C’è qualcosa che non torna in quanto sta avvenendo nel Paese. Un precipitare degli eventi, quasi ci fosse un “grande attrattore” storico nel futuro prossimo verso cui tutto si dirige, e che esercita un’influenza retrospettiva sugli accadimenti attuali. Fantasticherie? Profezie da strapazzo? Forse, ma se si prova a leggere l’attualità ultima è difficile sottrarsi a questa sensazione di trovarsi a un giro di boa, su uno spartiacque temporale che prelude a epoche ancora insondabili, ma che si profilano come non piacevoli. Prendiamo appunto la manifestazione di Torino per Askatasuna di sabato 31 gennaio. In apparenza, tutto si svolge secondo modalità prevedibili: partecipazione enorme, corteo pacifico, e viene messa forse in conto anche qualche scaramuccia dimostrativa nei pressi del centro sociale. Però le cose prendono poi un’altra piega, che ricorda i fatti della stazione centrale a Milano, nel settembre scorso: gli scontri non sono di maniera ma violenti. Il corteo viene caricato, i manifestanti manganellati, e alcuni gruppi si staccano dallo spezzone principale, dando vita a un vero e proprio piccolo riot che ricorda quelli avvenuti negli ultimi anni nel Regno Unito o in Francia, con tanto di aggressione ai furgoni della polizia, cosa che non si vedeva da tempo.
La giornata si conclude con non pochi feriti, un centinaio tra i manifestanti e una trentina tra gli agenti. Quello che sorprende, però, non è solo la violenza dello scontro di piazza, amplificata mediaticamente e mostrata in maniera selettiva, in ogni caso reale, ma anche le reazioni scomposte del governo. Certo, l’occasione per premere sull’acceleratore del pacchetto sicurezza, con le misure “anti-maranza” e le ulteriori limitazioni alla libertà di manifestare è ghiotta, ma i toni sono decisamente troppo alti, quasi striduli, con dichiarazioni ridicolmente esagerate. Come se emergessero di colpo tutti i limiti politici e culturali, peraltro noti, di figure ufficiali visibilmente inadeguate a ricoprire le cariche che occupano.
Si può partire dal ministro Crosetto, che vede addirittura nel movimento antagonista profilarsi “le nuove Brigate Rosse”, con un colossale errore di prospettiva e di valutazione, fino alla stessa Meloni che crede di cogliere in quanto avvenuto: “un attacco allo Stato”. Dal canto loro, Tajani e Salvini parlano convulsamente della necessità di un inasprimento delle norme del pacchetto sicurezza, di una militarizzazione degli spazi urbani nevralgici, un pacchetto che, secondo Salvini, andrebbe spinto fino a chiedere la cauzione a chi scende in piazza per tutelare le città da eventuali danni arrecati dai manifestanti… Per non menzionare chi parte per la tangente – come la Lega torinese, che per bocca dei suoi rappresentanti si scaglia contro il “terrorismo rosso”, e invoca la galera per tutti i membri di Askatasuna – o chi, come il sindacato di polizia Fsp di Torino in maniera scalcagnata e para-teologica, afferma che “Askatasuna è il male assoluto”.
Al di là delle deformazioni e delle strumentalizzazioni, nota invece bene sul suo blog Christian Raimo: “Il racconto delle manifestazioni è diventato prima il racconto degli scontri e poi il racconto delle vittime della violenza. Questo sembra il solo nucleo interessante per chi fa informazione, indipendentemente dai temi, le responsabilità, l’organizzazione”. Non sono importanti le cinquantamila persone in piazza, non è importante che il tema della manifestazione fosse la difesa dell’agibilità degli spazi pubblici della città, il rifiuto della militarizzazione di un intero quartiere, l’unica cosa che deve passare nell’opinione pubblica sono i pestaggi, l’assalto agli agenti. Il solo tema proposto è quello dell’equivalenza tra protesta e criminalità, abilmente rimbalzato in maniera pervasiva sui social.
Viene quindi da chiedersi il perché di quanto avvenuto, cercando di fare luce sui due diversi piani della vicenda: da un lato, le dinamiche della piazza, dall’altro quelle del potere politico. Se ciò che è stato da molta stampa definito il “degenerare” del corteo può essere ricondotto a dinamiche ben studiate dai sociologi – per cui un “incidente scatenante” specifico può innescare un riot, e molto conta il modo in cui la polizia gestisce la piazza –, divengono però centrali i meccanismi mediante i quali il momento di esplosione della violenza è poi semplicisticamente ricondotto a “criminalità pura e semplice”.
Gli esempi in questo senso non mancano anche all’estero: dopo le rivolte inglesi del 2011, alcuni politici di alto livello fecero appunto ricorso a questo tipo di spiegazione, con l’allora primo ministro, David Cameron, che proclamò che c’erano solo bande di delinquenti al centro delle proteste, mentre il ministro della Giustizia dell’epoca, Kenneth Clark, attribuì i disordini a “una sottoclasse selvaggia”, che non può non richiamare i nostrani “maranza”, tirati in ballo per gli scontri a Milano. Sulla stessa falsariga l’attuale primo ministro britannico, Keir Starmer, ha descritto il riot londinese dell’agosto 2024 in questi termini: “Questa non è una protesta, è violenza organizzata”, stigmatizzando i protagonisti degli scontri come “bande di predoni intenzionati a violare la legge”. Per non parlare dell’atteggiamento della politica francese nei confronti della rivolta dei banlieusards del 2023 o, in precedenza, dei gilets jaunes.
Nel caso torinese, però, oltre all’impiego di tecniche comunicative di criminalizzazione della protesta, c’è anche altro: il progredire di un discorso politico autoritario, che approfitta di questi momenti e si serve delle paure crescenti per rafforzarsi, per introdurre nuove norme che disciplinino le dimostrazioni a esso contrarie, e restringano la possibilità di contestarne l’azione. E in fondo, come abbiamo provato a dire in un precedente articolo (vedi qui), la stessa chiusura di Askatasuna andava proprio in questa direzione “preventiva” e di deterrenza. Eppure, perché mai questo potere ha bisogno di rafforzarsi ulteriormente, quando è sostenuto da un blocco sociale apparentemente solido e maggioritario? Non sono certo i dimostranti di Torino che possono metterlo in discussione, come non lo sono state le pur massicce manifestazioni per Gaza. A meno che l’attuale leadership del Paese non sia meno sprovveduta di quanto appare, e si stia attrezzando per altre necessità a venire, dato che percepisce il crescere di un malessere che sarà molto più difficile da controllare di quanto non lo siano gli esponenti dei centri sociali o i “maranza” delle periferie.







