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Australia, Regno Unito, Stati Uniti: l’azzardo dei sottomarini

La posta in gioco strategica che sta dietro una commessa militare che ha cambiato fornitore strada facendo

23 Settembre 2021 Stefano Rizzo  1942

A prima vista potrebbe sembrare soltanto un accordo commerciale andato a male. Nel 2016 l’Australia aveva stipulato un contratto con la Francia per la fornitura di dodici sottomarini per sostituire la sua vecchia flotta di sommergibili. Improvvisamente, il 16 settembre scorso – in una videoconferenza congiunta tra il primo ministro australiano Scott Morrison, il primo ministro inglese Boris Johnson e il presidente americano Joe Biden – l’annuncio: l’Australia cancella la commessa del valore di sessantasei miliardi di dollari con la Francia e stipula un accordo, denominato Aukus, per la fornitura di sette o otto sottomarini a propulsione nucleare da parte di Stati Uniti e Regno Unito.

La immediata e furibonda reazione del governo francese – che ha parlato di “una pugnalata alle spalle” e di una “decisione brutale, unilaterale e imprevista” – faceva capire che in gioco c’era molto di più della delusione per una commessa persa, per quanto di portata imponente.

A seguire, è intervenuto uno stretto alleato e vicino dell’Australia nel patto militare Anzus (Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti). La premier neozelandese Jacinta Ardern, chiaramente seccata, ha dichiarato che il suo paese non era stato consultato e ha annunciato che la Nuova Zelanda, coerentemente con la sua politica antinucleare, non consentirà l’attracco nei suoi porti ai nuovi sottomarini australiani.

Anche il Canada, che assieme ad Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti fa parte del gruppo dei cosiddetti “cinque occhi”, per la condivisione delle attività di intelligence, ha detto di non essere stato informato. In Australia l’ex primo ministro Paul Keating ha espresso forti critiche nei confronti dell’accordo Aukus, ridicolizzando le promesse di assistenza americane con queste parole sferzanti: “Un paese che non è stato in grado di sconfiggere una banda di talebani armati di kalashnikov come può contrastare un grande paese come la Cina?”.

Ma naturalmente la reazione più dura è stata del diretto interessato, nei confronti del quale, anche se mai menzionato, è rivolta tutta l’operazione: la Cina. Un portavoce del governo cinese ha parlato di un “atto irresponsabile che mette a serio rischio la stabilità nella zona e aumenta i rischi di proliferazione nucleare”.

Perché una commessa militare che ha semplicemente cambiato fornitore strada facendo ha suscitato tanto stupore e indignazione negli alleati, oltre alla condanna del potenziale avversario? Cosa cambia nello scenario internazionale nell’area dell’indopacifico e cosa ci dice delle future relazioni degli Stati Uniti con gli alleati e gli avversari?

Intanto i fatti. I sottomarini nucleari sono molto diversi dai sottomarini tradizionali diesel-elettrici. Il loro propulsore è costituito da un minireattore nucleare che produce il vapore che, a sua volta, aziona le turbine e allo stesso tempo fornisce acqua potabile e purifica l’aria. La tecnologia in questione è “top secret” e gli Stati Uniti la condividono unicamente con un altro paese, il Regno Unito. In tutto il mondo si ritiene che soltanto altri quattro paesi possiedano alcuni sottomarini nucleari: Russia, Cina, Francia, India.

Il ruolo strategico di questi sottomarini è molto diverso da quelli convenzionali: sono molto più silenziosi e quindi difficilmente identificabili; ma soprattutto possono navigare per un tempo indefinito (teoricamente fino a trent’anni!) senza riemergere, a differenza dei sottomarini tradizionali che devono risalire in superficie ogni due-tre giorni. Mentre questi sono usati in azioni difensive di pattugliamento delle coste del proprio paese, quelli nucleari vengono impiegati per svolgere missioni di sorveglianza lontano dal proprio paese (come del resto fanno abitualmente i sottomarini nucleari russi e americani attraverso gli oceani). Il governo australiano, e lo stesso presidente Biden, hanno dichiarato che di nucleare c’è soltanto la propulsione e che non saranno mai armati con bombe atomiche (del resto l’Australia aderisce al trattato di non proliferazione). Ma queste sono soltanto dichiarazioni di intenti, e nulla vieta che in futuro all’occorrenza alle ogive convenzionali vengano sostituite ogive nucleari.

