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Brasile, Lula fa il miracolo

Il presidente punta sugli astensionisti e si aggiudica il ballottaggio. Fermare l’onda nera si può

27 Ottobre 2026 Claudio Madricardo  139

Con una rimonta sul primo turno che passerà alla storia, Lula da Silva ha vinto con il 51,79% contro il 48,21% del senatore di estrema destra Flávio Bolsonaro, superando il suo rivale per poco meno di quattro milioni e mezzo di voti: una differenza maggiore rispetto al 2022, quando aveva sconfitto Jair Bolsonaro, il presidente golpista condannato poi a ventisette anni di carcere. L’ex tornitore metallurgico entra, così, nella storia del suo Paese, eletto per la quarta volta (non consecutiva) alla presidenza, e avendo anche infranto la regola che voleva sempre perdente al ballottaggio il secondo classificato al primo turno. Con la sua incedibile rimonta, Lula si conferma uno dei massimi leader di sinistra che abbia mai visto l’America latina, e un punto di riferimento dei progressisti a livello globale.

Un modello di tenacia e resistenza e una volontà ferrea forgiata in decenni di lotte a favore degli esclusi. Tanto più che Lula proprio oggi, 27 ottobre, festeggia il suo ottantunesimo compleanno, mentre il suo avversario ha soltanto quarantacinque anni. Un esempio su cui le forze progressiste mondiali dovrebbero accuratamente riflettere, a cominciare da quelle nostrane, dato che, in virtù della sua comprovata capacità di parlare alla gente, è riuscito in una ventina di giorni nel miracolo di riportare al voto molti di coloro che, per stanchezza, avevano disertato le urne al primo turno. Con ciò rischiando di consegnare la vittoria a un esponente del tentacolare clan Bolsonaro, quello falsamente più moderato, dietro a cui, in realtà, si celava il tentativo fascista di insidiare le istituzioni democratiche del Brasile. Sulla falsariga del padre, che nel giorno dell’insediamento di Lula aveva tentato il golpe, Flávio, avvocato di formazione, si è appellato ai tribunali, contestando il risultato delle urne. “È impossibile riconoscere” la vittoria di Lula – ha detto – chiedendo l’annullamento del voto. Quando invece a richiedere l’estensione di due ore dell’apertura delle urne erano stati entrambi i candidati, e a decidere per la proroga, alla fine, era stato un giudice. Ma il presidente del Partito liberale (il partito dei Bolsonaro), Valdemar Costa Neto, ha riconosciuto, lunedì, la rielezione di Lula, proclamata dall’Alta corte elettorale. E così Bolsonaro ha cambiato posizione: in un video diffuso sui social network, ha annunciato che chiederà la decadenza di Lula e del suo vice Geraldo Alckmin, per presunto abuso di potere politico ed economico, e non ha più parlato di annullare l’elezione. Intanto, la giustizia brasiliana gli ha chiesto di consegnare il passaporto per impedire una sua eventuale fuga all’estero, dato che la sua sconfitta ha consentito alla magistratura di riprendere due procedimenti contro di lui per riciclaggio.

Alta la partecipazione elettorale, con la più grande diminuzione dell’astensione tra il primo e il secondo turno dalle elezioni presidenziali del 1989, ridotta, rispetto al primo turno, dal 21% al 19%. Fondamentale il ruolo dei giovani rivelatisi uno dei motori della vittoria. Dal risultato del primo turno, che a sorpresa aveva premiato Bolsonaro, è nato un movimento che, nello scorrere dei pochi giorni concessi, è cresciuto, si è consolidato e ha portato Lula al sorprendente trionfo. Dall’indomani del 4 ottobre, data del primo turno, le maggiori città brasiliane sono state teatro di grandi manifestazioni che hanno riportato la gente in piazza, favorite da un’aggressiva ed efficace comunicazione social, affidata dai responsabili della campagna del presidente a giovani vicini al Partito dei lavoratori. Spinta da un reale timore, coinvolta dai toni emotivi che la disperata impresa di Lula ha assunto, la gente ha saputo superare lo shock del primo turno e ha reagito contro il pericolo di una destra fascista che minacciava di mettere fine alla democrazia. Ed è avvenuto il miracolo, in cui l’ottuagenario presidente ha sempre dato prova di credere, quando i sondaggi lo davano tendenzialmente in crescita, ma con scarse possibilità di vincere per mancanza di tempo. Alla fine, la coalizione tra il Nord-est brasiliano e i grandi centri urbani gli ha portato la vittoria. “Ringrazio il popolo brasiliano per la sua generosità e i giovani che sono scesi in piazza per difendere la democrazia” – ha dichiarato Lula appena conosciuto l’esito delle elezioni. I brasiliani “sono andati a votare perché siamo riusciti a convincerli che il voto era molto importante per garantire la democrazia” – ha detto ai giornalisti di San Paolo. Appreso il risultato, domenica sera, migliaia di sostenitori del presidente hanno riempito le strade di San Paolo, Rio de Janeiro e Brasilia, tra urla, pianti e fuochi di artificio per celebrare il suo quarto mandato. Mentre lunedì borsa e reais hanno toccato il fondo.

