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San Salvador, la questione della casa

Viaggio nel Paese dell’America centrale (2)

9 Aprile 2026 Agostino Petrillo  708

Il Paese ha una storia tormentata, oggi messa tra parentesi se non quasi del tutto dimenticata. In centro, il piccolo Museo de la palabra y de la imagen la racconta per sommi capi. Tra vecchi fucili e immagini d’epoca, torna a proporsi una vicenda nazionale drammatica, fatta di dominio coloniale, di stragi, e di una guerra civile durata più di un decennio, dal 1980 al 1992. Una spietata aristocrazia di proprietari terrieri, la popolazione india che viene a più riprese massacrata, come nel 1932, quando si scatena la terribile repressione della rivolta capeggiata da Augustín Farabundo Martí.

Non ci sono dati certi sul numero delle vittime, si parla di trentamila morti, interi villaggi spazzati via, esecuzioni capitali estemporanee per piegare i contadini, che si ribellavano al taglio dei salari, dopo la crisi del 1929 e il crollo del prezzo del caffè. Non è solo una rivolta “del pane”: negli anni Venti del Novecento, il Salvador ha un partito comunista e dei sindacati. La repressione azzera tutto, spazzando via le organizzazioni popolari. Rimangono in sella, saldamente al potere, gli eterni cafetaleros, l’oligarchia delle famiglie dei possedimenti agricoli, dei latifondi coltivati da contadini semischiavi.

All’inizio degli anni Ottanta – dopo l’ennesima crisi che coinvolge non solo il Salvador, ma anche i paesi circonvicini, Guatemala e Nicaragua –, esplode la guerriglia: si fronteggiano il Fmln e l’estrema destra di Arena, sostenuta dagli statunitensi. La guerriglia guadagna terreno, crea zone liberate sotto il suo controllo. Ma il governo militare, con l’appoggio tecnico ed economico degli Stati Uniti, come sempre attenti a quel che succede nel “cortile di casa”, conduce una guerra di “bassa intensità”, volta a sottrarre l’acqua ai pesci. In poco più di dieci anni, si contano settantacinquemila morti, tra cui il vescovo Romero, assassinato mentre dice messa, probabilmente perché costitutiva l’ultimo argine all’esplosione delle ostilità tra le fazioni rivali. La guerriglia giunge fino a minacciare la capitale: dalle alture circostanti si spara sul centro. Poi lo stallo, la pace, il Fmln abbandona le armi e si trasforma in partito, in cambio di piccole garanzie e di una riforma agraria mai veramente realizzata.

Il “pollicino d’America” – come lo chiamava il poeta guerrigliero Roque Dalton –, questo piccolissimo Paese, poco più grande della Toscana e densamente popolato, comincia così a cercare nuove strade, mentre, con il passare degli anni, declinano le divisioni politiche storiche, e si afferma il partito del discusso presidente Bukele, che gode di un fortissimo sostegno dopo le sue iniziative securitarie. Il passato è lì, da qualche parte, ma il desiderio di rilancio e di nuovo benessere pare prevalere sulla memoria delle divisioni di un tempo. Lo stesso presidente, che pure proviene dalle file del Farabundo Martí, è poco incline alle rievocazioni, e il trentennale della pace, nel 2022, viene celebrato in tono minore. Guardare avanti sembra essere l’imperativo, e per i tanti giovani – l’età media del Paese è di 26 anni – il riferimento storico più importante, il vero e proprio spartiacque temporale, è quello prossimo della incarcerazione di massa delle maras. Il passato è nebuloso, la limitata alfabetizzazione lo rende ancora più vago, legato a storie trasmesse in famiglia; inoltre hanno chiuso, uno dopo l’altro, i caffè storici, ritrovo degli intellettuali, tra cui il celebre Bella Napoles: le critiche e le perplessità si esprimono a mezza voce, in un contesto di uniforme ottimismo.

Secondo uno studente universitario, con cui parlo, le maras rappresentavano certamente un problema, ma la “soluzione carceraria” non ha risolto le questioni di fondo, alla base della loro proliferazione e del loro radicamento: ignoranza, miseria, mancanza di reti sociali di sostegno che non fossero quelle delle bande. Altri Paesi hanno ottenuto risultati positivi, nella riduzione della criminalità e degli omicidi, proprio con l’introduzione di programmi di rieducazione e di alfabetizzazione, come sottolineava, in polemica con Bukele qualche tempo fa, il presidente colombiano Petro. Certo, ci sono voluti anni per sviluppare il programma di pacificazione interna promosso da Petro, non le settimane di retate con cui è stata sbrigativamente liquidata la questione in Salvador.