E veniamo al significato strategico di questa nuova mossa. Fin dal 2011 il presidente Obama aveva annunciato la famosa virata verso l’Asia e il Pacifico come area verso la quale concentrare le risorse militari, diplomatiche ed economiche degli Stati Uniti nella consapevolezza che, a fronte della maggiore assertività economica e militare della Cina, l’importanza dell’Europa e del Medio Oriente sarebbe diminuita (la strategia prevedeva anche un “reset”, cioè migliori relazioni con la Russia – il che non è avvenuto, anzi). Ma di fatto, distratto dall’impegno di porre fine alla guerra in Iraq e di continuare quella in Afghanistan, Obama non diede seguito alla strategia asiatica. Donald Trump si concentrò inizialmente sul contrasto al programma nucleare nordcoreano, per il quale aveva bisogno della collaborazione della Cina. Verso la fine del suo tumultuoso mandato si disinteressò della Corea del Nord e aumentò i toni belligeranti nei confronti della Cina.

Sembrava che, con Biden e la sua promessa di un ritorno al primato della diplomazia, le cose sarebbero cambiate; ma, al contrario, fin dall’inizio della sua presidenza i toni nei confronti del colosso cinese si sono fatti sempre più duri e martellanti: condanna per il trattamento degli uiguri nello Xinjian, per la repressione a Hong Kong, per le interferenze nel mar cinese meridionale, per i programmi di riarmo cinese; e ancora: sanzioni economiche, boicottaggio del 5G di Huawei, esercitazioni congiunte con Taiwan per dissuadere la Cina dalla tentazione di annettersi l’isola con un colpo di mano (come aveva fatto la Russia con la Crimea). Naturalmente tutte queste condanne e sanzioni avevano un fondo di verità, ma venivano grandemente esagerate secondo una logica da sempre ricorrente nella politica estera americana: le azioni non importa quanto criminali di un alleato vengono sottaciute (vedi l’India con il trattamento della minoranza musulmana o l’Arabia saudita con il genocidio in Yemen), mentre quelle di un avversario sono stigmatizzate in nome del rispetto dei diritti umani.

Sta di fatto che nel giro di pochi mesi la Cina è passata per gli Stati Uniti da economic competitor a strategic competitor e a adversary, e il passo è breve perché diventi un enemy, con le conseguenze del caso. È certamente vero che la Cina avanza pretese nella sua zona di influenza, particolarmente sugli isolotti e atolli contesi anche da Giappone, Vietnam e Filippine; ed è certamente vero che, fin dalla vittoria della rivoluzione nel 1949, non ha mai rinunciato a rivendicare il ritorno alla madrepatria di Taiwan (dove, ricordiamolo, fuggirono i resti dell’esercito nazionalista cinese di Chiang Kai-shek sostenuto dagli occidentali); e ancora è vero che esercita su Hong Kong un controllo sempre più autoritario al fine di un ritorno completo della città-Stato, già colonia inglese, sotto il proprio dominio. Ma queste sono tutte questioni che possono, o comunque dovrebbero, essere affrontate con la diplomazia, con il dialogo e nel rispetto delle legittime aspirazioni dell’interlocutore, non con le azioni di forza e il rullare di tamburi. (A onor del vero, va detto che Biden nel suo recente discorso alle Nazioni Unite ha negato di volere tornare a una nuova guerra fredda.)

Come ha rilevato il noto studioso cinese Yan Xuetong (Foreign Affairs, luglio-agosto 2021), al di là delle intenzioni o delle dichiarazioni di facciata, questo nuovo stile della politica estera americana verso la Cina rischia di produrre l’effetto contrario a quanto desiderato, cioè di acuire il nazionalismo cinese e il suo desiderio di maggiore assertività sul suo “vicino prossimo”.

Con il suo inopinato cambio di cavallo in corsa (dalla Francia agli Stati Uniti), l’Australia ha chiaramente scommesso sul fatto che gli Stati Uniti manterranno fede alle promesse di assistenza economica e militare, nel mentre spingono verso un confronto sempre più teso, fino al conflitto, con la Cina. Alla luce dei recenti avvenimenti in Afghanistan, più che una scommessa sembra un azzardo.

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