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5 Stelle in declino, restano le ragioni del populismo

7 Giugno 2021 Aldo Garzia  1790

Dopo il pronunciamento dell’Autority sulla privacy e carte bollate con vari ultimatum, la crisi dei 5 Stelle si avvia a una prima conclusione: la Piattaforma Rousseau consegnerà al Movimento i nomi degli iscritti, il Movimento darà alla società che gestiva la Piattaforma almeno duecentomila euro per spese accumulate. Sul piano politico è scissione. Da una parte Davide Casaleggio e Alessandro Di Battista, che invocano un ritorno al Movimento barricadero delle origini; dall’altra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio – neppure del tutto d’accordo tra loro – che pensano al futuro dei 5 Stelle in altro modo. L’ex premier punta a una forza che proceda in alleanza e tandem con il Pd verso il ridisegno di un inedito centrosinistra; il ministro degli Esteri – come ha dichiarato lui stesso – pensa a un partito “liberale e moderato”, forse strizzando l’occhio all’arcipelago che si sta coagulando al “centro” del panorama politico. Per ora, siamo solo alla fase interlocutoria del destino di uno dei poli del populismo italiano che fa nel frattempo autocritica con Di Maio per gli eccessi forcaioli e giustizialisti del passato.

È comunque da manuale di politologia questo primo finale dei 5 Stelle. Nati ufficialmente a Milano nel 2009 – su iniziativa di Beppe Grillo, comico teatrante, e di Gianroberto Casaleggio, imprenditore del web e di nuove tecnologie –, hanno scalato le vette del successo politico ed elettorale raggiungendo la cifra da capogiro del 32% nei consensi nelle elezioni politiche del 2018 (227 deputati e 112 senatori, in maggioranza casuali: senza né arte né parte).

Partiti a suon di V-day (“vaffanculo”), rifiuto di istituzioni e politica, si sono ritrovati a governare in un primo tempo dell’odierna legislatura con la Lega, poi con Pd e centrosinistra, poi ancora nella coalizione di unità nazionale guidata da Mario Draghi. Tutto questo sempre in nome dell’originaria vocazione “né di destra, né di sinistra”, ora in parte trasformatasi in “senso di responsabilità” e “governabilità”.

Ognuno di questi passaggi politici – com’era prevedibile – ha comportato abbandoni e defezioni sia nei gruppi parlamentari, sia nel corpo del Movimento. I sondaggi attribuiscono attualmente ai grillini più o meno la metà della percentuale ottenuta nelle elezioni del 2018. Tutto questo va sotto la dizione di “maturazione politica”, o di inevitabile declino dovuto a fenomenologia effimera? Ai posteri l’ardua sentenza, mentre “reddito di cittadinanza”, “taglio dei parlamentari”, ritocco dei vitalizi (peraltro in corso di reintegro a causa dei ricorsi) e qualche altro piccolo provvedimento restano i risultati di chi aveva dichiarato di voler aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, e si è trovato invece, improvvisamente (e impreparato), al governo.

Come finirà la storia dei 5 Stelle lo vedremo. Spetta ai politologi e ai sociologi indagarne giravolte, trasformazioni, rappresentanza sociale. Quello che di sicuro sarebbe un errore è ritenere chiusi fase e contenuti che hanno reso possibile l’exploit grillino. La crisi della politica non si è affatto risolta in questo decennio, anzi si è aggravata. Lo scarto tra partiti e società si è accentuato con forze politiche quasi inesistenti. Il rifiuto della politica e dei suoi privilegi resta inoltre il tratto dominante nella maggioranza dell’opinione pubblica e dell’elettorato. Tutte le ragioni del successo grillino restano dunque sul tappeto, con la variante però che un ciclo – quello del rifiuto e della protesta – si è esaurito, mentre la scoperta del pragmatismo di politica e istituzioni – oltre che del “governo”, questione su cui si infrangono quasi tutte le esperienze alternative – si va consumando in fretta senza risultati tangibili. Alla fine, resterà solo il populismo di destra a farla da padrone, mentre evaporerà del tutto quello interclassista e fintamente di sinistra dei grillini?

Molti i banchi di prova nell’immediato. Come andranno le elezioni amministrative dove Pd e 5 Stelle hanno raggiunto un accordo? Come andrà il test di Virginia Raggi a Roma? Casaleggio junior e Di Battista lanceranno sul serio un nuovo soggetto politico, e con quale collocazione oltre che identità? Conte sanerà le diversità con Di Maio e prenderà in mano la leadership di ciò che resta del Movimento 5 Stelle? Finora non si è capito come l’ex premier ridisegnerà il partito che intende guidare. Conte si presenterà nelle elezioni suppletive di Roma (circoscrizione Primavalle, causa spostamento a incarico europeo della grillina Emanuela del Re) conquistando un seggio alla Camera?

Non indifferenti sull’evoluzione dei grillini saranno pure le scelte piddine. Le crisi di Pd e 5 Stelle sono speculari, oltre che ingombranti per l’ipotetico nuovo centrosinistra. Il segretario Enrico Letta crede nel rapporto strategico con Conte e i 5 Stelle. Del resto, nell’immediato, non ci sono alternative sul piano delle alleanze: è una scelta obbligata. La doccia fredda dell’insuccesso potrebbe tuttavia venire dalle elezioni amministrative. Il Pd resta un miscuglio di correnti e correntine che sopravvive grazie a una sorta di rivoluzione passiva: lo si vota perché non c’è di meglio e perché a sinistra non nasce nulla di nuovo. Fino a quando durerà questo meccanismo di transfert?    

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