In uno dei suoi film migliori, Viridiana (1961), Luis Buñuel ha messo in scena una sorta di paradossale “ultima cena” offerta a disgraziati e diseredati, in conclusione della quale essi si danno a una sfrenata bisboccia, arrivando fino all’aggressione fisica. La carità e la pietà non possono placare la carica di violenza che la condizione stessa di reietti porta con sé, amaro frutto di una società che la produce. È la tesi del film, che rinvia – senza nominarla, per non guastarla con qualche chiacchiera edificante – a una liberazione capace di mutare le strutture portanti di un mondo in cui la povertà possa esistere.

È insomma inevitabile che – per non essere puri e semplici elementi esornativi della contemporaneità – i poveri siano come sono: pronti a deludere chi ritiene di adoperarsi per loro. Non è affatto strano che, avendone la possibilità, si diano a un’attività del tutto mimetica nei confronti del mondo che li circonda. Se c’è una spinta al consumo, e una imposizione da parte di agenzie dell’estetizzazione pervasive come quelle della moda, è allora possibile che essi rivendichino (com’è accaduto a Soumahoro) un “diritto all’eleganza” per difendere gli abiti firmati indossati dalla moglie. Se così stanno le cose, perché non approfittarne quando si può, se i casi della vita hanno trasformato degli immigrati in imprenditori dell’accoglienza che utilizzano fondi pubblici? Non è l’addomesticato “negro da cortile” (come lo ha chiamato Soumahoro) che bisogna aspettarsi, ma quello che rende pan per focaccia ai bianchi.

Tutto ciò ha una sua logica. Rovesciabile solo attraverso un processo di lotta collettiva anticonsumistica, che non si limiti a rivendicare dei diritti – i quali possono essere moltiplicati a piacere, perfino ironicamente, come insegnerebbe la dichiarazione ormai dimenticata di un “diritto al caviale”, da parte di una componente del movimento del Settantasette –, ma ponga la questione di un altro modello di società. Unicamente all’interno di un dibattito del genere, Soumahoro può essere posto dalla parte del torto. Altrimenti il torto, o per meglio dire la leggerezza, ricade su chi – bypassando quella che è l’ambiguità di fondo del contemporaneo, e fingendosi un mondo fatto tutto di “buoni” – ha offerto una candidatura alla Camera dei deputati a qualcuno che avrebbe potuto recare più danno che vantaggio alla causa che si intenderebbe sostenere (su questo vedi qui).

Come si rimedia all’errore? Beh, qui la risposta non è semplice. Non è con l’esclusione o l’autoesclusione del reprobo che si arrivi a risolvere il problema. Ci si dovrebbe piuttosto interrogare sulla natura di quei gruppi, provenienti dalla diaspora dell’ex comunismo (in particolare da quella di Rifondazione comunista), che non hanno saputo trovare la strada di una rinnovata identità politica e ideale. Non si sa, in effetti, precisamente cosa siano: sono tardi rimasugli di una vecchia storia, o qualcosa che intende proiettarsi nel futuro? A voler essere questa seconda cosa, infatti, dovrebbero, tanto per cominciare, darsi un nome meno anodino di “sinistra”. Che cos’è sinistra? Ce n’è di vario tipo: c’è una sinistra liberale, per esempio, e in passato persino una “sinistra fascista”. Quello di “sinistra” è un concetto di posizione: si è di sinistra rispetto a qualcosa o a qualcuno che sta “più a destra”. Soltanto attraverso una specificazione ulteriore una sinistra diventa qualcosa di non vago e generico che, in quanto tale, si limita a seguire la tendenza dominante. Se sembra che sia stato stabilito – non si sa esattamente da parte di chi – che le ideologie, o anche le idee, non debbano trovare espressione nei gruppi politici, se si è abbandonata la stessa forma partito, considerata troppo vincolante, allora è quasi normale che si cada in trappole come quella di candidare colui o colei che, in un momento dato, appaia più eleggibile in base al vento mediatico. È solo dall’interno di un vincolo ideologico e organizzativo che si potrebbe, eventualmente, resistere a quel vento, o al contrario assecondarlo a ragion veduta.

Per quanto ci riguarda, con una sterzata che conduca fuori dalla psicologia degli ex, una sinistra che voglia darsi un nome, e con esso un’identità, non potrebbe che essere socialista ed ecologista, con tutto ciò che di aperto e finanche di contraddittorio (se si pensa alla lunga storia “sviluppista” e produttivistica dei socialismi del Novecento) l’unione dei due termini contiene. Sebbene sia incerto e non predeterminato questo cammino, sembra che sia l’unico da intraprendere. Diversamente, non può che esservi l’acquiescenza a un deterioramento sempre più accentuato dell’idea stessa di politica.

Nella foto: Liliane Murekatete, moglie di Aboubakar Soumahoro