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In Libano nessuna tregua

Scatenando l’inferno su Beirut, a poche ore dal cessate il fuoco con l’Iran, Israele ha mostrato di voler sabotare il già fragile accordo. Nel Paese dei cedri, le discriminazioni riguardanti le differenti comunità sono il segno di uno Stato nazionale pressoché inesistente

9 Aprile 2026 Eliana Riva  855

Mercoledì 8 aprile, l’esercito israeliano ha condotto attacchi violentissimi, che hanno colpito il Libano con più di cento raid aerei, concentrati in appena dieci minuti. Bombardamenti che hanno interessato aree densamente popolate di Beirut, la valle della Bekaa, il sud, causando – in meno di ventiquattr’ore, alla serata di mercoledì – 254 morti e 1.165 feriti, colpendo anche centri sanitari, ambulanze e palazzi civili, senza alcun preavviso. Israele ha intensificato i raid in un momento politico estremamente delicato, mentre la diplomazia internazionale cercava di consolidare un fragile cessate il fuoco di due settimane tra Washington e Teheran.

La scelta del governo di Benyamin Netanyahu di scatenare una simile barbarie è il tentativo programmato, in spregio al diritto internazionale, di sabotare i negoziati e riprendere, insieme agli Stati Uniti, i bombardamenti contro l’Iran. Nonostante il fallimento evidente di Washington, nel portare a termine gli obiettivi della guerra, seppure da sempre non troppo chiari, la posizione della Casa Bianca continua a essere di sostegno all’alleato. Trump ha fatto eco al premier Netanyahu, sostenendo che il Libano non fosse parte dell’accordo di de-escalation. Contraddicendo, così, non solo le autorità di Teheran, ma anche il ministro degli Esteri pakistano, che ha mediato, consegnato e proposto l’accordo.

I bombardamenti indiscriminati, violenti come non lo sono mai stati in questi ultimi due anni e mezzo, avvengono in un momento in cui la situazione umanitaria è catastrofica, e vede oggi circa 1,2 milioni di persone – ovvero un quinto della popolazione libanese – costrette ad abbandonare le proprie case. Dopo l’attacco all’Iran, e l’uccisione dell’ayatollah Khamenei, Hezbollah era ritornato a lanciare missili contro Israele. Fino a quel momento, del resto, Tel Aviv aveva violato più di mille volte il cessate il fuoco, firmato con il gruppo libanese nel novembre 2024, uccidendo decine di persone.

L’esercito israeliano ha messo in moto una campagna di occupazione del sud del Libano, con la distruzione di interi villaggi e delle più importanti infrastrutture civili. Lo scopo è quello di isolare l’area, anche attraverso la distruzione dei ponti. Così, ieri, è stato bombardato il ponte di Qasmieh, ultimo collegamento rimasto tra la città costiera di Tiro e il resto del Libano. È il settimo ponte sul fiume Litani abbattuto dall’inizio di marzo, una distruzione che isola intere comunità dai soccorsi essenziali e dall’accesso agli ospedali, una punizione collettiva, che termina con le bombe e l’artiglieria contro chi si è opposto (o non ha potuto cedere) allo sfollamento forzato ordinato da Tel Aviv.

Il Libano è un Paese in cui i conflitti religiosi si esprimono in divisioni e in discriminazioni, nei pochi momenti di quiete e, soprattutto, nei troppi periodi di crisi, quando anche la protezione e l’assistenza non sono garantite in modo uniforme a tutti i cittadini. Così, nel sud, mentre ampie zone a maggioranza musulmana e i campi profughi sono sottoposti a un assedio di fatto, alcune enclave cristiane sembrano godere di una sorta di eccezione umanitaria, garantita dallo Stato libanese e favorita da attori internazionali, come gli Stati Uniti e la Francia, che a loro volta intercedono presso Israele perché permetta il transito dei soccorsi. Esistono testimonianze dirette di residenti cristiani di Tiro e di prelati che affermano di non avere lasciato i propri quartieri, avendo ricevuto rassicurazioni esplicite dagli americani sul fatto che le aree cristiane non sarebbero state prese di mira da Israele. Questa garanzia diplomatica invisibile ha permesso a organizzazioni, come l’Œuvre d’Orient, di far giungere convogli di medicinali e cibo specificamente a villaggi come Rmeich e Qlayaa, mentre i grandi flussi di aiuti delle Nazioni Unite rimangono paralizzati dalla distruzione delle infrastrutture principali. Sappiamo però – da alcune evacuazioni forzate e da fatti delittuosi, come l’omicidio del sacerdote maronita Pierre Rai – che neanche i cristiani libanesi sono immuni dagli attacchi di Tel Aviv. Tuttavia, proprio in occasione dei funerali del prelato, ucciso mentre cercava di soccorrere i parrocchiani feriti, è accaduto qualcosa che racconta di una forza negoziale, riconosciuta ai cristiani libanesi e negata ai concittadini musulmani.

