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Lavoro e transizione ecologica in Italia

Una riflessione di carattere generale a partire dalla crisi aperta dalla comunicazione dei licenziamenti nell’azienda della componentistica Gkn

26 Luglio 2021 Giuseppe Grazzini  1678

Il caso della Gkn, nell’area metropolitana fiorentina, mostra non solo l’arroganza e la mancanza di fair play della finanziaria angloamericana che controlla l’azienda, ma anche l’impreparazione del sindacato e della politica italiani. La proprietà ha già un altro stabilimento in Italia e diversi in Europa, con una prospettiva di forte riduzione del mercato nei prossimi anni. È ormai senso comune acquisito che, nel settore automobilistico, il passaggio alle auto elettriche richiederà molta meno manodopera e componenti diversi dal passato.

Il sindacato tedesco del settore, l’IG Metall, si è perciò già posto il problema, e sta negoziando ammortizzatori sociali e differenti contratti di lavoro, prevedendo una perdita di circa il 35% dei posti di lavoro da qui al 2050. Secondo Vincenzo Comito (“il manifesto” del 13/7/2021) nel 2019, in Italia, avevamo 164mila addetti alla componentistica auto concentrati soprattutto in Piemonte e in Lombardia; e il 54% di questi dipendenti lavora per aziende a gestione familiare, specializzate ma piccole. Nella classifica delle imprese mondiali del settore, intorno alla cinquantesima posizione, compaiono la Pirelli e la Magneti Marelli, ma sono controllate da capitali stranieri, mentre le altre sono tutte aziende più piccole. Per lo più, quindi, non possono effettuare gli enormi investimenti necessari per la conversione e l’innovazione. Esse inoltre dipendono fortemente da pochi acquirenti, per esempio da Stellantis (cioè dalla Fca, ex Fiat, da poco unita con la Peugeot) e da altri simili colossi, che possono facilmente cambiare fornitori sul mercato mondiale.

Il problema riguarda anche altri settori della produzione industriale italiana. Le aziende nei settori che tirano sono tutte piccole e in genere non consorziate tra loro, alla mercé di pochi clienti: ciò vale per la moda, per il settore cantieristico di Viareggio e per quello delle fonti rinnovabili. Le grandi aziende italiane che possono stare sul mercato sono di proprietà pubblica: Enel, Snam, Leonardo.

Viene il sospetto che i cospicui finanziamenti europei per il Pnrr siano legati a questo: si dovrebbe quintuplicare la produzione di energia rinnovabile in un paio di decenni, ma i produttori di pale eoliche sono concentrati nel nord Europa, negli Stati Uniti e in Cina. I pannelli fotovoltaici vengono dalla Cina come pure dalla Germania. Gli idrolizzatori industriali per produrre l’idrogeno verde sono anch’essi a tecnologia tedesca. I treni a idrogeno circolano già in Germania, con pile a combustibile prodotte in loco.

In questo quadro si capisce perché la nostra politica continui a puntare sul cemento e sulle grandi infrastrutture – treni ad alta velocità, gas naturale – e non sulle rinnovabili. Però anche il settore edilizio è in affanno, basti guardare alle difficoltà per trovare progettisti, aziende e materiali per utilizzare l’ecobonus 110%.

Non mancano le conoscenze (in molti settori in Italia ci sono aziende di punta), ma mancano le professionalità diffuse e i capitalisti capaci di guardare al futuro. Purtroppo la storia italiana mostra come la nostra struttura industriale sia cresciuta sempre con l’aiuto dello Stato, priva di una vera visione. L’acciaieria di Taranto (su cui “terzogiornale” ha pubblicato diversi articoli, a firma Guido Ruotolo) lo dimostra: nata per fornire acciaio statale alla allora fiorente industria privata degli elettrodomestici e delle auto, la più grande acciaieria d’Europa, costruita in un paese senza risorse energetiche e minerarie, è oggi in agonia perché è crollato il mercato e i privati, cui nel frattempo è stata svenduta, non hanno provveduto ad ammodernare i sistemi di produzione. In brevissimo tempo l’Italia dovrebbe adesso essere capace di sviluppare industrie nel settore delle fonti energetiche rinnovabili e dell’elettronica, in grado di stare su un mercato globale estremamente competitivo. Ci riuscirà?

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Tagsenergie rinnovabili Giuseppe Grazzini Gkn IG Metall industria lavoro Pnrr transizione ecologica

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