Ridimensionare a semplice “visione delle banche” le critiche della Banca d’Italia alla legge di Bilancio (avevamo già parlato di alcuni aspetti della manovra qui) varata dal governo, non è stata una mossa molto garbata sul piano istituzionale; ma la puntuta reazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio – Giovanbattista Fazzolari, fedelissimo di Giorgia Meloni – sembra il segnale di un po’ di nervosismo a palazzo Chigi. Certo, osservando i posizionamenti in corso sulla manovra finanziaria, può risultare singolare vedere il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, spingersi fino a un faccia a faccia con il nemico numero uno degli imprenditori, ovvero il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte. Ma già la consueta scena dei sindacati confederali divisi nel giudizio sulle proposte del governo (con la Cisl che critica perché “premature” le proteste messe in campo da Cgil e Uil) lascia intravedere un percorso non troppo accidentato della manovra. Non si intravede, all’orizzonte, il temuto o auspicato “autunno caldo” delle proteste, nonostante una situazione economica tutt’altro che rosea – e scelte di governo non troppo benevole, soprattutto nei confronti delle fasce sociali più disagiate.

Bankitalia e gli altri: cosa non va nella manovra

Volendo citare qualche esempio di critiche rivolte alla manovra varata dal governo di destra-centro, inevitabile partire dal casus belli dell’audizione del dirigente di Bankitalia, Fabrizio Balassone, che a Montecitorio ha fatto presente che “le disposizioni in materia di pagamenti in contante e l’introduzione di alcuni istituti che riducono l’onere tributario per i contribuenti non in regola rischiano di entrare in contrasto con la spinta alla modernizzazione del Paese che anima il Piano nazionale di ripresa e resilienza, e con l’esigenza di continuare a ridurre l’evasione fiscale”.

Anche la Corte dei conti ha parlato di misure “non coerenti con l’obiettivo di contrasto all’evasione fiscale previsto nel Pnrr”. Dubbi sono venuti anche dall’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb), per esempio sull’estensione della cosiddetta flat tax per gli autonomi. Per i “tecnici” del parlamento, l’estensione del regime forfettario pone “problemi di equità all’interno della stessa categoria dei lavoratori autonomi, che vengono sottoposti a un trattamento eterogeneo non giustificato da ragioni di capacità contributiva”. Scontati i rilievi arrivati dai sindacati. Per il segretario della Cgil, Maurizio Landini, che ha lanciato l’allarme su potere d’acquisto, salari e precarietà (destinata a crescere con la reintroduzione dei voucher) “è necessario continuare la mobilitazione in campo per chiedere ampie modifiche a una manovra che rischia di indebolire il mondo del lavoro”. Mentre Pierpaolo Bombardieri della Uil ha puntato il dito sui “troppi regali agli evasori”.

Il contante e i rischi della moneta elettronica

Una strizzata d’occhio ai “nemici dello scontrino” era prevedibile, anche se la possibilità per i commercianti di rifiutare il pagamento con carte probabilmente, alla fine, non sarà fino a sessanta euro ma su una soglia più bassa. Il tema però ha altri risvolti, che con la manovra c’entrano poco o nulla. Considerare inevitabile la tendenziale abolizione del contante porta con sé qualche rischio. Qualche anno fa, su “Le Monde diplomatique” apparve un articolo a proposito delle prospettive (che all’epoca parevano fantascientifiche) della guida autonoma degli autoveicoli. L’articolo si apriva con il racconto della cattura di un dissidente in un immaginario regime autoritario, attraverso la deviazione fuori dalla rotta programmata appunto del suo veicolo a guida autonoma, del quale un software governativo aveva assunto il controllo. Conclusione: il dissidente finiva in un capannone sottoposto alle “cure” di una squadra di agenti torturatori.

E il contante? Esiste una corrente di opinione che ritiene che possa ancora essere un presidio di libertà individuale il possesso e il controllo del proprio denaro (anche solo di una parte, dato che sono assai rari gli individui che preferiscono il deposito sotto il materasso alle banche). Recenti episodi di blocco dei conti o delle carte contro “dissidenti” (manifestanti contro la politica “zero Covid” in Cina, camionisti “no vax” in Canada), o quelle di tenore simile annunciate in Iran contro le donne che non rispetteranno l’obbligo del velo, indicano una direzione di riflessione, prima di brandire il vessillo dell’abolizione del contante senza se e senza ma.

