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Anche l’Inps scopre l’allarme salari

26 Gennaio 2026 Paolo Andruccioli  942

Le retribuzioni dei lavoratori italiani continuano a crescere meno dell’inflazione, perdendo costantemente potere di acquisto, e confermandosi tra le più basse d’Europa. Lo slogan “cresce più il carrello della spesa che la busta paga” è confermato dall’Inps, l’Istituto nazionale per la previdenza sociale, in particolare da uno studio del Civ, il Consiglio di indirizzo e vigilanza, che ha pubblicato un’analisi dettagliata delle retribuzioni italiane, basata su una marea di dati originali e diretti, che aggiungono conoscenza alle precedenti analisi della Banca d’Italia, dell’Istat e dell’Ocse. Le conclusioni dell’analisi degli esperti dell’Inps completano un quadro già noto, ma aggiungono spunti importanti e originali, che dovrebbero essere tenuti nella debita considerazione. Uno di questi riguarda il modello delle relazioni sindacali, che andrebbe rivisto, perché incapace di stare al passo con l’aumento dei prezzi. In particolare, la critica è rivolta ai tempi di rinnovo dei contratti nazionali di categoria, troppo lunghi rispetto alle dinamiche economiche reali. Se si guarda alle retribuzioni contrattuali, e non a quelle effettive che tengono conto degli straordinari, tra il 2019 e il 2024 si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti.

Il rapporto del Civ dell’Inps è utile anche per fare luce sulla propaganda del governo Meloni che si attribuisce successi impensabili sul fronte dell’occupazione (un milione di nuovi posti di lavoro) e della ridistribuzione legata alle riforme fiscali. L’Inps conferma invece la debolezza del nuovo modello di mercato del lavoro. Si conferma, infatti, l’aumento dell’occupazione precaria, che continua a crescere in modo esponenziale in rapporto alle assunzioni stabili. Nell’ultimo decennio, se l’occupazione a tempo indeterminato è cresciuta del 17,4 %, quella a termine è cresciuta del 55,3%, quella stagionale del 79,3%. Anche i contratti a tempo parziale hanno visto una crescita notevole, del 37,5%. E questo ha avuto un’inevitabile ricaduta sulle retribuzioni: nel 2024, in media un addetto a tempo indeterminato ha lavorato 282 giornate, uno a tempo determinato 153 e uno stagionale 119. E c’è un altro aspetto da considerare, sottolineato dal presidente del Civ, Roberto Ghiselli, ex segretario confederale della Cgil, in un’intervista a “Collettiva.it.”: “Se nel 2014 un contratto a tempo determinato aveva una retribuzione media annua pari al 40% della retribuzione di un contratto a tempo indeterminato, nel 2024 questa percentuale è scesa al 36%; lo stesso è accaduto per gli stagionali, che sono passati dal 31% del 2014 al 29% del 2024”.

Altri spunti di riflessione riguardano gli effetti reali della politica fiscale del governo Meloni, che ha puntato sull’allargamento della flat tax (la “tassa piatta”), invece che su interventi sulla progressività delle imposte. La riduzione delle tasse – che non è un’innovazione del governo in carica, ma era stata avviata ai tempi del governo Draghi – era stata pensata per incrementare il potere di acquisto delle retribuzioni, ma la realtà è andata in un’altra direzione: gli incrementi contrattuali non sono stati in grado di compensare l’aumento dei prezzi e le retribuzioni hanno comunque perso il loro peso, in particolare tra i redditi medi. Mentre anche dai nuovi dati forniti dall’analisi dell’Inps è emersa un’altra verità, che dovrebbe essere intuitiva, ma che viene normalmente occultata dalla propaganda: la crescita dei prezzi dei beni di largo consumo colpisce maggiormente i redditi più bassi.

Si confermano anche le diseguaglianze di genere. Nel settore privato, le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge nel documento Inps – la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. Per esempio, nel 2024 la retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20mila euro (19.833 euro), quella degli uomini quasi 28mila euro, anche se rispetto al 2014 la retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”.

