Il dibattito di questi giorni sulla Rai è ripetitivo, noioso, irritante. Comunque, merito del rapper Fedez averlo riaperto con abilità mediatica rifiutando il controllo su quello che avrebbe detto durante la sua esibizione al concertone del Primo maggio. Si riscopre così il tema della troppa politica nella più grande industria culturale italiana, di cui è editore il parlamento.

Non è affatto una sorpresa. Finanche la stagione della lottizzazione ha perso il suo sapore di democratizzazione delle logiche Rai (si aprivano in quel modo spazi anche sul versante di sinistra dopo decenni di monocultura democristiana). Oggi c’è uno status quo dove la crisi della politica produce perfino la fine delle “aree” di influenza. È la mediocrità a farla da padrone. Infatti, i partiti – nel bene e nel male come centri di orientamento culturale – non esistono quasi più e non ci sono più nobili firme di riferimento (alla Biagio Agnes o alla Angelo Guglielmi). La nomina del Consiglio di amministrazione (Cda) dell’azienda – anche con la riforma del 2015 – resta affare della politica (Camera e Senato nominano quattro consiglieri, il governo ne nomina due tramite il ministero del Tesoro, un consigliere spetta all’assemblea dei dipendenti). Quasi tutti si sono dimenticati della necessaria, tante volte annunciata e rinviata, riforma della Rai che è divenuta una litania da riscoprire solo quando esplode un caso come quello di Fedez.

In queste settimane c’è intanto agitazione nelle stanze Rai di viale Mazzini e nei palazzi della politica. Bisogna, entro l’estate, rinnovare il Cda e i vertici aziendali, oltre a direzioni varie. Sui giornali circolano i nomi dei papabili (Ferruccio de Bortoli presidente Rai?). Pare che un dossier sulla questione sia arrivato sul tavolo del premier Mario Draghi. È assai probabile che venga usato il solito bilancino nelle scelte tra correnti e correntine. Tutto questo mentre molti commentatori invocano l’imparzialità del servizio pubblico e la sua autonomia. In molti casi, sono gli stessi che hanno condiviso per anni – chi più e chi meno – quote di potere e di influenza nella Rai. Molta ipocrisia sui giornali e nei commenti, dunque.

A nessuno viene in mente di dire una banale verità: la Rai appare attualmente irriformabile come l’Unione sovietica ai tempi di Mikhail Gorbaciov. Non è riformabile senza uno scossone che non si sa da dove e da chi possa venire. Nessuno, per esempio, si ricorda del “Piano” che recava la firma di Carlo Verdelli, diventato poi per un periodo direttore di Repubblica, che nel 2015 fu nominato direttore editoriale dell’Offerta comunicativa della Rai. Due anni dopo si dimise per la bocciatura del suo progetto di ristrutturazione (bocciatura senza nemmeno il coraggio di un voto nel Cda del servizio pubblico, bastò l’opposizione delle varie lobby). Tutto è raccontato da Verdelli stesso nel libro Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la Rai (Feltrinelli, 2019). Cosa conteneva quel Piano di 83 cartelle? Scelte di buon senso: evitare sovrapposizioni tra i Tg, rapida digitalizzazione come scelta strategica, riunificazione delle risorse specializzando le tre principali reti televisive, taglio dei doppioni delle sedi di corrispondenza all’estero, occhiolino al modello della Bbc britannica, eccetera eccetera. Vinse, al contrario, la logica del servizio pubblico: lasciare tutto com’è, perché – secondo un detto in voga a viale Mazzini – “i consiglieri del Cda passano (come i partiti di governo) ma la Rai resta”. Quindi, grandi promesse di intervento nel futuro, niente da toccare nell’immediato. Meglio rinviare secondo una logica democristiana che ha contagiato la sinistra. Una logica, quest’ultima, che ha infettato finanche i 5 Stelle che erano entrati in Parlamento promettendo sfracelli sulla Rai (hanno avuto in Roberto Fico un presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sul servizio pubblico che non è certo passato alla storia).

Il problema viene da lontano, da come è nata la Rai nel 1954 ed è stata occupata dalla Dc e dai governi dell’epoca che poi hanno concesso via via fette di potere ad altri, dal Psi al Pci fino ai partiti minori, con il paradosso, in anni più recenti, di creare tre reti non tematiche ma semplicemente di diverso orientamento politico. Metodo di assunzioni e incarichi di direzione sono avvenuti di conseguenza seguendo quasi esclusivamente bussole politiche. La Rai, quindi, come le Poste – un centro assistenziale oltre che produttivo – prima che delle Poste si decidesse la parziale privatizzazione.

Il problema, da qualche decennio, è come si spezza il meccanismo irriformabile di questo servizio pubblico italiano. Serve una Fondazione neutra politicamente che assuma la governance? Serve un ingresso parziale di soggetti privati? Nel frattempo i conti della Rai sono in rosso fisso e gli ascolti in declino. Di fronte a stipendi da calciomercato di dirigenti e giornalisti, allo scandalo dei precari, a quello degli appalti, dei consulenti, di assunzioni fatte all’esterno dell’azienda e via discorrendo, che senso ha difendere questa Rai e questo servizio pubblico così come sono? Ci vorrebbero interventi chirurgici, almeno una strategia di competizione con le emittenti private su gestione e qualità dei prodotti culturali, oltre che di intrattenimento.

La politica italiana, però, quasi mai – dobbiamo saperlo – è riuscita a riformare se stessa.