Pur avendo sulle spalle l’86% della disapprovazione da parte dei cittadini, e solo il 10% che lo appoggia, con l’83% della popolazione che vorrebbe elezioni anticipate, il parlamento unicamerale peruviano avrebbe deciso di vivere fino all’aprile del 2024. Il condizionale è d’obbligo se solo si pensa a quanto è temporalmente lontana la data fissata per le prossime elezioni presidenziali e legislative, visti i colpi di scena e i repentini cambiamenti cui ci ha abituati la politica peruviana. A nulla sono valse le ventisei vittime della repressione violenta della polizia e dei militari, un pesante bilancio di sangue che difficilmente può essere considerato definitivo. A nulla le manifestazioni che hanno scosso il Paese dopo l’arresto di Pedro Castillo, specialmente al Sud, ma che quasi non hanno toccato Lima, per nuove elezioni e contro la nuova presidente Dina Boluarte. Proveniente dalla provincia – come già Castillo, di cui è stata vice, nonostante non lo abbia mai considerato all’altezza del ruolo politico che aveva assunto –, Boluarte è originaria di Chalhuanca, nella regione meridionale di Apurímac, e appena insediata si era presentata con la velleità di varare un gabinetto che potesse essere di legislatura, fino alla scadenza naturale del 2026.

La votazione con cui ieri, 20 dicembre, i centotrenta deputati peruviani hanno respinto la proposta di votare nel dicembre del 2023, e deciso di conservare ancora per un anno e mezzo il proprio scranno, segna la distanza che li separa dal Paese reale, stanco di una crisi politica che si trascina da anni, e sfinito dalla paralisi legislativa che ha caratterizzato il braccio di ferro tra un Castillo – mai accettato dall’establishment, alla spasmodica ricerca di una maggioranza parlamentare – e un parlamento che ha fatto carte false per impedirgli di governare, rincorrendo per tre volte la sua destituzione per “incapacità morale”. Il maldestro tentativo di autogolpe, annunciato a sorpresa da Castillo alla televisione, se ha comportato il suo isolamento a livello parlamentare, il suo arresto e la messa in stato di accusa da parte della magistratura, ha determinato, tuttavia, una reazione nel resto del Paese che forse il mondo politico aveva sottostimato.

Il voto di ieri – al quale i parlamentari sono stati probabilmente costretti dall’infuriare della protesta e di cui avrebbero fatto volentieri a meno – sottolinea anche il sordo arroccamento di novantatré su centotrenta rappresentanti della classe dirigente, nella Lima capitale della politica, degli affari e delle imprese, rispetto alla tensione che si sparge a macchia d’olio nel resto del Perù. Una situazione che ha spinto la nuova presidente a invitare il parlamento alla ragionevolezza, in tema di voto anticipato, per venire incontro alla richiesta della piazza. Mentre ha decretato lo stato di emergenza della durata di un mese e il coprifuoco in quindici regioni, dovendo affrontare contestualmente le dimissioni di due ministri, presentate per protesta contro la repressione. Al di là delle motivazioni – imputabili a una volontà di sopravvivenza da parte dei parlamentari, dato che in Perù non esiste la possibilità di essere rieletti –, è difficile credere che un nuovo e ravvicinato ricorso alle urne avrebbe potuto risolvere la crisi politica, senza che prima potessero essere avviate le riforme necessarie a superarla.

Se tutto ciò appare logico, l’inconveniente è che sembra anche impossibile che questo parlamento frammentato, e in buona parte rappresentante di spiccioli interessi di bottega, possa mettere mano al cambiamento che sarebbe necessario. Tanto più che, dal giorno del tentato autogolpe in poi, nessun segnale della volontà di imboccare una strada differente rispetto a quella seguita è provenuto dalle forze che, a livello parlamentare, si erano opposte al colpo di testa dell’ex presidente.

Ciò detto, sarà anche facile comprendere come di fatto si sia in presenza del classico gatto che si morde la coda, il che rende difficilissima e improbabile un’uscita dalla crisi. Mentre appare lacerante la conseguente sensazione di impotenza e di disperazione, che spinge soprattutto i giovani alla mobilitazione. E se a Lima i congressisti hanno finalmente raggiunto un accordo che consente loro di sopravvivere, con l’alibi di porre mano a riforme che difficilmente vedranno la luce, nel resto del Perù le manifestazioni e i blocchi stradali continuano. La conseguenza più probabile è che le decisioni assunte dal parlamento tutto faranno tranne che farli rientrare.