Eppure, nonostante l’incognita rappresentata dalla macroscopica questione carceraria, nel “pollicino d’America” si assiste a un tentativo di decollo economico: giungono investitori stranieri, capitali rilevanti affluiscono con le rimesse degli emigrati, la capitale pullula di edifici in costruzione. Non che le nuove torri, in genere edifici di pregio, risolvano il problema della casa: ed è appunto una consulenza sul tema della casa popolare il motivo della mia presenza qui. Esistono dei programmi di vivienda popular – da realizzarsi mediante un sistema cooperativo –, nati già sotto il precedente governo, con una legge del 2011, e sul cui andamento occorre esprimere una valutazione tecnica. Per questo, si organizzano incontri con i membri delle cooperative, cui andranno assegnati lotti di terreno pubblico, sui quali costruire con un cofinanziamento della cooperazione italiana e del governo. Ma tutto il processo appare lunghissimo e farraginoso, appesantito da una burocrazia che richiede, per essere affrontata, veri e propri corsi di formazione, detti capacitaciones, che finiscono per prolungare i tempi di attesa per la concessione degli spazi.

I membri delle cooperative, che in alcuni casi sono semianalfabeti, devono dedicare le loro domeniche a questi incontri. Dal confronto con queste persone, emerge un quadro sorprendente: difficile restituire la loro enorme, e per noi difficilmente concepibile, tenacia. I membri aspettano per anni, continuano a riunirsi, frequentano pazientemente i corsi, e, quando finalmente è loro assegnato il lotto, costruiscono, facendosi carico dei contatti con le ditte, prestando essi stessi ore di lavoro volontario, che viene riconosciuto con uno sconto sul prestito ricevuto per avviare la costruzione: prestito che devono poi restituire, con il versamento di quote mensili. Gli appartamenti, che hanno dimensioni diverse, vengono destinati a seconda del numero dei membri di una famiglia, e ci sono riserve per persone con disabilità o molto anziane.

L’attesa, in alcuni casi, è interminabile: ci sono cooperative che aspettano da quindici anni l’assegnazione del lotto su cui edificare, o di un edificio pubblico da ristrutturare. Colpisce, in coloro che sono riusciti a ottenere l’agognata casetta, l’orgoglio per avere ottenuto un tetto sopra la testa. D’altra parte, avendo constatato de visu come si vive nei mesones e nelle villas miserias, non è difficile stupirsi del perché di tanto orgoglio. Ma l’intero processo di accesso alla casa, mediante il sistema cooperativo, in molti casi è non solo terribilmente lento, ma anche ingiusto: tratta infatti, allo stesso modo, situazioni completamente diverse. Chi ha comunque un posto dove vivere, per quanto modestissimo e a ore di distanza dal centro, è in una condizione differente da quella estrema in cui versa chi abita i mesones o l’autocostruito. Pagando tra l’altro un affitto: una stanza di mattoni coperta con lamierino, a volte con sole feritoie, nemmeno finestre, può costare cento dollari al mese. Così – mentre passa una nuova legge urbanistica nella capitale, per cui si possono ora costruire anche torri di oltre venticinque piani – tutt’intorno alla città si infittiscono gli insediamenti informali, a volte mimetizzati nella selva. La partita della casa popolare appare quindi in salita e solo ai suoi inizi, a fronte di un bisogno abitativo crescente.

La giovane ministra della vivienda, che incontro per discutere dello stato del movimento cooperativo, è competente, piena di spirito d’iniziativa e determinata; ma il programma finora condotto andrà modificato e ampliato, se veramente si vuole aprire una fase diversa e provare a dare casa anche a chi non l’ha mai avuta. Le coppiette a spasso per il centro commerciale possono dunque permettersi di sognare un modesto benessere, certamente però non dietro l’angolo.

(La prima parte di questo reportage qui)

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Archiviato inAmerica latina Dossier Reportage
TagsAgostino Petrillo El Salvador Nayib Bukele reportage San Salvador

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