Questa, in breve, la descrizione del movimento che ha fatto riguadagnare il Palacio de Planalto a Lula, una situazione in cui molto ha giocato la paura che Flávio potesse vincere, travolgendo le conquiste della rinascita brasiliana iniziata con la fine della dittatura. Perché, invece di confermare che non avrebbe manomesso i diritti conquistati in anni di lotte, Bolsonaro si è lasciato andare a un discorso divisivo, commettendo il fatale errore di dichiarare di voler cambiare la Costituzione. Al contrario, Lula ha costruito la sua campagna rivendicando i risultati del suo ultimo mandato, tra i quali spicca la riforma costituzionale che elimina la settimana di sei giorni di lavoro per uno di riposo e riduce gradualmente la giornata lavorativa da 44 a 40 ore settimanali, senza tagli salariali. Ha promesso inoltre di mantenere i programmi sociali, di istruzione pubblica, e il Sistema único de Saúde, che garantisce un’assistenza medica universale, completa e gratuita a tutta la popolazione, che hanno caratterizzato i suoi governi. Ha anche confermato la volontà di realizzare una maggiore progressività fiscale, tassando i super-ricchi. Mentre Bolsonaro, seguendo l’esempio malsano dell’argentino Milei – entrato a gamba tesa, con il suo linguaggio scurrile, nella campagna del gigante carioca –, si era impegnato nel difficile equilibrismo tra le promesse di tagli e risparmi della spesa pubblica, e il mantenimento del welfare. Non è stato creduto.

Così ha vinto il messaggio del viejo lindo, come lo ha definito l’ex presidente cileno, Gabriel Boric, che di lui ha parlato come dell’ultimo baluardo per fermare l’estrema destra in America latina. Il vecchio è riuscito a far capire, ai molti astenuti, che non si era in presenza di una normale alternanza tra un governo progressista e uno schieramento di destra, ma dinanzi a un reale pericolo di perdere quei diritti che danno sostanza a una democrazia, che ai più sembravano acquisiti e intoccabili. E che invece una vittoria del “moderato” Flávio avrebbe di certo travolto.

Con il risultato di domenica, tira un sospiro di sollievo anche la foresta amazzonica, sulla cui integrità e difesa le ricette di Flávio avevano destato più di qualche sospetto, alla luce dei record di deforestazione raggiunti dal padre durante il suo mandato. Grazie alla sorveglianza satellitare, il rafforzamento delle ispezioni, la protezione delle aree protette, la regolamentazione delle foreste pubbliche e la promozione di attività economiche sostenibili, tra l’agosto 2025 e il luglio 2026, il governo di Lula ha fatto scendere la deforestazione al livello più basso dal 1988, pari a una riduzione del 41,8% rispetto al periodo precedente, e ha consolidato un calo del 71,2% dal 2022, ultimo anno del governo di Jair Bolsonaro. Come ha osservato Márcio Astrini, segretario esecutivo dell’Observatório do Clima, durante l’ultimo governo Lula, “l’agricoltura ha battuto record di produzione ed esportazione, mentre la deforestazione è diminuita. I numeri di oggi smentiscono la falsa narrativa che proteggere l’ambiente rallenta lo sviluppo del Brasile”. Ma non è tutto oro quel che luccica, perché, seppure Lula si sia impegnato a mettere fine alla deforestazione entro il 2030, la sua politica ambientale è ambigua, essendo il presidente favorevole allo sfruttamento dei giacimenti scoperti nei pressi della foce del Rio delle Amazzoni, cosicché alcune popolazioni indigene hanno dovuto andare in piazza contro un decreto di privatizzazione di fiumi indispensabili per la loro sopravvivenza. In ogni caso, durante il governo di Jair Bolsonaro, la deforestazione era aumentata di quasi il 60%, ed erano andati distrutti più di 45.000 chilometri quadrati di foresta pluviale, mentre le agenzie ambientali avevano subìto tagli e l’applicazione delle sanzioni per i reati ambientali era stata ridotta.

