“Non mi vuole. Non andrò al Festival di Ravello”. Tra lo scrittore Roberto Saviano e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, continua la polemica. De Luca fa finta di nulla, e anzi lo stuzzica nella sua trasmissione settimanale su una televisione privata, anche dopo la cancellazione della sua presenza al Festival.

Ma la polemica tra lo scrittore e il governatore rischia di far saltare l’appuntamento culturale più importante della costiera amalfitana. Intanto si è dimesso il direttore, lo scrittore Antonio Scurati, cittadino onorario di questo luogo magico, nominato per restituire autorevolezza alla Fondazione Ravello commissariata da anni. La situazione è precipitata quando, all’insaputa del consiglio d’amministrazione, Scurati ha inserito, nel programma musicale, tre appuntamenti con Roberto Saviano, Roberto Speranza e Stefano Boeri.

Il segretario del Pd, Enrico Letta, ha subito offerto “asilo politico” ai festival del suo partito a Saviano e Scurati. La Fondazione ha replicato a Letta che la programmazione al centro del festival è sempre stata solo musicale. Il che non è propriamente vero. Dai tempi della presidenza del sociologo Domenico De Masi, il dibattito è stato inserito nelle serate. Francesco Siani ricorda con nostalgia su Facebook il confronto tra Gore Vidal e Toni Negri, o la partecipazione dello storico Denis Mac Smith.

Ma ormai il dado è tratto. E la consapevolezza di tutti è che dietro il gran rifiuto del Festival delle presenze scomode vi sia proprio lui, Vincenzo De Luca. “De Luca? Ricordate Indro Montanelli che, a proposito di Berlusconi, disse che era una malattia che si curava soltanto con il vaccino? Soltanto dopo averlo provato saremo immuni. L’immunità che si ottiene con il vaccino”.

Uno dei pochi intellettuali autonomi e indipendenti che sopravvivono nell’impero di De Luca in fondo ottimista lo è. Dice che il tempo di De Luca corre velocemente e che lui sta arrivando al capolinea. Già sindaco, parlamentare, presidente della Regione ora al secondo mandato, vuole affidare il suo scettro agli eredi, cioè ai figli. Uno è deputato, l’altro è inciampato – uscendone indenne dopo essersi dimesso da assessore comunale – in una vicenda di presunte mazzette per i rifiuti. E oggi scrive libri. E se il papà caccia Scurati e Saviano, al Festival di Salerno, quest’estate, si presenterà il suo libro.

“Altro che Pol Pot, come lo chiamava qualche compagno negli anni Settanta. De Luca ricorda più il coreano Kim Jong-un”. Scherzano così a Salerno, per non piangere.  Nel cuore dell’impero, il despota regna indisturbato. Non ha avversari, né una opposizione in grado di intimorirlo, avendo inglobato pezzi di potere che dalla prima repubblica a oggi si sono avvicendati. 

Dal Pci di una volta, Vincenzo De Luca – sindaco prima, presidente della Regione al secondo mandato oggi – negli anni Ottanta strinse un patto di ferro con il socialista Carmelo Conte, e poi, man mano, con i reduci di tutti i partiti che nel frattempo si sono riciclati. De Luca è riuscito a trasformare Salerno in un sistema di potere trasversale, che si è lasciato andare anche ad accordi indicibili con reti imprenditoriali e affaristiche, le cui origini si perdono nel tempo. C’è un processo, che si concluse anni fa, in cui affiorarono rapporti tra clan camorristici locali e uomini politici che ancora oggi fanno parte dell’entourage più stretto del presidente della Regione Campania. È stato un terremoto l’arresto del sindaco di Eboli Massimo Cariello, vicinissimo a De Luca, accusato di diversi episodi di corruzione. Da sindaco (”pistolero”) De Luca però ha fatto il miracolo: ha trasformato Salerno nella capitale del sud della movida. E grazie a questo miracolo – è stato sindaco per ben quattro volte – si è imposto anche a livello nazionale come un punto di riferimento.

Con la pandemia è diventato un personaggio televisivo, grazie alle conferenze stampa che non avevano bisogno di giornalisti ma solo di microfoni accesi. Lui ha davvero bypassato il mondo della comunicazione entrando in rapporto diretto con l’opinione pubblica. Negli anni, pochi gruppi di combattenti hanno cercato di contrastare De Luca, come gli ambientalisti che hanno tentato di fare abbattere il “Crescent”, un complesso architettonico nel cuore della città che si affaccia sul lungomare.

La provincia è un deserto dei tartari dove l’esercito, asserragliato nel castello, non aspetta più nemici perché li ha invitati al banchetto. Ravello è Wagner. È l’affaccio sul mare più bello che si possa immaginare. Si costruiva una pedana a strapiombo tra le rocce e il mare dove si celebrava uno dei più bei festival mozzafiato. Ma oggi Ravello è una ferita aperta per chi crede nella democrazia.

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