La crisi e le prospettive: qualche dato

L’impatto dell’inflazione sulla spesa delle famiglie più povere (primo decile) vale circa il 15%, mentre per le famiglie più ricche (decimo decile) si attesta al 6,8%. Questa spaventosa “doppia inflazione”, certificata in parlamento nella citata audizione dell’Upb, è stata (solo in parte) finora compensata dalle misure governative di sostegno. “La maggiore concentrazione delle politiche di sostegno sulle famiglie più povere consente di compensare questo squilibrio, garantendo un impatto netto sul primo decile (+4,8% a dicembre) inferiore a quello medio (+5,4%), ma comunque molto superiore a quello dello scorso settembre (+1,3%)”. Traduzione: i poveri pagano eccome l’inflazione, anche se pagherebbero il triplo senza le misure di sostegno. Ma attenzione: “Data la forte incertezza sull’andamento dei prezzi anche nel breve periodo, è difficile valutare l’efficacia delle misure introdotte per salvaguardare il potere d’acquisto delle famiglie nel prossimo anno”.

La possibilità che, entro pochi mesi, sia necessario un nuovo intervento resta piuttosto alta per gli osservatori più qualificati. Tutto questo mentre si avvicina il momento nel quale torneranno in vigore le più rigide regole sulla riduzione del debito pubblico, che siano o meno modificate come da anni chiedono soprattutto i soci mediterranei dell’Unione europea. Durante l’era più dura del Covid-19, i pesanti interventi pubblici in scostamento di bilancio del governo Conte 2 – ma anche il divieto di licenziamento in costanza di pandemia (poi rimosso da Draghi) e il dispiegarsi dell’effetto di paracadute sociale per milioni di italiani rappresentato dal reddito di cittadinanza – hanno impedito che la recessione investisse violentemente l’Italia. Ma qual è ora lo scenario che abbiamo di fronte, dinanzi al protrarsi della guerra e allo sconvolgimento dei mercati dell’energia e delle catene di fornitura industriali? Non è facile fare previsioni, a fronte del fatto che le autorità monetarie hanno fatto scelte “tradizionali” (vedi qui), e che l’evoluzione dello scenario bellico potrebbe anche peggiorare ulteriormente le prospettive della ripresa economica.

Vediamo quindi cosa indicano alcuni dei documenti più recenti in circolazione. “Nel terzo trimestre l’economia mondiale – si legge nella sintesi del Bollettino di Bankitalia numero 4, che risale a ottobre – ha continuato a risentire dell’inflazione eccezionalmente alta, del peggioramento delle condizioni finanziarie, dell’incertezza legata al conflitto in Ucraina, della debolezza dell’attività in Cina e, in misura minore rispetto all’inizio dell’anno, delle difficoltà di approvvigionamento lungo le catene del valore”. Per quanto riguarda l’Italia, “è proseguito il forte peggioramento del saldo di conto corrente, in atto dalla seconda metà del 2021, a causa dell’ulteriore ampliamento del deficit energetico”, “nei mesi estivi sono emersi segnali di rallentamento” dell’occupazione, mentre “la dinamica salariale resta contenuta”, ovvero i rinnovi contrattuali restano nel quadro dell’inflazione prevista “al netto della componente energetica importata”, coperta solo in parte, come abbiamo visto, dagli interventi finora messi in campo dai governi Draghi e Meloni.

Per quanto riguarda il 2023, l’impatto della crisi si presenta assai più pesante. Secondo il rapporto Autunno 2022 della Commissione europea “la contrazione dell’attività economica dovrebbe continuare nel primo trimestre del prossimo anno. La Ue e la zona euro, e la maggior parte degli Stati membri, dovrebbero quindi sperimentare una recessione tecnica quest’inverno. La crescita tornerebbe in primavera, man mano che l’inflazione allenterebbe progressivamente la sua presa sull’economia. Tuttavia, con forti venti contrari che continuano a frenare la domanda, l’economia dell’Unione è destinata a gestire solo una crescita fiacca. Per il 2023 nel suo complesso, questa previsione proietta una crescita del Pil reale sia nella Ue che nell’area dell’euro allo 0,3%”. Appare davvero fantasioso, per usare termini moderati, immaginare che per affrontare questo scenario drammatico basti togliere i soldi ai disoccupati che percepiscono il reddito di cittadinanza, o fomentare qualche battibecco alla cassa del bar fra il gestore che si sente vittima del fisco o delle commissioni bancarie e il cliente che vuole pagare il caffè con la carta di credito. Resta da vedere, quindi, se la legislatura di destra-centro sarà in grado di offrire qualcosa di più solido come risposta a una crisi della quale non si vede con chiarezza la fine.