Durante la commemorazione, il governo libanese è riuscito a trattare, con la mediazione di Washington e di Parigi, una sospensione temporanea dei bombardamenti israeliani per consentire al comandante dell’esercito, il generale Rodolphe Haykal, di raggiungere la zona dei funerali in elicottero da Beirut. Questo episodio ha sollevato interrogativi amari tra la popolazione: la capacità negoziale dello Stato, in grado di garantire il silenzio delle armi per una cerimonia religiosa cristiana o per un alto ufficiale, non è impiegata con altrettanta convinzione per proteggere le aree civili musulmane o per evacuare i feriti comuni sotto attacco. È questa discriminazione che fortifica l’appartenenza religiosa rispetto a quella complessivamente nazionale – ed è per questo motivo che partiti come Hezbollah rappresentano uno Stato all’interno dello Stato, con proprie strutture sanitarie, di protezione locale, di polizia, d’istruzione e anche economiche.

In questo quadro, in una posizione unica e ancora più isolata, si trovano i campi profughi palestinesi, descritti dai rapporti delle agenzie internazionali come veri e propri buchi neri dell’assistenza. Con la ripresa dei bombardamenti israeliani, degli ordini di sfollamento forzato e dell’occupazione, l’Unrwa riferisce di una situazione igienico-sanitaria degradante, con una media di venti persone per ogni servizio igienico e cinquanta per ogni doccia nei rifugi collettivi. Nei campi del sud manca la farina, l’acqua potabile, i prezzi dei beni sono aumentati, e le famiglie più povere non sanno come procurarsi il cibo. L’elettricità, poco stabile già in tempi di “pace”, va e viene, e i rifornimenti non riescono ad avvicinarsi. Nel campo di Ein El Hilweh, tutte le operazioni sono state sospese a causa di scontri interni e dell’insicurezza generale, lasciando migliaia di rifugiati senza accesso ai servizi minimi. Chi ha scelto di rimanere, magari perché non aveva un altro posto in cui andare, si ritrova isolato dal resto del Paese, sotto i bombardamenti, con l’avanzata dei carri armati israeliani e senza provviste.

Nemmeno le forze di pace internazionali godono di una reale immunità. Ieri, l’esercito israeliano ha sparato colpi di artiglieria contro un convoglio della missione Unifil, composto da caschi blu italiani, che si muoveva verso Beirut, danneggiando i veicoli. Questo attacco fa seguito ad altri episodi gravi, come le esplosioni che, alla fine di marzo, hanno ucciso tre peacekeeper indonesiani nel sud.

Al momento, il fronte del Libano rimane quello a cui guardare per comprendere cosa avverrà nei prossimi giorni. L’Iran ha fatto sapere che ritiene gli attacchi di Israele una violazione del cessate il fuoco, e che, se non cesseranno, potrebbe decidere di colpire il territorio e gli interessi di Tel Aviv. Ma non è detto che lo faccia. E la distruzione del Libano, come la morte silenziosa a cui è condannata la popolazione di Gaza, potrebbe essere il prezzo finale da pagare perché il petrolio riprenda a scorrere a fiumi.

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Tagsattacco israeliano al Libano discriminazioni religiose Eliana Riva Israele Libano tregua sabotata

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