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Ancora sulla strage di Bologna (2). I soldi

Nella vicenda criminale del 1980, è istruttivo seguire i movimenti di denaro: Gelli finanziò l’attentato stornando ingenti somme dal Banco ambrosiano di Calvi, imbrogliando quest’ultimo

30 Maggio 2022 Stefania Limiti  3289

Da dove vengono e dove sono andati i soldi messi a disposizione da Licio Gelli per realizzare la strage di Bologna? Questo è il capitolo più dirompente del processo ai mandanti, dopo quello su Bellini e tutto il mondo che gli gira attorno. In attesa delle motivazioni della sentenza di primo grado, più che mai importanti, vediamo su cosa si è basata l’accusa. Tenendo presente che il capitolo mandanti-finanziamenti vedeva imputati persone scomparse – Gelli, Tedeschi, D’Amato –, dunque non trova sbocco in nessuna condanna e che, a nostro giudizio, non si può affatto escludere un supplemento di indagini su questo aspetto, visto che, leggendo la sentenza, il presidente ha ordinato la trasmissione al pubblico ministero in sede di numerosi verbali. A parte questo, tutto inizia dal famoso documento Bologna sequestrato a Licio Gelli il 13 settembre 1982, nel momento del suo arresto a Ginevra. La storia del documento è già interessante in sé, la raccontiamo nell’articolo uscito su “Domani” il 31 gennaio 2021.

Ora, basti sapere che l’appunto in questione arrivò all’autorità giudiziaria italiana solo nel luglio 1986, dopo una specifica domanda di assistenza formulata nel corso del procedimento relativo al crack del Banco ambrosiano. La Guardia di Finanza ricostruì le operazioni finanziarie in una nota del 15 luglio 1987, di recente integrata e sviluppata dal nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Bologna (informativa del 25 novembre 2019, ne ha ampiamente riferito, alle udienze del 7 e 12 maggio 2021 del processo, il capitano Cataldo Sgarangella – lo abbiamo visto su Rai3 intervistato per “Report” da Paolo Mondani).

Da quella analisi, è emerso che dal Banco ambrosiano andino (consociata estera del Banco di Roberto Calvi) furono distratti venti milioni di dollari, inviati in Europa a partire dal 22 agosto 1980 e pervenuti in un istituto di credito svizzero (Ubs di Ginevra) di cui  l’appunto Bologna documenta la causale e il flusso (costituito da vari passaggi societari in uno scenario internazionale) di un importo pari a quindici milioni di dollari, quelli distratti per l’operazione stragista a cui si riferisce l’intestazione Bologna, non ad altro.

L’operazione finanziaria sinteticamente può essere suddivisa in tre segmenti:

1) $ 9.600.000 pervennero, tra i primi di settembre del 1980 ed il 16 febbraio 1981, in due conti correnti, denominati Tortuga e Bukada, accesi presso la Ubs di Ginevra, formalmente intestati a Marco Ceruti (come illustrato alle pagine 17 e seguenti del rapporto GdF del 15/7/1987). Secondo quanto accertato nel procedimento relativo al crack del Banco ambrosiano e nelle attività di intercettazione autorizzate dal gip di Bologna, Marco Ceruti era prestanome e cassiere di Licio Gelli – così è definito in una conversazione intercettata del 15 febbraio 2018 tra Piera Montelatici e Gian Marco Ceruti (rispettivamente moglie e figlio di Marco Ceruti);  
2) $ 3.500.000 furono incassati dal Gelli e dal suo socio Umberto Ortolani, a titolo di provvigione (come si vedrà, l’operazione fu compiuta, in apparenza, a favore di Roberto Calvi);
3) $ 1.900.000 furono trattenuti da Licio Gelli e depositati presso una filiale della Ubs di Ginevra, sul conto corrente n. 525779 X.S. – La Guardia di Finanza ha accertato che il conto n. 525779 X.S. era collegato al conto n. 525779.60R, sul quale venivano registrati gli investimenti in depositi fiduciari. Quale conto corrente “ordinario” il n. 525779 X.S. (riportato nel documento Bologna) era il solo che si interfacciava con l’esterno – per recuperare le somme dal suddetto anticipate, in vista della medesima operazione, in epoca anteriore all’invio dei fondi dal Banco ambrosiano andino.

Inoltre: l’appunto Bologna, costituito da un rendiconto delle somme movimentate da Licio Gelli, non ha niente a che vedere con la loro causale apparente (DIF. MI e DIF. Roma), interpretabile come destinazione dei fondi per la difesa di Roberto Calvi nei processi penali a suo carico aperti, all’epoca (anni 1980-1981), nelle procure della Repubblica di Milano e Roma. L’ elevatissimo compenso in dollari non può essere destinato a pagare parcelle difensive, visto l’importo esorbitante (pari a un controvalore in lire di circa quindici miliardi) e l’incompatibile presenza di percentuali di mediazione (tra il 20% e il 30%) a favore del Gelli e dell’Ortolani. Il loro stanziamento è stato di sicuro sollecitato a Calvi, da parte di Licio Gelli, per compiere attività di corruzione degli apparati giudiziari: questo viene provato dai processi relativi al crack del Banco ambrosiano e alla loggia massonica P2. Nel primo, svolto a Milano, è stato accertato che Roberto Calvi, sotto l’impulso e la regia di Licio Gelli, aveva messo a disposizione circa venti milioni di dollari per fronteggiare illecitamente i processi penali a suo carico. Gelli, in cambio di adeguata ricompensa, si sarebbe adoperato per condizionarne l’andamento in modo favorevole a Calvi – lo confermano anche le dichiarazioni di Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din.

