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Un green pass di lotta (al virus) e di governo

23 Luglio 2021 Aldo Garzia  1054

“Non si tratta di un arbitrio, è una delle condizioni delle riaperture”. Così Mario Draghi ha spiegato la centralità dell’uso del green pass nella conferenza stampa di giovedì pomeriggio, sottolineando che l’Italia è in buona ripresa rispetto ad altre economie europee. I dati danno ragione al premier: quaranta milioni di italiani hanno già scaricato il proprio certificato con una o due dosi e si apprestano a usarlo. Non c’è alcun attacco alla privacy: chi si vaccina ha più diritti, chi non lo fa meno. Con buona pace dei no vax e dei loro furori su complotti planetari. Le ripercussioni dei vaccini sul ribasso di contagi e malati sono indubbie.

Nuove regole perciò in vigore dal 6 agosto. Frutto di mediazioni tra governo e regioni. Con la destra che nei governi locali prende atto della situazione pericolosa ma a Roma, con Salvini e Meloni, non ce la fa a frenarsi nella campagna politica che sottovaluta vaccini e altre precauzioni (la Lega è sconfitta sul tema nel governo). Il tentativo dell’esecutivo è incentivare le vaccinazioni usando la certificazione del green pass che assicurerà maggiore mobilità e libertà (per viaggi a lunga percorrenza e per attività collettive se ne obbliga l’uso da subito, per autobus e metro se ne riparlerà chissà a settembre). Il pass sarà obbligatorio in stadi, grandi eventi, concerti, cinema, teatri, piscine, palestre. Sarà necessario per sedersi, al chiuso, in bar e ristoranti. Le discoteche restano per ora chiuse. Rinvio sul problema scuola: vaccinare “sarebbe eticamente giusto”, ma non c’è obbligo per insegnanti e personale. Così facendo, potrebbe esserci una riapertura “non in presenza”. Rinvio al massimo di due settimane – ha avvertito Draghi – per nuove regole su trasporti, scuola e luoghi di lavoro. Bocciate, infine, le proposte di Confindustria, che chiedevano l’obbligo vaccinale sui luoghi di lavoro e che avevano l’opposizione dei sindacati.

L’effetto annuncio di questi giorni, che ha preceduto la conferenza stampa, ha già avuto la conseguenza di provocare un’impennata nella prenotazione dei vaccini (quasi 140mila lo hanno fatto al di fuori dalle liste previste). Meglio usufruire dei vantaggi della certificazione che rinunciarvi, è la reazione di massa. Siccome l’obbligo di vaccinazione solleva dubbi tra giuristi e costituzionalisti, nonostante la gravità della pandemia, si cerca di usare altri metodi di persuasione e di non arrivare all’obbligo per legge, che pure sarebbe possibile. Il vaccino – a parere quasi unanime di virologi e medici – è la soluzione più sicura per cautelarsi da forme aggressive di Covid: chi è vaccinato in due dosi, in stragrande maggioranza, non rischia ospedalizzazioni o morte. Con una dose si è un po’ protetti. Quindi, bisogna vaccinare il più possibile, adeguando la strategia anti-virus alla “quarta ondata”, peraltro già in atto.

L’Italia ci prova. Anche questa volta regioni e governo si sono confrontati a muso duro. L’autonomia regionale in materia di sanità non è stata una virtù in questa pandemia. Le prime hanno chiesto – come base per dichiarare nuove fasce colorate nelle realtà territoriali – una percentuale del 15% per le terapie intensive e del 20% per i ricoveri. Il governo ha mediato, considerando l’effetto vaccini: 10% di occupazione delle terapie intensive e 15 % delle ospedalizzazioni. Altra richiesta delle regioni: penalizzazioni non pesanti per chi non dimostra di essere vaccinato, almeno in estate per non colpire il turismo.

Gli annunci fatti da Draghi, in conferenza stampa, dimostrano però come la politica continui a rincorrere il Covid da quasi due anni. Senza riuscire mai ad afferrarlo. Regole di comportamento e norme più generali ne seguono l’andamento. Forse non ci sono alternative a questo metodo, tuttavia il rischio della rincorsa affannosa è evidente, ancora una volta, in questo scorcio d’estate. Di fronte a una campagna vaccinale soddisfacente ma non esaustiva, si prova a prendere le misure con l’uso del green pass. Era prevedibile che arrivassimo a questo collo di bottiglia. Validità della certificazione come una sorta di passe-partout per fare attività altrimenti non permesse potevano essere discusse già in avvio delle vaccinazioni, per non scoprire di colpo il tema dei diritti individuali e quali garanzie fornisce o non fornisce il green pass. Anzi, se non ci fosse stato il richiamo del presidente francese Emmanuel Macron a discutere il problema a livello europeo saremmo probabilmente ancora alle prese con i preliminari. Il dibattito su ciò che cambia nella relazione tra “io” e “noi” con la pandemia non si è neppure avviato.

Le soluzioni adottate con il decreto governativo cercano di scongiurare nuove “zone gialle” (niente ristoranti al chiuso, obbligo di mascherina pure all’aperto, limitazioni di comportamento in attività pubbliche). Da qui la scelta di estendere la situazione di emergenza fino alla fine dell’anno. E di dare validità anche ai certificati che confermano solo la prima dose di vaccino fino a settembre, quando il certificato dovrà dimostrare che si sono effettuate due dosi. L’avvenuta vaccinazione sarà una sorta di lasciapassare. Saranno validi altri certificati per immunizzati, guariti dal Covid o con tampone negativo entro le ultime quarantott’ore. Multe: cinquecento euro e cinque giorni di stop per la struttura che non effettuerà i controlli.

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