Contro i tagli all’istruzione, contro l’aumento delle spese militari, contro il caro affitti, contro la discriminazione razziale nelle scuole, per la pace, per l’ambiente, per il futuro: sono alcune delle rivendicazioni che i democratici e i progressisti si sono affrettati ad ammettere come giuste e legittime motivazioni ai conflitti sociali esplosi in queste ultime settimane in alcune città del nostro Paese. Non si poteva giustificare la violenza, ma almeno bisognava elencarne le ragioni, non fosse altro che per distinguersi da una destra che ha rifiutato perfino di vederne le cause. Stupefacente e per certi aspetti inverosimile parabola, quella della cultura dei partiti di sinistra: sono passati, nel corso degli anni, dal considerare il conflitto sociale come scuola di formazione al rifiuto di qualsiasi forma di conflitto perché violento.
Ma dove e quando c’è stato un movimento di protesta sociale (operaio, studentesco, contadino, sindacale, religioso) che abbia rifiutato l’azione violenta e abbia portato avanti soltanto pacificamente le sue rivendicazioni? Le lotte sociali sono per definizione “violente”, in quanto mettono in questione la legalità vigente, e perché le loro idee, le loro proposte e le loro ragioni hanno la sede di elaborazione e di confronto non in un parlamento o in una parrocchia, o in una sezione di partito, ma sulla strada dove spaccare vetrine, eventualmente, non vuol dire assaltare il Palazzo d’Inverno o portare una minaccia al sistema; il loro obiettivo è piuttosto quello di rompere l’ordine e distruggere i limiti che le istituzioni impongono alla libertà, non quella del pensiero ma quella del movimento dei corpi e dell’attraversamento del territorio dove, in una società del consumo come quella odierna, priva di valori e di futuro, si proiettano direttamente i desideri e la possibilità immediata della loro soddisfazione. Affermare tutto questo vuol dire essere negativi? Ma la realtà non è negativa né positiva. È la realtà. Dire che è negativa vuol dire metterla a confronto con una realtà che vorremmo che fosse ma non è.
Nel caso degli ultimi conflitti sociali siamo davanti non a movimenti o a proteste organizzate da partiti e sindacati, ma a vere e proprie rivolte sociali che non producono né nuove soggettività né nuovi modelli organizzativi, e dove nulla viene rimandato al futuro. La posta in gioco è qui e ora: non è la democrazia ma la libertà illimitata, non il lavoro ma l’appropriazione fuori del lavoro (il saccheggio). Vogliono il diritto al superfluo e non la frugalità imposta. Scrive Wolfgang Sofsky nel suo Saggio sulla violenza: La rivolta “non è diretta contro il vecchio regime, ma contro il principio dell’ordine assoluto […]. Finalmente ciascuno può fare ciò che vuole, può andare dove vuole, per la prima volta di nuovo dove più gli piace. Un odio indomabile esplode, l’odio verso il potere, verso gli altri che lo servivano […]. La struttura dell’obbedienza crolla”.
Tutto ciò non ha nulla a che fare con l’etica. Tutto ciò è politico, ma nel senso di quel politico che la sinistra dovrebbe saper riconoscere se vuole tornare a fare politica e non sprofondare, giorno dopo giorno, nella palude del “politicamente corretto”. Non solo. È da tempo, almeno dagli anni Settanta del Novecento, che una nuova teoria del conflitto e una nuova teoria del soggetto stanno aspettando di essere scritte da un pensiero critico che prenda finalmente atto del mutamento antropologico avvenuto. Il buco di un’analisi antropologica da parte della tradizione teorica marxista, più volte e inutilmente denunciato dallo stesso pensiero critico, vede proprio in quel periodo il suo drammatico svelamento. E la causa non sta nel fatto che questo pensiero non sia riuscito a tirar fuori una figura di essere umano alternativa alla forma di vita borghese, perché sempre alla ricerca di una nuova idea rivoluzionaria dell’uomo, alla ricerca di un “uomo nuovo”, quanto nel non aver capito che tale forma era già stata soppiantata rapidamente dalle culture delle periferie urbane che, nel corso degli anni Settanta e Ottanta del Novecento, avevano invaso e conquistato tutto il territorio metropolitano.
Non sono più cittadini e militanti quelli che abitano la metropoli, sono invece individui che consumano e che distruggono continuamente: non solo oggetti ma relazioni, affettività, sentimenti, opinioni. Se dentro questi modelli di vita volessimo ostinatamente cercare un’etica, uno spessore temporale, una memoria collettiva o, addirittura, una filosofia della storia che li sostenga saremmo completamente fuori strada. I luoghi della storia e della memoria non sono mai stati progettati nelle periferie urbane, proprio qui dove si innescano le rivolte e dove molto spesso il solo scopo della violenza è quello di provocare la violenza stessa. Sul territorio, su questi territori, libertà e violenza coincidono.
Scrivevo qualche anno fa in un mio libretto – Le due periferie. Il territorio e l’immaginario – che si è liberi non quando si è proprietari, non quando non si soffre il freddo o la fame, ma quando si ha la possibilità di agire liberamente per soddisfare i propri desideri con la pretesa di esteriorizzare la propria libertà in tutta la sua estensione, e con l’obiettivo di avere a disposizione tutto il mondo che è a portata di mano. Non è forse quello che hanno fatto i giovani rivoltosi a Parigi e a Milano? E non è forse quello a cui aspira anche il mercato? Solo che il mercato pretende che questa libertà di soddisfare i desideri sia fatta con responsabilità, e cioè pagando la merce. Ma che libertà sarebbe una libertà responsabile?
Isaiah Berlin, un filosofo liberale e quindi non sospetto di essere un rivoltoso, affermava che la libertà non ha nulla a che fare con il socialismo, l’uguaglianza, la fraternità, la democrazia, le regole. La libertà è la libertà. Punto. Di conseguenza, nel nostro caso, possiamo arrivare a dire che il mercato crea il consumo, il consumo crea il desiderio, il desiderio crea una libertà senza responsabilità (altrimenti che desiderio sarebbe!), e questa libertà saccheggia le merci per soddisfare i desideri. Dunque, il mercato si porta dentro non solo la sua miniera d’oro ma anche la sua contraddizione, cioè il consumo. Un pensiero politico all’altezza dei tempi dovrebbe scavare in questa contraddizione invece di continuare a blaterare sui consumatori come utili idioti.