Tuttavia, l’iniziativa assunta nei confronti di Calvi fu essenzialmente un bluff (si veda il procedimento sulla loggia massonica P2, sentenza del 16/4/1994, che ritenne responsabile Gelli di millantato credito presso l’autorità giudiziaria di Milano ai danni di Roberto Calvi (reato commesso, secondo la contestazione, dall’estate del 1980 alla primavera del 1981). Insomma, il piduista di Arezzo, mentitore fino al midollo, rubò i soldi a Calvi per far ben altro da ciò che aveva promesso al banchiere (che pure non era una promessa “pulita”): di qui un nuovo scenario si apre su Londra, dove Calvi fu trovato impiccato sotto il famigerato Ponte dei Frati Neri. Aveva capito Calvi che era stato fatto fesso e forse anche che i soldi da lui messi a disposizione erano finiti nella strage? Un movente più che consistente per spiegare la sua fine.

Inoltre, per comprendere la reale natura dell’operazione architettata da Gelli, occorre l’analisi congiunta dell’appunto Bologna con due documenti a esso strettamente collegati, che denotano una significativa coincidenza riguardo alla data finale dei movimenti di denaro: 30 luglio 1980.

Come si è visto, nel flusso dei quindici milioni di dollari, partiti dal Banco ambrosiano andino, Licio Gelli trattenne la somma di $ 1.900.000, che aveva anticipato insieme al socio Umberto Ortolani. Secondo la GdF in questa tranche di fondi vanno comprese le seguenti somme: 1) 1.000.000 di dollari in contanti consegnati a Marco Ceruti dal 20 al 30 luglio 1980; 2) 850.000 dollari versati ad un soggetto denominato “ZAFF”; 3) 20.000 dollari versati a tale “TEDESCHI”.

La prima somma trova corrispondenza nel documento di seguito raffigurato, che fu sequestrato il 17/3/1981, nel corso della perquisizione effettuata in Castiglion Fibocchi presso la ditta GIOLE amministrata dal Gelli:

Documento di fondamentale importanza sulla cui attendibilità non può esserci discussione: in esso si attesta la consegna a Marco Ceruti, dal 20 al 30 luglio del 1980, della somma complessiva di un milione di dollari in contanti, importo corrispondente al 20% di 5.000.000 di dollari, e si menziona, contestualmente, l’accredito di 4.000.000 di dollari (pari al residuo 80%) compiuto dal Gelli presso la Ubs di Ginevra il primo settembre 1980, versamento bancario riscontrato non solo dall’appunto Bologna, che ne fa specifica menzione, ma anche e soprattutto dalla documentazione acquisita presso lo stesso istituto bancario, da cui risulta che, effettivamente, ai primi di settembre del 1980, quattro milioni di dollari provenienti dal Banco ambrosiano andino furono versati sui conti Bukada e Tortuga intestati a Marco Ceruti, prestanome di Licio Gelli.

Infine, proprio il cassiere Ceruti, il suo capo Gelli – e i principali componenti della banda Fioravanti, esecutori della strage, che all’epoca avevano stabilito il luogo delle loro attività lontano da Roma (rispettivamente, a Firenze e in Sicilia/Veneto), si ritrovarono nella capitale il 30 e il 31 luglio 1980, a ridosso della strage alla stazione di Bologna: una coincidenza che, insieme alle incongruenze sostanziose delle dichiarazioni di Fioravanti e Mambro o agli imbarazzati silenzi sui loro spostamenti di quei giorni, hanno infine convinto l’accusa del passaggio di mano del denaro.

Quanto poi al documento Bologna: la procura generale ha rintracciato e acquisito l’originale del documento in questione, conservato in un portacarte sequestrato a Licio Gelli al momento del suo arresto e rinvenuto tra i corpi di reato custoditi presso l’Archivio di Stato di Milano. L’originale dell’appunto Bologna presenta una caratteristica peculiare, che non risulta dall’esame della fotocopia (mostrata negli atti del procedimento “Banco ambrosiano”). È costituito, infatti, da un foglio composto da quattro scomparti, piegato a forma di libretto, nel quale la menzione della città di Bologna è collocata con particolare risalto nella intestazione del documento (scritta sulla facciata esterna in stampatello con lettere maiuscole), ed è associata al numero di conto corrente 525779 X.S.

Ebbene, quel documento arrivò nelle mani dei giudici che interrogarono Gelli il 2 e 3 maggio 1988, con l’intestazione piegata, e a nessuno venne in mente di aprirla. Fu così che nessuno chiese nulla in merito al documento Bologna.

Tra il sequestro del documento e l’interrogatorio, del resto, si era mosso l’avvocato di Gelli, il noto Carlo Dean, che riesce a intrufolarsi al Viminale e a parlare con il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, al quale dice: “Il mio assistito tirerà fuori tutti gli artigli se gli verranno fatte domande sul documento trovato in suo possesso”. Ma Gelli non era un uomo solo: i suoi artigli arrivavano dentro le istituzioni più alte. Interrogato nel maggio, è contemporaneamente in pieno svolgimento il processo a suo carico per i depistaggi delle indagini sulla strage di Bologna – nel successivo luglio verrà emessa la sentenza di primo grado. L’Italia ne parla, tutti ne parlano, ma a lui, signore della loggia P2, depistatore professionale, stragista (era già chiaro il ruolo di finanziatore dei terroristi che attaccarono il treno Italicus nell’agosto 1974), non venne chiesto nulla.

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