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2026, anno della verità

24 Dicembre 2025 Rino Genovese  1336

Nel porgere ai nostri lettori i consueti auguri di fine anno, ci ritorna in mente ciò che scrivemmo un anno fa (vedi qui). Ebbene, nel 2026, l’imperativo della politica italiana resta lo stesso dell’anno che sta per chiudersi: costruire l’alternativa alle destre. Non siamo andati granché avanti su questo. Sembra impossibile, ma ancora si tergiversa. Forze politiche come i 5 Stelle si muovono talvolta come se si trattasse di fare parte per se stesse. Tuttavia si può dare ormai per scontato che Renzi, con il suo partitino, sarà nella coalizione di centrosinistra che nel 2027 si candiderà al governo del Paese. Non è esattamente una buona notizia, ma bisogna ammettere che sic stantibus rebus il suo apporto del 2% potrebbe risultare decisivo.

La questione, intanto, è la seguente: fermo restando che la stesura di un programma comune tra le forze attualmente di opposizione è la priorità dell’anno che sta per cominciare, non si può essere affatto sicuri che la maggioranza non troverà un accordo al suo interno per cambiare la legge elettorale – in senso proporzionale, si dice. Ma questo eventuale proporzionalismo, lo sappiamo, sarà del tutto “peloso”, con coalizioni da dichiarare in precedenza al fine di agguantare un premio di maggioranza, e con una soglia di sbarramento magari al 3%, tanto per illudere un Calenda che potrebbe convenirgli di presentarsi in splendido isolamento. Sarebbe cioè il tentativo di costruire una specie di trappola – di cui del resto già facemmo esperienza ai tempi del “porcellum”, il sistema elettorale che nel 2006 vide la vittoria dell’alleanza guidata da Prodi su quella di Berlusconi per poco più di ventimila voti. Il che poi implicò – anche grazie alla corruzione messa in atto dal secondo, favorendo il passaggio di qualche senatore da un campo all’altro – la fine del governo di centrosinistra dopo soli due anni e il ritorno alle urne (a quel punto con una sconfitta senz’appello, che segnò il battesimo del Partito democratico di Veltroni).

È vero comunque che le cose stanno oggi in modo diverso. Nel 2006 l’affluenza alle urne era ancora dell’84%; nelle prossime elezioni politiche sarà da considerare un successo una partecipazione intorno al 60%. La disaffezione al voto, che colpisce soprattutto a sinistra, è lo scoglio maggiore per qualsiasi coalizione di alternativa, con qualsivoglia sistema elettorale. E il Pd di Schlein per fortuna ne è consapevole: solo con un progetto di Paese diverso da quello voluto dalle destre, si può sperare che ci sia un ritorno dei delusi alle urne. Diventa così essenziale il programma, e che cosa ci si metterà dentro.

Anzitutto, al primissimo posto, la questione della giustizia fiscale. Il governo Meloni ha fatto dei regali, come il taglio dell’Irpef, che favoriscono i ceti medio-alti. La logica va rovesciata: bisogna andare verso una forte progressività della tassazione, ritornando – dice bene Marta Bonafoni (vedi qui) – a quel principio di solidarietà attraverso la fiscalità che è centrale nella nostra Costituzione. D’altronde questa non è soltanto la precondizione per reperire le risorse atte a finanziare la difesa e lo sviluppo del welfare; è anche parte di un disegno che allontani i più poveri dalla passività politico-elettorale, e soprattutto cominci a staccarli dalla egemonia di una collaborazione di classe, dominante in particolare nelle piccole e medie imprese del Nord (e alla base, tra l’altro, del leghismo). Si tratterebbe, cioè, di prospettare una contrapposizione di interessi tra i ricchi e i poveri mediante una proposta di politica fiscale, cosicché i subalterni possano vedere con chiarezza perché convenga andare a votare per un’alternativa.

Si dice: ma anche in Emilia-Romagna, dove ci sono le piccole e le medie imprese già storicamente orientate verso il Pd, si dovrebbe puntare su questa contrapposizione di interessi? Non si rischia così di perdere dei voti? Il rischio va controbilanciato mettendo sul piatto una politica di investimenti pubblici volti alla innovazione tecnologica. Da una parte, una imprenditorialità progressista si sentirebbe colpita da una seria riforma fiscale, però, dall’altra, otterrebbe come beneficio che i suoi programmi di sviluppo non siano semplicemente detassati ma proprio finanziati dallo Stato.

L’idea che non si possa in alcun modo ritornare a forme di intervento pubblico nell’economia è da abbandonare. È un’idea rinunciataria, la stessa a cui furono improntati i governi di centrosinistra detti dell’Ulivo. È quel “neoliberismo dal volto umano” che bisogna lasciarsi alle spalle, probabilmente la ragione di fondo dell’odierna disaffezione al voto: nulla di sostanziale si può fare per modificare l’ordine delle cose, si può solo amministrare “saggiamente” l’esistente. Ma è il sortilegio costituito da questa falsa “saggezza” che bisogna spezzare. Se reimpostato così, un programma di alternativa al governo delle destre potrebbe ancora suscitare un po’ di quelle passioni e di quelle speranze con le quali i nostri “maggiori” si batterono in passato, e spesso con successo.

Buon 2026 a tutte e a tutti noi.

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Tags2026 alternativa alle destre astensionismo legge elettorale partito democratico programma per la sinistra

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