In campagna elettorale, il figlio Flávio si era formalmente impegnato a sradicare la deforestazione illegale entro il 2029, ma vari ricercatori avevano affermato che la sua promessa di concentrarsi solo sulla deforestazione “illegale” era fuorviante, dato che le leggi sulla protezione possono essere modificate con il sostegno del Congresso, per legalizzare pratiche attualmente vietate. Tenuto anche conto che i suoi bacini di voto, in Amazzonia, si concentrano proprio nei comuni con la maggiore espansione dell’allevamento, della soia e dell’estrazione mineraria, che si battono per una regolamentazione ambientale più flessibile.

Rispetto allo scorso mandato, durante il quale ha già dovuto governare trattando l’appoggio del cosiddetto Centrão, Lula si troverà ad affrontare un parlamento più ostile, con il Partito liberale di Bolsonaro come maggiore formazione politica in entrambe le Camere. Questo impegnerà la compagine governativa, che entrerà in funzione il prossimo gennaio, ad affrontare condizioni più difficili, ma non sarà un problema per un uomo abituato a trattare fin da quando faceva il sindacalista. Anche stavolta gli sarà possibile stringere patti con le destre non bolsonariste per procedere nella sua azione di governo. Del resto, pur avendo appoggiato Bolsonaro al ballottaggio, esponenti del Centrão hanno già intrapreso manovre per avvicinarsi a Lula.

Quanto al movimento bolsonarista, nato sull’onda della vittoria di Jair, sarà interessante capire come il trionfo di Lula si ripercuoterà sui suoi destini, se rimarrà anche nel prossimo futuro un partito famigliare, oppure, se comincerà a cercare una nuova leadership nel mare dell’estrema destra, che possa garantire in futuro più chance dello scolorito Flávio. Di fatto, però, il risultato elettorale conferma che il Paese è polarizzato; né i toni concilianti di Lula né la sua promessa di governare per tutti potranno facilmente colmare la spaccatura. E il pericolo fascista, fermato domenica, è ben lungi dall’essere scomparso dall’orizzonte, tornerà a riproporsi alla prossima occasione.

Con il trionfo di Lula, il gigante brasiliano va controcorrente rispetto alla svolta a destra di Paesi come Argentina, Cile e Colombia, e rimane uno dei pochi bastioni progressisti della regione. Il voto segna anche la sconfitta delle ingerenze di Trump nella campagna, sempre denunciate da Lula, che ha accusato Flávio di volere svendere la sovranità del Brasile al presidente statunitense. Il presidente brasiliano, in più occasioni, ha difeso la sovranità nazionale nei continui scontri con il governo degli Stati Uniti, dopo il ritorno di Trump al potere. Non era certo un mistero che questi sperasse in un successo del rampollo di Jair, il cui padre è detto “il Trump dei tropici”, anche se ha evitato di sostenerlo esplicitamente. “Stiamo a osservare”, ha detto il tycoon rispondendo a un giornalista che gli aveva chiesto il suo pensiero sulle elezioni brasiliane. Forse in ciò deve avere giocato il suo fiuto politico nei confronti di un candidato che, alla fine dei conti, sospettava probabilmente non all’altezza, o semplicemente il buon rapporto che, pur tra molte ruvidezze, lo lega a Lula. Ciò comunque non ha evitato che si unisse al candidato battuto quando costui ha chiesto di invalidare il risultato. Una vittoria di Flávio, infatti, avrebbe pur sempre comportato l’entrata del Brasile nello Shield of Americas, un suo allineamento agli obiettivi strategici nordamericani in chiave anticinese, e un sostanziale indebolimento dei Brics e del progetto di multilateralismo. Recentemente, all’assemblea generale dell’Onu, Lula aveva condannato le “tentazioni egemoniche” della “più grande potenza del mondo”. E, dopo avere vinto, ha detto che l’elezione è stata “una sconfitta del negazionismo e della menzogna”, e che “il Brasile non sarà il cortile di nessuno”. Il progressismo mondiale, grato, lo ringrazia.

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