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L’Argentina sfiora la tragedia

Tutto diventa possibile quando il parossismo s’impadronisce della politica, facendole perdere il senso del limite. Non c’è più necessariamente bisogno di una volontà preordinata per scivolare in un attimo dall’insulto al sangue, dal dramma alla tragedia. L’impulso collettivo può armare la singola follia omicida in un continuum di cui nessuno avverte il precipitare nell’irrimediabile, l’incendio impossibile da domare. Da Sarajevo a Dallas e alla santa romana piazza San Pietro (per restare all’epoca nostra, ma tralasciando il terrorismo come strategia e, visto che siamo in Argentina, come guerra a bassa intensità di gruppi armati e dello Stato), l’attentato personale è l’arma occulta della congiura che si fonde con la fede palingenetica trasformata in nichilismo: da qualsiasi parte provenga riassume l’imperativo aristocratico e nullista del “deve essere come deve essere o cesserà di essere”.

Nelle ore immediatamente seguenti all’attentato contro la vicepresidente argentina Cristina Kirchner, il buio metaforico che avvolge la vicenda è ancora più denso di quello della notte d’inverno australe che avvolge Buenos Aires e il Paese. Né stupirebbe che neppure il tempo riesca comunque a dissiparlo. Non sarebbe la prima volta. Si stenta a credere che la Bersa 380 semiautomatica, giunta a pochi centimetri dalla tempia della controversa leader peronista, non abbia sparato solo per una dimenticanza dell’attentatore, che non aveva messo il proiettile in canna. E il cui identikit, per molti aspetti (l’incerta stabilità psichica, i precedenti specifici),richiama quelli di altri protagonisti di attentati politici tristemente famosi. Il brasiliano Fernando André Sabag Montiel, 35 anni, non risulta essere un militante politico, nessuno lo riconosce. Non appare una famiglia alle spalle. Un mancato assassino arrivato, non si sa da dove, a minacciare una guerra civile.

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Due Argentine in una

Grieta è una delle rare parole (l’unica?) ricorrenti nel lessico di entrambe le coalizioni politiche che, senza misericordia né tregua, si disputano il potere e le coscienze dei quarantacinque milioni di persone distribuite tra il Rio de la Plata, le Ande e lo stretto di Magellano (ben oltre un terzo è concentrato nella provincia di Buenos Aires). Significa “fessura”: separa due parti di una medesima entità, spiega il dizionario. È il nome della cosa: storici conflitti di classe dentro opposte visioni del mondo, città versus campagna, blanquitos e negritos, distinti ma non separati (nelle contrapposte nomenclature, echi retorici di un razzismo che, per la verità, si è da decenni sostanzialmente dissolto in un riuscito crogiuolo antropologico-culturale). 

Non si tratta di folclore semantico. La parola è ispano-americana, ma il fenomeno sociopolitico che indica è generato dall’aggravarsi delle disuguaglianze; e la sua diffusione va ben oltre i confini linguistici e della geografia. In Argentina inquina con pregiudizi ed esasperazioni i contrasti fisiologici della lotta politica fino a distorcere, in molti casi, la realtà dei fatti. La prospettiva elettorale (primarie il prossimo agosto, parlamentari di medio termine in ottobre, Covid permettendo) ha portato al parossismo la spirale delle reciproche aggressività e intransigenze. Con effetti anche autolesionistici: in quanto, per sua natura, la grieta non ha contorni netti, e gli estremismi tendono a riprodursi penetrando anche all’interno di ciascuna delle opposte coalizioni, corrodendone una coesione e una stabilità già incerte.