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Riflessioni sul caso Soumahoro

In uno dei suoi film migliori, Viridiana (1961), Luis Buñuel ha messo in scena una sorta di paradossale “ultima cena” offerta a disgraziati e diseredati, in conclusione della quale essi si danno a una sfrenata bisboccia, arrivando fino all’aggressione fisica. La carità e la pietà non possono placare la carica di violenza che la condizione stessa di reietti porta con sé, amaro frutto di una società che la produce. È la tesi del film, che rinvia – senza nominarla, per non guastarla con qualche chiacchiera edificante – a una liberazione capace di mutare le strutture portanti di un mondo in cui la povertà possa esistere.

È insomma inevitabile che – per non essere puri e semplici elementi esornativi della contemporaneità – i poveri siano come sono: pronti a deludere chi ritiene di adoperarsi per loro. Non è affatto strano che, avendone la possibilità, si diano a un’attività del tutto mimetica nei confronti del mondo che li circonda. Se c’è una spinta al consumo, e una imposizione da parte di agenzie dell’estetizzazione pervasive come quelle della moda, è allora possibile che essi rivendichino (com’è accaduto a Soumahoro) un “diritto all’eleganza” per difendere gli abiti firmati indossati dalla moglie. Se così stanno le cose, perché non approfittarne quando si può, se i casi della vita hanno trasformato degli immigrati in imprenditori dell’accoglienza che utilizzano fondi pubblici? Non è l’addomesticato “negro da cortile” (come lo ha chiamato Soumahoro) che bisogna aspettarsi, ma quello che rende pan per focaccia ai bianchi.

Caso Soumahoro, autogol a sinistra

Non c’è nulla da capire. Perché dietro la sequela di fatti che stanno travolgendo Aboubakar Soumahoro – deputato eletto nelle liste di Sinistra italiana ed Europa Verde, ed ex sindacalista dell’Unione sindacale di base – un dato emerge chiaro. Anzi, due. Da un lato, l’ormai assodata incapacità della sinistra di produrre da sola figure di rilievo, senza ricorrere a personaggi che hanno un impatto mediatico forte. E, dall’altro, appunto, il ruolo che i media hanno avuto nel gonfiare oltre misura una figura che, a prima vista, appariva come uno dei possibili leader di una sinistra in perenne difficoltà. Al punto che qualcuno si è svegliato una mattina con l’idea che potesse essere, addirittura, quel “papa straniero” che salvasse il Pd dalla perenne crisi che lo attanaglia. Ipotesi che solo una mente poco lucida poteva partorire.

Ma ripercorriamo i vari eventi che hanno costretto il sociologo ivoriano, arrivato quando aveva solo 19 anni in Italia, a sospendersi dal gruppo parlamentare della lista che lo ha eletto. Chi scrive – circa dieci giorni fa – commentava positivamente insieme con altri “compagni di lotta” che, pur nelle difficoltà, la sinistra era riuscita a portare a Montecitorio un uomo simbolo della lotta contro il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti. Ultime parole famose. Scopriamo infatti, il giorno seguente, nelle pagine dei giornali – ad aprire le danze era stata “Repubblica” –, che questa narrazione si stava smontando, facendo piombare nello sconforto quel popolo di sinistra, fatto anche da chi non aveva votato quella lista, pur avendo apprezzato la sua candidatura.