Un altro dato, che aiuta a diradare un po’ di nebbia sulla effettiva realtà sociale del Paese, riguarda il rapporto tra crescita dell’occupazione e dinamiche salariali. L’Inps spiega che, com’era stato già messo in evidenza dalla Banca d’Italia, l’espansione sostenuta dell’occupazione “è stata favorita dalla moderata dinamica salariale, che ha reso il lavoro relativamente più conveniente rispetto ad altri fattori di produzione, interessati da forti rincari nel biennio 2021-22”. In questo senso, la modesta crescita dei salari è anche un possibile rovescio della medaglia della notevole crescita degli occupati. Si lavora di più, lavorano in tanti, ma con un aumento del cosiddetto lavoro povero.

La crescita numerica dell’occupazione non è comunque il frutto delle politiche messe in campo dal governo Meloni. Si è registrato piuttosto un effetto “rimbalzo”, dopo la crisi pandemica durante la quale l’economia si era fermata. L’analisi dell’Inps spiega che la fase di ripresa successiva alla crisi sanitaria si è caratterizzata per un ritorno della partecipazione al mercato del lavoro sui livelli precedenti la pandemia, abbinata a un marcato calo della disoccupazione fra i giovani (15-34 anni) e nelle regioni meridionali: il tasso di disoccupazione giovanile si è ridotto di poco meno di due punti nel 2021 rispetto al 2019 (al 17,9% nel 2021); di due punti nelle regioni del Mezzogiorno (al 29,4% nel 2021). Queste dinamiche si sono poi rafforzate nel 2023 (il tasso di disoccupazione giovanile è sceso al 13,4%, quello nel Mezzogiorno al 23,9%). In linea con l’andamento del mercato, la maggior parte delle attivazioni nette, avvenute nel 2021 e nel 2022, ha riguardato il settore dei servizi, con il turismo principale traino nel 2021 (28,8% sul totale) e le restanti tipologie di servizi nel 2022 (29,5% sul totale). Altro settore importante per le attivazioni, nel 2021, sono state le costruzioni (20% sul totale), mentre le nuove occupazioni in manifattura hanno rappresentato una quota compresa tra l’11 e il 18%, con dinamiche simili osservabili anche per il 2023. I lavoratori entrati nel mercato del lavoro, dopo la crisi pandemica, sono soprattutto giovani, con un basso livello di istruzione, più spesso residenti nel Sud.

Interessante segnalare, a questo punto, le reazioni della politica e dei sindacati. Secondo Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito democratico, lo studio dell’Inps non fa che confermare una realtà diversa rispetto alle bugie del governo: “Servono salario minimo, politiche economiche serie, crescita e prospettive per i giovani, che attualmente sono del tutto assenti”. Per il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, è arrivato il momento di cambiare il modulo della contrattazione nazionale introducendo un rinnovo dei contratti annuale. Voci critiche si sono alzate anche da pulpiti insospettabili. Commentando i dati Inps, Annamaria Furlan, ex segretaria generale della Cisl e oggi parlamentare di Italia viva, “il governo parla di occupazione, ma non basta aumentare i numeri: senza buona occupazione, senza qualità del lavoro e salari adeguati, il lavoro non garantisce più una vita dignitosa”. Molto battaglieri i propositi dei sindacati di base, che, soprattutto nel pubblico impiego, promettono di stare al tavolo negoziale “per ridare al contratto la sua funzione ridistributiva, per difendere la democrazia sindacale eliminando qualsiasi penalizzazione per le organizzazioni che decidono di non firmare e per garantire la maggiore partecipazione democratica dei lavoratori a tutti i livelli di contrattazione a partire dalla valorizzazione delle Rsu”.

Il 2026 ci farà assistere a qualche vera innovazione? Tra salario minimo e riforma della contrattazione, si potrebbe invertire una tendenza che ha portato i salari italiani agli ultimi posti nella classifica dei Paesi europei. Ma per ora siamo solo agli annunci. Come quelli che riguardano la sicurezza sul lavoro. Basta stragi, si dice. Ma i lavoratori continuano a morire ogni giorno.

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Tagsallarme salari Inps occupazione Paolo Andruccioli studio del Civ

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