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Home » Articoli » Gli “allievi” della Kamloops vittime di un genocidio occidentale

Gli “allievi” della Kamloops vittime di un genocidio occidentale

Il ritrovamento dei resti dei 215 bambini nativi americani in una fossa comune nei pressi di un istituto situato nella provincia della Columbia Britannica induce a una riflessione sull’assimilazionismo, e su quanto questo non appartenga solo alla storia del Canada

1 Giugno 2021 Riccardo Cristiano  1335

Ufficialmente si trattava di assimilazionismo, cioè di un progetto teso a integrare le popolazioni native omologandole nella cultura canadese. Uno strumento centrale del progetto erano le scuole, come la Kamloops Indian Residential School affidata, nello Stato canadese della British Columbia, alle suore oblate di Maria Immacolata, aperta nel 1890 e chiusa alla fine degli anni Settanta. Tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, centocinquantamila bambini dei popoli nativi furono sottratti alle loro famiglie e condotti in queste scuole. Tra le misure più comuni, vi era la proibizione di parlare la lingua materna. Una commissione formata nel 2008 ha accertato che molti non tornarono mai a casa: il governo canadese ha chiesto scusa per il passato con il rapporto Truth and Reconciliation, che nel 2015 ha riconosciuto che l’assimilazione era stata un “genocidio culturale”. È in questo contesto che è emerso “The Missing Children Project”, che ha accertato la morte e l’interramento di 4.100 bambini.

Di recente, grazie all’impiego di radar, si è scoperta una fossa comune con i corpi di 215 bambini proprio nelle adiacenze della Kamloops Indian Residential School. Alcuni dei corpi identificati sono di bambini di tre anni. Si tratta di una conferma di quello che aveva da tempo denunciato la comunità di Tk’emlúps te Secwépemc, che vive nella Columbia Britannica. “Con l’aiuto di uno specialista di radar è emersa la cruda verità: la conferma dei resti di 215 bambini che erano studenti della scuola residenziale indiana di Kamloops – ha affermato il capo della comunità Tk’emlúps te Secwépemc, Rosanne Casimir –, per quanto ne sappiamo, questi bambini scomparsi sono morti senza documenti”. Harvey McLeod, che ha frequentato la scuola per due anni alla fine degli anni Sessanta, in un’intervista telefonica alla Cnn ha detto che “è stato molto doloroso avere la conferma di quello che temevano fosse accaduto”. E ricordando i tempi in cui era un bambino, ha affermato che “a volte le persone non tornavano; noi eravamo felici per loro, pensavamo che scappassero. Poi si è iniziato a dire che potevano essere morti”. Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha scritto su Twitter che “la notizia che i resti sono stati trovati nell’ex scuola residenziale di Kamloops mi spezza il cuore, è un doloroso ricordo di quel capitolo oscuro e vergognoso della storia del nostro paese. Penso a tutti coloro che sono stati colpiti da questa angosciante notizia. Siamo qui per voi”.

Questi fatti vanno certamente letti nel contesto storico canadese – ma non solo in quello. Nei vicini Stati Uniti molti siti cattolici riproducono integralmente il testo di The Real Story of Thanksgiving, scritto da Susan Bates. Nel suo racconto la festa del ringraziamento, così importante ancora oggi negli Stati Uniti, non origina per nulla dall’incontro felice tra pellegrini e indiani, insieme per una grande festa, bensì dalla celebrazione della vittoria sui selvaggi pagani: “Il governatore della colonia del Massachusetts Bay dichiarò un giorno di ringraziamento perché erano stati assassinati settecento uomini, donne e bambini disarmati”.

Questa storia comincia con Cristoforo Colombo, una storia fatta non solo di stermini di popolazioni locali ma anche di islamofobia estranea al contesto culturale delle terre dove arrivò Colombo, ma profondamente sua e dei reali che finanziarono l’impresa. La cittadina di Matamoros, “uccidi i mori”, cioè i turchi, al confine tra Messico e Stati Uniti, ne sembra un attestato indiscutibile. Si arriva così al recente sinodo per l’Amazzonia, voluto da papa Francesco, lo stesso papa di cui un cardinale si chiese perché mai si unisse a “uomini pennuti”. Quel sinodo ha portato in un luogo di culto cattolico romano, nella chiesa traspontina, la statuetta della Pachamama, la Madre Terra. Un cattolico tradizionalista la rubò e la gettò nel Tevere. Francesco chiese perdono per quel gesto, ma espresse anche soddisfazione per il ritrovamento della Pachamama, uscita illesa dal bagno nel fiume. Alcuni non persero l’occasione per definirlo un idolatra. 

Tutto questo ha a che fare con noi, con la nostra idea di “civiltà”, non solo nelle Americhe. Chi ha visto nelle imprese di conquista da parte dell’Occidente la vittoria contro ciò che di immobile e arretrato c’era nel mondo farebbe bene a leggere Querida Amazonia, l’esortazione apostolica che seguì quel sinodo: “Bisogna indignarsi, come si indignava Mosè, come si indignava Gesù, come Dio si indigna davanti alla ingiustizia. Non è sano che ci abituiamo al male, non ci fa bene permettere che ci anestetizzino la coscienza sociale, mentre ‘una scia di distruzione, e perfino di morte, per tutte le nostre regioni […] mette in pericolo la vita di milioni di persone e in special modo quella dell’habitat dei contadini e degli indigeni’ ”.

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