza del Fdrpe che continua a controllare il parlamento. Le dimissioni, in seguito a contestazioni contro Desalegn nel 2018, aprono dunque la strada all’oromo Aby Ahmed, che – grave errore – mette ai margini gli esponenti tigrini presenti nel governo e sostituisce il Fdrpe con il Partito della prosperità. I tentativi del nuovo premier di mettere d’accordo le diverse etnie falliscono miseramente. Come se non bastasse, un referendum nel 2020 ha istituito la nuova regione del Sidama. Inoltre la guerra in corso ha fatto tornare a galla vecchie rivendicazioni incrociate tra tigrini, oromo e ahmara, con l’esercito federale costretto a intervenire per sedare scontri nella regione di Benishangul-Gumuz tra i gumuz e gli ahmara.

In questo contesto esplosivo, è inevitabile il coinvolgimento delle vicine nazioni. A cominciare dall’Eritrea, la quale, nel conflitto con l’Etiopia durato dal 1995 al 2000, aveva di fronte proprio la leadership tigrina che oggi appare di nuovo come nemica, sia pure in uno scenario diverso. Con le truppe del leader eritreo Afewerki che sostengono quelle di Ahmed, in un continuo rimescolamento delle carte. E poi c’è il Sudan, invaso dai rifugiati etiopi, che sta cogliendo l’occasione per tornare a pretendere il controllo dell’area di al-Fashaga. Senza dimenticare il Kenya, anch’esso coinvolto dall’arrivo dei rifugiati.

In questo inferno, tuttavia, la diplomazia si è rimessa in movimento. I giorni scorsi il portavoce del ministero degli Esteri etiope, Dina Mufti, aveva riferito che una delle condizioni per avviare colloqui di pace era il ritiro del Flpt dalle regioni di Amhara e Afar, al confine con il Tigrè. Immediata era stata la risposta negativa del portavoce tigrino, il quale aveva considerato fuori discussione un ritiro delle truppe tigrine prima dell’inizio dei colloqui.

Considerando questo scambio di vedute come un possibile, anche se complesso, avvio di un dialogo, domenica scorsa il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, si è recato in Etiopia per favorire la cessazione delle ostilità. Nella permanenza ad Addis Abeba ha incontrato sia Ahmed sia la presidente Sahle-Work Zewde. In movimento anche l’inviato dell’Unione africana, Olusegun Obasanjo. Dopo aver incontrato nei giorni scorsi sia Ahmed sia la dirigenza del Fronte, ha posto come condizione assoluta, per l’apertura di un negoziato, un “cessate il fuoco immediato”. 

Anche gli Stati Uniti hanno detto la loro condividendo la stessa linea dura nei confronti dei due contendenti. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, che si recherà a breve in tre Paesi del continente – Kenya, Nigeria e Senegal – sostiene gli sforzi di mediazione di Obasanjo e minaccia di imporre sanzioni sia al governo di Abiy sia al Flpt, a meno che non comincino a dialogare. 

Prevarrà la ragione di fronte a questo delirio bellico? Al momento è difficile fare una previsione. Una cosa però è certa. La speranza che l’Etiopia potesse diventare un modello di pace esportabile anche in altri Paesi africani è ancora una volta rinviata a tempi migliori. È invece urgente che le armi tacciano il prima possibile. Pena la trasformazione dell’ex colonia italiana in una nuova Somalia.

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