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Complicità made in Italy

Armi italiane alimentano guerre lontane: l’appello della Rete italiana pace e disarmo

7 Novembre 2025 Marianna Gatta  1367

C’è una distanza comoda tra chi produce un’arma e chi la usa. Che è ben raccontata nella scena finale del film del 1974 Finché c’è guerra c’è speranza di Alberto Sordi, in cui il protagonista, mercante d’armi, evidenzia la complicità tra chi, come la sua famiglia, gode dei benefici di quel sistema e la devastazione della guerra. Lontano dagli occhi, però, non è lontano dal cuore. Oggi, mentre il Sudan è devastato da una guerra civile che ha già provocato oltre centocinquantamila morti e nove milioni di sfollati (ne ha parlato qui Luciano Ardesi), l’Italia continua a esportare sistemi d’arma verso Paesi che alimentano quella guerra.

Gli Emirati arabi uniti, accusati da Amnesty International e da diversi organismi Onu di rifornire le milizie paramilitari Rapid Support Forces (Rsf), restano tra i principali destinatari delle forniture italiane. La Rete italiana pace e disarmo, coordinamento di oltre sessanta organizzazioni della società civile, ha lanciato un appello chiaro: “Stop armi italiane agli Emirati arabi. Basta complicità con chi alimenta la guerra in Sudan”.

Negli ultimi cinque anni – spiega la Rete – l’Italia ha autorizzato esportazioni militari verso Abu Dhabi per quasi 650 milioni di euro. Solo nel 2024, secondo la Relazione annuale della presidenza del Consiglio sull’applicazione della legge 185/1990, gli Emirati sono stati il settimo Paese destinatario di armamenti italiani, con 294 milioni di euro di controvalore. Le categorie di materiali autorizzati – armi automatiche, bombe, missili, aeromobili, apparecchiature elettroniche, software – sono esattamente quelle che, se triangolate o riutilizzate in teatri esterni, possono finire in Paesi sotto embargo, come appunto il Sudan. La legge italiana sul commercio d’armi, la n. 185 del 1990, è chiara: vieta l’esportazione di materiali d’armamento verso nazioni in stato di conflitto armato, verso quelle che violano apertamente i diritti umani o che possano “destabilizzare la pace e la sicurezza regionale”. Eppure, l’Italia continua a rilasciare licenze a Stati che rientrano in queste categorie.

La revoca del blocco parziale delle esportazioni verso Emirati e Arabia saudita, voluta dal governo Meloni nel 2023, ha segnato un cambio politico netto rispetto agli anni precedenti, quando i governi Conte avevano imposto restrizioni, dopo l’intervento militare in Yemen. Oggi quella scelta pesa. Perché proprio da Abu Dhabi, secondo le prove raccolte da Amnesty e dal Panel di esperti Onu, partono forniture di armi cinesi ri-esportate in Sudan: bombe guidate GB50A e obici AH-4 da 155 mm, prodotti dalla statale Norinco Group, identificati nei bombardamenti su Khartum e in Darfur. Una violazione palese dell’embargo Onu. “È una prova chiara del coinvolgimento diretto degli Emirati nel sostegno alle Rsf”, ha dichiarato Brian Castner, capo della ricerca di crisi di Amnesty.

Nel febbraio 2025, Leonardo S.p.A., controllata dallo Stato italiano, ha firmato un accordo con il conglomerato militare emiratino Edge Group. Un’alleanza industriale che, dietro la retorica della “cooperazione strategica”, consolida rapporti con un partner coinvolto in conflitti attivi. “Questa politica industriale non è neutrale – denuncia la Rete italiana pace e disarmo –, è una scelta che rende l’Italia corresponsabile di guerre e crisi umanitarie”. La questione è tanto più urgente perché gli Emirati non sono un caso isolato. Nel 2024 Israele è diventato il terzo Paese destinatario dell’export militare italiano, con un volume in crescita costante, con autorizzazioni che comprendono componenti elettroniche, sistemi di puntamento e tecnologia dual-use che, in assenza di controlli effettivi, possono essere impiegate nelle operazioni militari nei territori palestinesi. Secondo i dati Uama, nel biennio 2023-2024, oltre 160 milioni di euro di forniture militari italiane sono state destinate a Tel Aviv. Numeri che coesistono con l’indignazione diplomatica per la crisi umanitaria a Gaza.

L’Italia, che nelle sedi internazionali si dice “impegnata per la pace”, risulta quindi tra i principali esportatori di armi verso due Paesi accusati di violare il diritto internazionale: Israele per l’uso sproporzionato della forza a Gaza; gli Emirati per la triangolazione di armamenti verso la milizia sudanese Rsf. Il tutto mentre la stessa legge 185/90, pensata dopo lo scandalo delle forniture italiane all’Iraq negli anni Ottanta, rischia oggi di essere svuotata. Un nuovo disegno di legge, già approvato in Senato, riduce il ruolo del parlamento e accentra le decisioni nell’esecutivo, limitando la trasparenza dei dati e delle relazioni pubbliche sull’export. Intanto, nel silenzio di gran parte della stampa italiana, in Sudan la guerra civile è entrata nel suo terzo anno, e le Nazioni Unite parlano di crimini di guerra e contro l’umanità.

Alla Camera dei deputati, il 4 novembre, nella Giornata delle forze armate, durante una conferenza promossa dai missionari comboniani, Lia Quartapelle e Laura Boldrini del Pd hanno chiesto al governo di “fermare ogni vendita di armi agli Stati che riforniscono le parti in conflitto in Sudan”. Nessun parlamentare della maggioranza era presente.

L’Italia, come altri Paesi europei, non bombarda, ma arma. Non invade, ma autorizza. Non uccide, ma permette le uccisioni di massa. E questa forma di complicità amministrativa – fatta di licenze, commesse e silenzi – è forse la più insidiosa. Mentre il parlamento discute bilanci e fondi per lo sviluppo in calo, le esportazioni militari crescono, e con esse la distanza tra la retorica della pace e la realtà delle forniture. Fermare l’export di armi verso gli Emirati arabi e Israele non è un atto simbolico: è un atto di coerenza. Perché ogni volta che un ordigno esplode in un mercato di Khartum o in un quartiere di Gaza, una parte di quella deflagrazione viene da qui, dai nostri stabilimenti, dai nostri porti, dalle nostre firme.

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