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Home » Analisi » La comunicazione e i suoi dintorni

La comunicazione e i suoi dintorni

A partire da un’analisi di Mezza, alcune riflessioni sul conflitto sociale e politico

6 Dicembre 2022 Rino Genovese  1469

Molto opportunamente, Michele Mezza (vedi qui) ha individuato nella presenza dei cosiddetti maghi della rete accanto ai leader politici uno degli elementi di omologazione degli stessi alle procedure di marketing. Alla fine, è come se la politica si riducesse a un gigantesco affare di influenza: nel senso in cui a questo termine si riallaccia il neologismo influencer, cioè quel tipo d’imbonitore o facilitatore il quale, attraverso Internet, impone al pubblico questa o quella merce. Tende così a scomparire il principale asse portante della politica: il conflitto. Tutto si ridurrebbe ad avere il migliore “angelo custode” (come lo chiama Mezza) capace di far votare questo o quel candidato. In questo modo, tra l’altro, si crea una categoria di professionisti del marketing elettorale, pronti a vendere le proprie competenze a Caio e a Sempronio, e quindi in grado di svelare i segreti di Sempronio a Caio, o viceversa, una volta cessato il rapporto di consulenza. Del resto già Casaleggio, che con la sua agenzia curava la comunicazione di Di Pietro, a un certo punto si mise in proprio (con Grillo), lasciando il povero Di Pietro con un palmo di naso.

È a questa forma di riduzionismo della politica che bisogna reagire. Ovviamente, la propaganda ha sempre giocato un ruolo, fin dai tempi di Costantino e del suo in hoc signo vinces; ma era diverso quando la politica sconfinava nella guerra e la propaganda, dunque, era solo una parte di quella (come ancora oggi si può vedere nel conflitto bellico in corso tra la Russia e l’Ucraina, con le loro propagande incrociate). In una democrazia della comunicazione diffusa, invece – nella quale il ricorso alla violenza è precluso, e anche chi vi ricorre, farneticando di una non differenza di fondo tra una democrazia e un sistema dittatoriale, di fatto non va al di là del gesto dimostrativo –, il conflitto, nella sua forma di conflitto sociale aperto, vive nella comunicazione stessa. È il modello di una comunicazione conflittuale – perfino senza capo né coda, come si può vedere nelle scomposte prese di posizione e negli scambi di contumelie attraverso i nuovi mezzi – che va posto al centro di una riflessione politica. Con buona pace del vecchio Habermas, che pretende di avere trovato nell’agire comunicativo il principio di un consenso universale, in realtà irraggiungibile, se non in cerchie ristrette, come può essere quella di alcuni saggi riuniti per arrivare a capo di un’importante questione scientifica. È il disaccordo il tema di fondo della comunicazione sociale. Come organizzarlo, e come renderlo produttivo, è l’oggetto della politica.

Ora, quando si dice che la sinistra, in Italia, soffre di un deficit di comunicazione, ciò non va inteso nel senso di una scarsa capacità di appeal e di suggestione (quasi si trattasse di un ipnotizzatore che non riesce più, nonostante la sua consumata tecnica, a tenere in suo potere un paziente); va inteso, piuttosto, come un deficit di proposta, che non riesce a fare emergere gli interessi a cui collegarsi. Prendiamo il classico caso delle piccole e medie imprese nel Nordest del Paese. Qui è chiaro che decenni di leghismo (ora anche di poujadismo postfascista) si sono fatti forti di un legame corporativo tra i padroni – spesso degli ex operai – e i loro dipendenti. Come se non ci fosse un contrasto di interessi tra il “datore di lavoro” e la sua manodopera. Una sinistra degna del nome – con delle proposte ad hoc sul fisco, sul salario minimo, sugli orari di lavoro, e così via – dovrebbe cercare di disaggregare questo blocco sociale, tirando dalla propria parte coloro che sono più deboli in un rapporto apparentemente paritario. La comunicazione, in questo caso, dovrebbe prendere la forma di agitazioni sindacali rivendicative, anzitutto, per passare poi su un piano prettamente politico, sul quale, attraverso progetti di legge da sostenere in parlamento, si arrivi a dare consistenza alla divergenza di interessi tra i padroni e i loro sottoposti.

Sarebbe solo un esempio di cosa possa significare assumere il momento comunicativo come aspetto centrale di una politica. Non si tratterebbe tanto di migliorare la propaganda, o di mirare a coinvolgere l’elettore singolo, attraverso un’operazione del tipo “gradimento di un prodotto”; si tratterebbe di svolgere nella comunicazione una funzione formativa, adatta a far prendere coscienza che un altro modo di vivere – di produrre, di consumare – è possibile. L’esempio, che si riferisce alla ormai storica perdita d’influenza della sinistra in certe zone del Paese, potrebbe essere trasposto alla questione ecologica, cambiando ciò che dev’essere cambiato, certo, ma considerando pur sempre la circostanza che la politica deve riuscire a porre degli obiettivi a un sommovimento sociale assente, o che tutt’al più bolle in pentola, non trovando le vie per uscire allo scoperto.

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Tagscomunicazione comunicazione conflittuale conflitto sociale marketing elettorale partiti Rino Genovese sinistra

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