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Pd e 5 Stelle, votati a perdere

14 Giugno 2022 Michele Mezza  1407

Contrariamente ai comunicati di vittoria emessi in serie dal Pd, i risultati elettorali sembrano confermare la storica vignetta con cui Altan commentò la sconfitta con Berlusconi del 2008: poteva andare peggio? No. Certo oggi, volendo trovare appigli a una inevitabile consolazione, non mancano dati da presentare a favore del partito di Letta: Verona, Lodi, la Campania. Ma anche in questi casi la tendenza più generale segnala l’accentuarsi di una lunga gelata che sta essiccando le radici del Pd sul territorio. Prima il centrosinistra era stato emarginato dalle periferie popolari, oggi sembra di vedere un analogo processo di marginalizzazione proprio in quelle aree urbane e metropolitane che erano state il ridotto in cui si era rifugiata la sinistra. E il quadro appare ancora più preoccupante per il fatto che, a mettere sotto il Pd, sia un’alleanza di destra quanto mai raccogliticcia e rissosa, oltre che in larga parte assolutamente impresentabile. Il Pd, inoltre, anche quando riesce a convogliare consensi consistenti – è accaduto al Nord come al Sud –, si trova solo sotto il sole, senza interlocutori o alleati potenziali per estendere il famoso “campo largo”.

I 5 Stelle si squagliano dove esistevano e non attecchiscono più dove non c’erano prima. Sul territorio, l’ondata grillina del 4 marzo del 2018 si è del tutto esaurita, lasciando macerie. Chi li conosce li evita, e chi non li conosce non è più incuriosito da un’armata Brancaleone che, pateticamente, fa il verso al vecchio movimento anti-elitario dai vetri oscurati delle automobili blu di servizio con cui vengono scarrozzati ministri e assessori.

Ma il dato più preoccupante per la sinistra riguarda, come dicevamo, l’inaridimento delle radici metropolitane. Anche nei momenti più bui, sotto l’incalzare dell’offensiva moderata – sia in veste del pentapartito nella prima repubblica, sia, con il cambio di regime, in quella berlusconiana prima e leghista poi –, gli eredi del Pci e della sinistra cattolica erano comunque acquartierati nel tessuto urbano delle città grandi e medie. I ceti professionali, intellettuali, le prime aree sociali investite dai processi d’innovazione, gli apparati universitari e della ricerca, erano trincee che assicuravano una buona base di assestamento e uno slancio per eventuali controffensive. Si era anche ironizzato sul partito delle “zone a traffico limitato”, dei quartieri del centro storico, in cui la sinistra riformista faceva man bassa e controbilanciava le scoppole che prendeva in periferia.

Oggi invece i dati di Genova e Palermo, ma anche quelli di Verona, l’Aquila, Catanzaro, segnalano il rinsecchirsi di radici un tempo profonde. Sia dove si era governato – ma senza mutare il profilo delle relazioni sociali e tanto meno la macchina amministrativa, come a Palermo, che dopo la stagione di Orlando riprende le relazioni pericolose con aree di inquinamento clientelare – oppure dove ci si affaccia dopo un lungo dominio della destra, come a Verona, dove il primato delle liste guidate da Tommasi non sembra poter reggere a una ricomposizione elettorale dei tronconi del centrodestra al ballottaggio. Ma ancora più grave è la separazione di uno “zoccolo duro” di cultura sbiaditamente riformatrice, che permane nel Pd, dai ceti sociali innovativi, da quel popolo digitale che dall’evoluzione del terziario, all’artigianato online, fino ai possenti apparati di ricerca e sviluppo dei distretti tecnologici, sta ripopolando le città con una nuova tipologia di produttori. Sono queste le figure che possono scomporre i grumi clientelari e familistici che, in mancanza di una proposta più ambiziosa, riempiono il quadro politico amministrativo.

La controprova l’abbiamo avuta proprio in questi giorni, a Milano, dove si sono riversati almeno 350mila operatori e produttori dell’intera filiera dell’eleganza e dell’arredamento: quella che il “New York Times” ha definito la più grande concentrazione di eleganza creativa del mondo. Questo popolo – che proviene dalle aree dell’Emilia, del Veneto, ma anche dalla Puglia, dalla Campania e dalla stessa Calabria – si ritrova professionalmente in sintonia con le figure analoghe di Londra e Parigi, che dettano legge sui nuovi mercati del restyling di mobili, delle barche, dell’abbigliamento e della oggettistica; eppure, una volta rientrati nelle proprie città, rifluiscono in scelte elettorali legate alla promiscuità famigliare o ai piccoli interessi. Nessuno parla loro come ceto, se non proprio come nuova classe di creatori di ricchezza nazionale, che devono contrattare e negoziare internazionalmente con fornitori e logistica.

Questa è oggi la politica che manca, il partito che manca, il Pd che non c’è: un progetto che congiunga i lavori – anche i più disagiati – con le ambizioni – anche le più estreme – lungo il crinale della creatività e della ricerca. Questo popolo si realizza e assume potenza nelle città, nei territori, nei distretti. Ma se non trova interlocutori, si rinchiude nella propria autonomia, non parla con una politica a cui non ha nulla da chiedere, e semmai può farle l’elemosina del voto per un amico, non per un programma.

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Tags5 stelle arredamento ceti sociali innovativi elezioni comunali la politica che manca Michele Mezza partito democratico Pd popolo digitale sinistra

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